Tuoni e fulmini.

Il rumore della pioggia, tenerti stretto mentre cerco di sopire le mia paura dei rumori per infonderti sicurezza, e allo stesso tempo, tenerla viva per ricordarmi come farti amare lo scroscio delle gocce, tra un fragore e l’ altro. Senza paura non lo si può amare il ticchettio dell’ acqua, senza tendere l’orecchio, col respiro interrotto, aspettando i tuoni, non si ascoltano i gridolini di chi, giù in strada, corre per evitare il temporale, godendosi la licenza di tornare bambini, e allungare un piede in una pozzanghera, per sentire il suono dei ricordi. Ti regalo la mia paura, insieme ne faremo coraggio, da solo ne farai ciò che vuoi, te la regalo sapendo che si supera tutto, ma un angolino del cuore sobbalzerà sempre, al rumore del temporale, se l’hai già vissuto.

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Sere in città.

Uscire tardi, e ritrovare quei posti che mi appaiono come un regalo, custoditi da palazzi abbandonati e muri stinti, con la ferrovia alle spalle, che mi ricorda un nonno mai conosciuto ma presente nei racconti di famiglia. Ed è bello ritrovarsi bambini, tra lo scivolo e l’altalena, e poi avere un’ istante per noi, due passi di una danza a due, buffi e antichi come l’ amore, ed essere riportati alla realtà, da manine veloci e piedini curiosi di vita, che con adorabile egocentrismo, riportano l’ attenzione ai due occhioni che li accompagnano. Serate nostre, improvvisate e perfette,  nelle loro sbavature da polaroid, di quelle foto che scivolano fuori dal libro e ti fanno spuntare un sorriso, tirando gli angoli della bocca.

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I vestiti degli altri.

imageHo sempre amato i vestiti usati da altri, ma non altri generici, amo gli abiti di mia madre da giovane, le borse di mia nonna, qualche cappello di lana, di quelli da sci che portava mio padre. Amo la maglietta grande di mio marito, che avevo addosso quando ho partorito, e avevo in valigia un pigiamino carino, ma poi, tra paura ed emozione, mi son stretta in quella, e avevo detto che l’ avrei gettata, per come era ridotta dopo quelle venti ore estenuanti ma poi, un giro di lavatrice e ora riposa nel cassetto, anche se nessuno la mette più, lunga, larga e custode di ricordi; e le sue felpe, lunghissime per me, con cui mi avvolgo.E ancora, c’ è un vestito nell’ armadio che occhieggia sempre, coi suoi quadretti arancioni, gli voglio bene quasi, lo cucì mia nonna, per mia mamma ragazzina, e lo porto anche io, dovrei riadattarlo, troppo lungo per me, ma rimando continuamente e forse non lo farò mai, mi piace così alla fine, un po’ lungo, ma col sapore delle estati di mia madre adolescente, e la memoria delle dita della nonna, occhi attenti e ago veloce, inconsapevoli di creare bellezza. Cerco nei vestiti una memoria di storie, di vicinanza, immagino dove li hanno portati, le piccole abitudini che li hanno lisi, proprio in quel punto, sulla manica, e le emozioni che li hanno sformati. Amo i vestiti degli altri, quando li sento miei, è come scrivere nuovi pezzi di storia insieme, in cui posso sbirciare sensazioni altrui.

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