Dire il dolore, e trasformarlo.

Ho incrociato la notizia per caso, e il respiro si è  fermato, tra il naso e la gola, in apnea. Le parole mi scorrono sugli occhi, a dispetto del primo slancio a bloccare.  Ancora una fragilità  tale, da inghiottire una ragazzina, con pochi anni forse,  ma probabilmente già  tanta vita a far le spalle pesanti. Mi si spezza il cuore, ancora un po’. È  una notizia lontana, non conosco nessuno, e al tempo stesso so quel dolore, l’ ho impresso negli sguardi persi di mia madre, alle riunioni di famiglia, quando ci sono tutti, e i posti vuoti pesano di più,  lo so nelle similitudini di mio padre, che vede nel piccolo di casa bocconi di passato,  e lo sento, nei gesti normali,  quotidiani, che non trovano fratelli per condividerli. E però,  non è  questo che può  servire, sento necessità  di fare la mia parte, in qualche modo, trovare la chiave per trasformare questo appannamento di tristezza in qualcosa di vivo. Più  volte mi son chiesta se, e,  come, raccontare il dolore, la fatica, perché  non si trasformino in paura ma non vengano negati. Non è  stato immediato, è  servito tempo e cura, per trovare le parole, gli accenti, che rendessero la realtà  del mio vissuto, senza gettare un ombra di cupezza sulla mia storia. Ho cercato di calibrare i toni, per non cedere all’ emozione, ma renderla presente, cercare di donarmi, e allo stesso tempo proteggermi. È  un gioco di equilibrio, in cui cercare il centro tra ciò  che serve e quello che invece sarebbe solo sfogo personale. Non voglio mai impaurire,  ma condividere consapevolezza, perché  la fatica ha bisogno di essere detta, il dolore espresso e accolto, abbracciato. Non è risolutivo, le persone elaborano e si scontrano con le proprie tristezze in modi diversi, e forse, quando l’ età sembra piccola, ma  il cuore ha già  vissuto tanto, risulta ancora più  difficile, districarsi dai grovigli emotivi e proteggersi dai colpi esterni. Una fragilità  estrema, e così  dolorosa da non trovare risposta. E se saltano i battiti, alla sola idea di un buio così  forte, la testa cerca un spiraglio di luce da cui partire, per non rendere sterili, lacrime e domande.

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