Lion: le mie lacrime perplesse. 

Ho salutato i miei ometti e ho camminato nell’ umidità che si appiccica alla pelle. Ho comprato il mio biglietto e ho scelto un posto solitario, vicino allo schermo. Sono andata sola e ne sono felice. In un paio d’ ore ho sentito risuonare ogni personaggio, sono stata la madre, ho sentito il cuore spezzarsi, all’ idea di un figlio perduto, e ho riconosciuto il respiro sospeso della madre che quel figlio lo ha cresciuto e sa che per non perderlo deve lasciarlo tornare; ho pianto il senso di colpa per un fratello che non si è  saputo proteggere, e mi si sono gelate le mani, quando l’ altro si è  rivelato perso per sempre. Ho ricordato i viaggi in macchina, tornando dall’aeroporto,  un bimbo in più sul sedile, una famiglia nuova che prende le misure. Ho respirato i colori di una terra che conosco a malapena e che,  pure, la memoria ha vivida in sé. E però,  nel fluttuare delle emozioni, qualcosa stride al cuore, e se la figura della madre adottiva mi risulta credibile, nelle sue fragilità,  e persino nella poco condivisibile visione ” salvifica” dell’adozione ( che però  era piuttosto comune nel periodo storico) mi lascia un poco stupita la visione angelicata  della madre indiana; certo è  il filtro del bimbo che ci restituisce quest’immagine, eppure mi resta un po’ di dispiacere nel vederla rimanere figura bidimensionale rispetto alle altre. Un film emotivamente potente, che mi lascia con occhi pieni e stanchi, e con una domanda martellante: per far comprendere un messaggio, ha più valore la volontà  di indagare oltre l’ emozione, spingersi al di là  del coinvolgimento e interrogare con forza o l’ empatia immediata e concreta suscitata dalla realtà  della storia. Non ho ancora risposta, forse non la troverò  neanche, come accade per le domande che hanno in se stesse il loro senso. Oppure,  forse, serve per questo un altro racconto, altre storie.

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