Estraneità  e radici.

Non ricordo con precisione quando l’ idea di vedere il luogo in cui sono nata si è  fatta per me tangibile, ma so con esattezza la sensazione di (illusoria) compiutezza che mi donava questa semplice certezza : l’ India era lì,  potevo andare, tornare, toccare, e tanto mi bastava. Col tempo, non bastò più,  avvertivo un fumoso senso di inadeguatezza,  spaventoso e attraente, nel suo distinguermi, in una realtà  in cui faticavo a trovare una dimensione. Desideravo partire, e nell’ incoscienza egocentrica dei miei sedici anni, avrei voluto partire sola, proteggermi dalla fatica emotiva che leggevo in faccia ai miei genitori, e di cui temevo di essere la causa, con il mio silenzio bisognoso di ritorno e certezze. Così,  pur partiti insieme, abbiamo vissuto viaggi diversi, ed è stata, ora lo so, un’ occasione persa, immolata alla paura non detta, alla tristezza non espressa, che, invece, si sarebbero sciolte sotto quel sole scottante e quelle notti di stelle, non abbastanza belle da soffocare le lacrime. Ricordo il mio zainetto rosso, in cui conservavo taccuino e lettore cd, sciarpa e cappello, e che, per un mese, restò  chiuso in fondo al letto, una volta tornati, custode di una presa di coscienza che temevo di fronteggiare. Mi trovai spaurita nei miei pochi anni, che pesavano però,  con un nuovo sentire, spiazzante e spaventoso: neanche quella terra accecante e fascinosa, brutale e ingiusta, bellissima, mi dava risposte. Un sentimento di estraneità profondissimo, che cercavo di negare a me stessa, e tornare, con più  domande, ancora una volta, senza un confortante senso di appartenenza. In quegli occhi luminosi truccati di nero, mi ero cercata, nei fiori odorosi, intrecciati a capelli simili ai miei, nelle stoffe variopinte, che movenze aggraziate non lasciavano cadere, nell’ incedere elegante, velato di riserbo ma cadenzato, come una danza eterna. I templi grandiosi e mistici, gli odori, sfacciati e persistenti, la natura abbacinante, e il caos cittadino, i suoni, i nomi, in ogni cosa avevo sperato di trovare una parte di me. Non la trovai, e il ritorno fu destabilizzante. Proprio questa percezione di assenza di equilibrio sancì l’ inizio di un viaggio più  lungo, affascinante e temibile. Sono partita alla scoperta di me stessa, e finalmente disarmata, con le mie paure nude,  esposte al mio cuore, prima che ai miei occhi. Ed ho scoperto, con meravigliato stupore, che non c’ erano risposte, perché  erano le domande ad essere sbagliate, e l’ unico luogo da indagare era in me, in quei nodi di rabbia, curiosità  e incertezza, in cui cullavo da sempre insicurezze e slanci repressi. È  servito tempo, coraggio e la disperata necessità  di vedere allo specchio un riflesso che mi somigliasse, ci sono state battute d’ arresto e sconforto, e compagni di viaggio che, talvolta inconsapevoli, mi hanno regalato punti di vista illuminanti, prospettive inconsuete e rivelatrici.  È  un viaggio in divenire, con tappe che si rinnovano e panorami da scoprire, ma ora non fanno più spavento; ho tessuto radici di amore e bellezza, non cercano terra, si dipanano coi pensieri, si nutrono di risate. Ho trovato la mia casa, la porto con me, si chiama famiglia: io, Lui, e un piccolo meraviglio. 

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