Appunti di viaggio.

Alcuni momenti li vorrei saper fermare, come istantanee preziose, da riguardare nel tempo, e scoprirne sfumature nascoste. Un pomeriggio, in cui mi regalano il piacere di raccontarmi, tenendomi compagnia, con sguardi lucidi, e i sorrisi belli del coraggio di chi vuole e sa guardare oltre, ammette il timore e lo sfida, con disarmante sincerità. Rivedo in loro quello che nei miei genitori ho solo intuito, e quello che non ho saputo da figlia, lo condivido da amica. E nel raccontarlo, mi si rivela con la potenza della verità, il mio perché, la spinta che mi fa vincere la ritrosia istintiva e mi fa gioire, profondamente, del condividere pezzi della mia storia: ho attraversato il mio dolore, l’ ho preso per mano ed è divenuto desiderio di bellezza. Perché è bellezza vedere figli così amati, così diversi ed uguali, ed è un dono, perfetto, specchiarmi, ad un tempo in loro, e nei papà e mamme, che di loro parlano con la musica nella voce. Sono state lacrime, sorrisi ed emozioni, e il mio viaggio ha una tappa in più, la porto con me, nel cassetto delle cose belle, splendenti di passione e vita.

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Un giorno regalato.

Un giorno per me, conquistato con incastri familiari buffi, per regalarmi tempo e spazio. Perché mi è vitale tradurre in parola scritta, ma voglio prima vivere, annusare storie, toccare esperienze, diverse ma con gli occhi splendenti di chi sta provando. Un luogo nuovo, che mi fa sperare per questa città, bella e respingente, in cui ho vissuto una vita lontana. Camminare i marciapiedi sconnessi, riconoscere un accento familiare, e dopo anni, apprezzarne la cadenza armonica. Trovare un’ altra donna ispirante, sicura, e dolce, più di quanto faccia trapelare, con una fragilità tenera e disarmante che guizza tra il sorriso birichino e gli occhi curiosi. Sfidare una timidezza che mi è compagna, non per eliminarla, ma per renderla docile, per affiancare il coraggio, e tirare il fiato, prima di saltare. Ritrovarmi in me, e sentirmi, per quella che sto divenendo.E imparo a godermi ogni nuovo incastro, un pezzetto alla volta, e stupirmi divertita nel cercare i pezzi, prima ancora di sapere se saranno quelli giusti.

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Informazioni assenti.

Anamnesi familiare: anche quando i pensieri si concentrano su altro, mi ritrovo a confrontarmi con la mia adozione, e ripetere che no, io anamnesi di famiglia non ne ho e non è possibile averla, e si, ovvio che sarebbe meglio ma che ci posso fare? Stupiscono, non tanto la domanda iniziale, quanto l’ incredulità e il ripetersi di ovvietà che mi risparmierei e che pare anacronistico trovarsi a fronteggiare. L’ essere l’ unico riferimento fisico per me stessa è quasi spiazzante, lo era stato da adolescente, quando non riconoscevo in mia madre uno specchio, da rifiutare magari, ma a cui tornare per rassicurare l’ identità in divenire. Lo è stato, in modo potente e magico, durante la gravidanza, nessuna possibilità di far riferimento alle sensazioni fisiche, viscerali di qualcuno a me vicino. A mancare non è il confronto e la vicinanza emotiva e affettiva, quella c’ è costante e forte; ma la parte di corpo, che sente, elabora, reagisce in modi guidati dai sensi e da meccanismi tramandabili, anche tra generazioni, è assente. E allo spaesamento si unisce la curiosità, e quasi, rischio di perdermi, in domande che non hanno risposta. Poi, due occhioni grandi, e manine morbide attorno al collo, e la consapevolezza che per lui sarà diverso, avrà, anche, la memoria del corpo, è un regalo bellissimo che mi ha portato.

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L’odore buono dei suoi capelli.

Ci sono giorni che la tristezza mi si appiccica addosso, la sento arrivare, fa capolino tra i pensieri banali, tra il calore di una torta sfornata, con la crosticina croccante, e il profumo, buono, dei suoi capelli dopo il bagnetto. Sempre così, le malinconie, tra gli interstizi di normalità, colpiscono a tradimento;  in quei momenti di quiete rassicurante, striscia fuori un “se ci fosse…”, accompagnato da un ” gli direi…” e, con determinata costanza si fanno strada, rotolando fuori dall’angolino in cui li faccio restare. Non c’è antidoto, ne ho cercati, ma non ho mai trovato un modo per far scivolare via i pensieri, neanche la piscina, col suo odore di cloro asettico e le mattonelle azzurrine, su cui provo a cacciare la tristezza con movimenti ripetuti. Aiuta, molto, svuotare la testa, ma in quei giorni grigi, non basta. Perché il ricordo perde la dolcezza che il tempo gli ha regalato, e torna gelido, con la precisione di particolare che affiorano dalla memoria, nitidi, esatti, terribili. Non ho un dio a cui affidarmi, non ho la rassicurante speranza futura, e non la cerco. Negli anni, ho elaborato altrimenti il senso che voglio e posso dare all’assenza. Ancora una volta, scelgo di attraversare il dolore, non fuggirlo, guardare in quel buco grigio, dai contorni sfrangiati, come le ferite. Solo dopo, posso riempirlo, non eliminarlo, è un compagno di via oramai, fa parte del modo in cui vivo, ma, da blocco lo reinvento spinta verso la felicità. E l’odore buono dei suoi capelli, le loro voci che giocano nell’altra stanza, ritornano ad essere reali, desideri realizzati, che mi prendono la mano, per sognarne altri.

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Nascondino notturno.

received_10209740720378574.jpegOgni sera mi incanto, lo guardo scivolare nel sonno, e annuso il profumo della realtà che sfuma, dietro le ciglia lunghe e le palpebre sottili, quell’attimo in cui la sua piccola mano mi stringe un’ultima volta, prima di abbandonarsi sulle coperta. Un poco lo invidio, questo suo sonno fiducioso, io, che solo quando lo tenevo in pancia, dormivo sogni indisturbati, di sicuro era la sua influenza benefica. Ho sempre avuto il sonno leggero, avverto rumori e movimenti, e un sogno interrotto si porta dietro ore di veglia. A volte dormo con gli occhi semiaperti, mio marito si spaventa, io so che è il sonno di chi ha paura di perdersi qualcosa, qualcuno, senza rendersene conto. E allora meglio, inconsciamente, vegliare su chi amo, occhi leggeri e coperte pesanti, ascoltando il ritmo del respiro, senza più contare le pecore, che loro, tanto, si addormentano prima di me. Sto, cercando di colorare le ore notturne di bei pensieri e non soccombere alle tristezze antiche, che giocano a nascondino col buio e mi invitano a cercarle. Mi concentro, inspiro ed espiro, se mi troveranno le abbraccerò, non è bello nascondersi, di notte.

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Scrivermi.

A volte mi perdo, tra paure e incertezze, e allora, devo trovare parole per raccontare di me, perché con le parole mi invento, mi costruisco l’anima e scolpisco pensieri e immagini, per renderli, vivi e colorati, a chi vuole vederli assieme a me. Da sempre, mi cerco con una penna tra le dita, un misto di narcisismo silenzioso e bisogno ancestrale di trovare risposte, scrivendo storie. Le vedo anche dove, forse, non ci sono. Storie che si incrociano, e mi mostrano come la vita si dipana, senza chiedere permesso, rotola via, senza lasciare scelta, assecondarla o combatterla, ed entrambe gli approcci hanno un che di coraggioso, fiero, che con tenerezza mi piace immortalare in uno schizzo verbale, poche righe sul foglio, per non perdermi pezzi di saggezza fugace. Ho ritrovato un quaderno, compagno di viaggio fedele e silenzioso, mi seguì in terra straniera e mi fece compagnia negli aggrovigliamenti che seguirono. Mi sono letta ragazzina, e mi sono riconosciuta, dietro il dolore, mi nascondevo già io, e in qualche guizzo di caparbia felicità, nella ricerca di bellezza, mi specchio e mi vedo. Vorrei abbracciare la me bloccata nel groviglio di pensieri e domande, e dirle che andrà bene, riuscirà a trasformare la tristezza in luce e saprà splendere di felicità. E allora, mi scrivo, e mi trovo, qui, ora.

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