Il mio perché.

Sarà che arrivano le feste e la mancanza morde più forte, o forse è il periodo di cambiamento e mi serve guardare indietro, prima di saltare. Dovevamo essere in tre, sono rimasta solo io. Per i primi diciotto anni della mia vita, sono stata sorella, in modi differenti, con due fratelli diversi. “A volte litigate un po’, ma vedrai, da grandi, sarà bellissimo, con le vostre famiglie, esserci.” diceva mamma. L’eco della sua promessa è sbiadita, nell’evidente impossibilità di realizzarsi; non più zii da regalare al mio bimbo, né imbarazzanti fotografie di cui vergognarsi insieme, né battibecchi, su chi telefona di più. Due vuoti, tempi e modi distanti, ma identici, nello spaesamento, freddo e doloroso, che hanno lasciato. Per molto tempo, raccontare la mia storia, intrecciata alle loro, toccandole con le parole, il tanto che bastava a rendere un ricordo, è stata una spinta imprescindibile, quasi a pagare pegno, io sono qui, loro no; e raccontare è un po’ ricordare, rendere un pezzo di chi non c’è.  Ma, mi accorgo, non può essere (solo) questo il motivo, quel che mi fa combattere l’istintiva timidezza, la paura degli sguardi, si trova più in fondo, oltre il desiderio di ricordare, e lo cerco sempre di più. Credo si trovi nella necessità di fare qualcosa, perché ho tutta una vita davanti, ma quella vissuta ha lasciato tracce che, prese per mano, mi si rivelano in sfumature e stimoli nuovi, che lasciano spazio a finestre aperte e aria fredda e cristallina e mi spingono a nuove avventure. Prendo la rincorsa, tiro il fiato, sono pronta al salto, rubando un po’ di allegra intraprendenza al piccolino che mi cresce accanto, e molto amore, dal mio compagno di strada; racconto storie, faccio la mia parte.

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Un attimo fa.

Tre anni, e, a volte, sembra un attimo, da una notte lunghissima e sofferta, con la paura in gola, alla fine, che qualcosa non andasse, e poi sentirti, fuori di me, eppure così parte del mio essere, da faticare a distinguere il confine, pelle a pelle, occhi negli occhi, e una vita per imparare a staccarti da me, a regalarti amore, protezione, e felicità per andare nel mondo da solo. in altri momenti invece, pare che tu sia sempre stato qui, con gli occhi brillanti di vita, e i piedini svelti, a immaginare storie e marachelle. Nelle foto ti vedo bello, ed è buffo come non ci faccia mai caso, quando siamo insieme, ma forse sono così affascinata dal tuo carattere forte e dolce, caparbio e però ragionevole, tu, che, in proporzione, sei già più alto di me, e molto più coraggioso. Mi piace l’idea che tu sia migliore di me, ne sono certa, e sto imparando così tanto da quando ci sei; mi hai regalato la voglia di mettermi alla prova, di riconoscere la mia paura, e, con un sorriso, passarle a fianco, con un saltello; ho imparato quanto mi è vitale guardarmi e riconoscermi e cambiare se il riflesso non è quello che volevo, mutare, ma solo per me, perché, l’ho sempre creduto, ma tu me lo hai fatto sentire, solo essendo profondamente me stessa, posso amarti, senza appropriami di te, tenerti la mano, per gioco, per amore, non per evitarti le cadute. Mi hai regalato leggerezza, hai fatto scivolare la paura di essere troppo felice, di non meritarlo, hai sciolto quel nodo, in fondo alla testa, che frenava gli slanci e temperava la gioia, con fredda tempestività mi allarmava, col timore di un dolore in agguato. Ora, profondamente sento, che sono pronta, con te e papà, a fare cose belle. Buon compleanno, piccolo uomo.

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Torta al cacao e ribollita.

Ti penso, mentre inforno una torta al cacao, ti sarebbe piaciuta, credo, e ti ricordo, intento a preparare una ribollita, che io non mangio, ma ti chiesi la ricetta, perché ce la preparasti, il giorno del matrimonio, e tutti gli amici mi dissero che era buonissima. Ho il tuo numero di casa ancora sul telefono, non riesco a cancellarlo, e allora lo tengo lì, col tuo nome sopra, a far compagnia agli altri numeri di famiglia. Oggi festeggiamo, con un giorno di anticipo, il piccolo di casa, e so che vi sareste piaciuti, con le fiabe alla rovescia e le costruzioni. Sono felice di mescolare la dolcezza malinconica dei ricordi, con le risate allegre di bimbi, il caos e le dita colorate, un’accozzaglia tenera e buffa che, mi pare, trovava in te un suo posto, con naturalezza. E, colorerò le labbra, ogni volta, penso a te, che mi dicesti “Sarai bella, col rossetto, da grande”.

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Legàmi.

Ieri, camminando tra le foglie gialle, coi pensieri persi nei disegni del marciapiede, mi sono scontrata con una bimba, occhi profondi e ricci domati da fiocchetti colorati, seguita da mamma e papà. Ho sorriso, alla grande differenza dei loro tratti, e allo stesso tempo per l’identico sorriso di mamma e figlia, e per il modo in cui ha alzato la manina, per salutare, stessa movenza del padre, stesso angolo del braccio piegato, inclinazione delle dita. Questo incontro mi ha regalato una bellezza pura, cristallizzata in quei sorrisi, quei saluti, uguali e diversi, che nell’essere assieme, rivelavano una potenza pacata e profondissima. E penso che molto spesso, quando si tratta dei legami che si creano nelle famiglie adottive, si inneschi una sorta di battaglia, tra lo stabilire quale sia il legame più forte e importante, se quello viscerale, fisico con i genitori di pancia, o quello di amore costruito, con desiderio e presenza costante. C’è stato anche per me, un tempo in cui mi dibattevo tra le domande, senza trovare risposte che tranquillizzassero cuore e coscienza, ricordo il timore di far torto a qualcuno, l’angoscia di ferire, che chiudevo a forza, lasciando che mi si riversasse contro. Poi, ho cambiato prospettiva, ho immaginato un sentimento fluido, da non ingabbiare in limiti e definizioni di competenze, ci ho guardato dentro e vi ho trovato spazio per tutti, un luogo dell’anima in cui non si trovano definizioni di valore, ma finestre aperte ad ogni colore che può avere l’amore. La tenerezza che provo, guardando gli occhi di mio figlio e pensandoci dentro un po’ di luce orientale, è la stessa che sento, quando usa toni e accenti dei nonni fiorentini. E dunque, non si tratta più di stabilire quale legame abbia più forza o importanza, poiché ognuno contribuisce a ciò che sono, e scelgo di vederne la ricchezza e non la mancanza, e il solo farlo, fa in modo che ci sia in me spazio anche per l’assenza, che, accolta anch’essa con dolcezza, non fa  paura.

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Imparo a lasciarti andare.

Qualche sera fa, hai passato la prima notte senza di noi, in un altro lettino, eri coi nonni, al sicuro e coccolato, ma per un istante ho esitato, mentre uscivi dalla porta, ho avuto paura al posto tuo, e invece mi hai stupito, come accade sempre, e con sicurezza allegra ci hai salutati con un bacio, orgoglioso di crescere. Ti guardo, e imparo a lasciarti andare, e scopro che ad ogni passo indietro che riesco a fare, tu fai un balzo nella vita, con curiosità fiduciosa, ti lanci nelle avventure, a volte una lacrima, piccola esitazione, ma solo per prendere meglio la rincorsa e saltare oltre la paura. Ed è un privilegio, assistere al tuo cammino, cerco di farlo con la cura che meritano le cose preziose, e insegno alle braccia, che fino a poco fa ti portavano, ad aprirsi per farti allontanare, e gli occhi, che anticipavano le cadute, imparano a fermarsi e ricevono il regalo di vederti rialzare da solo. È una crescita continua, mi tieni in sospeso tra il tuo essere ancora bambino, e l’ uomo che già intravedo nel brillio volitivo dello sguardo. E si allenano insieme, i battiti del cuore, a non farsi scoprire accelerati, ai capitomboli, il sorriso ad incoraggiare sempre, e gli occhi ad accarezzarti mentre corri via. E mi godo i momenti, ancora molti, in cui chiedi coccole e giochi, perché so che si trasformeranno in altro, tutto da scoprire, ma, per ora, ti strapazzo ancora un po’.

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