Racconti sommessi e grovigli urgenti.

Ritrovarmi in una situazione nota, volti diversi, identiche espressioni, medesima atmosfera; ed è inevitabile, pensarti tra la folla di sguardi in tumulto, o rivederti giocare a fare gli occhi dolci, sbruffone e insicuro. Ma è l’ illusione della memoria, tu non sei, e ad altri appartengono grovigli e desideri. In mezzo a questi altri, rieccomi,  grata al tempo, che da bravo compagno ha reso più lieve il confronto, regalando alla malinconia, accenti di tenerezza profonda. Condividermi, come sto imparando a fare, lavoro in solitaria, pesando righe e ritmo, per emozionarmi davvero, quando le faccio uscire da me. Parole che tornano gesti, per spezzare la catena di ritrosie, e poi storie belle, racconti sommessi. Allenare orecchie e cuore ad ascoltare in modo da accogliere, senza farmi travolgere, ché il confine è labile, e solo ricordarlo, mi rende la bellezza del confronto, la preziosa possibilità di scoprirmi riflessa, resistendo alla vertigine di cadere nello specchio. Leggere la fragilità e la forza, impastate nella stessa persona, vite srotolate con urgenza, e silenzi rivelatori. E infine, con occhi pieni e poca voce, la calda consapevolezza di sapere la strada di casa, sentirne la meraviglia su un treno che riordina i pensieri, trovarla in due manine impacciate di sonno, e l’ abbraccio di chi, fa sempre, che il mio, sia un ritorno felice. 

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Fratelli.

Ho avuto due fratelli, e nessuno di noi condivideva neanche un’ elica di dna, anzi, loro due non si sono mai conosciuti, mai incrociati,  in comune solo la famiglia, e il non esserci ora. Con ognuno di loro ho intessuto un legame diverso; col primo, abbiamo condiviso qualche anno di bambini, risate e un amore fraterno forte e bellissimo. Tanti giochi, bambole e macchinine,  inventarsi spadaccini e mamme amorevoli, burattini, cucine, montagne di lego, senza distinzione ci siamo divertiti e davvero mi è  stato fratello profondamente, con la sensazione di essere noi due, piccoli e pronti ad ogni avventura, con il sorriso in faccia, e una sfrontatezza ingenua e bellissima. L’ altro, portava in giro una vita già  pesante, e tanto dolore tenuto in gabbia sotto l’ esuberanza apparente. Ogni tanto uno scatto, una crepa nella maschera, lasciava intuire una fragilità  profonda,  un bisogno di essere bimbo, e allo stesso tempo, l’ incapacità  di esserlo fino in fondo, ma una scrollata d’ orgoglio, cancellava l’ ombra dagli occhi. Con lui è  stato molto più  complesso, trasformare l’ affetto, che quasi veniva naturale, in una realtà  concreta, di condivisione e fratellanza, gesti misurati, parole controllate, per non far bruciare ferite lontane, e allo stesso tempo, proteggere le mie debolezze. Mettere insieme  due infanzie precarie, e costruirne un puzzle di colori, poteva essere la nostra vittoria, invece, forse, fu un azzardo mal giocato. Ma pure, fratello, senza spazio per dubbi di legami sanguigni mancanti; entrambi li porto scritti sotto la pelle, con la nostalgia di quello che non sarà. Si crea una sorta di alchimia, laddove  trova spazio una condivisione profonda di storie, con radici in terre altre, incroci che sanno di una magia antica, concreta e  pensata, sporca di timori e dubbi e profumata di  desiderio e speranza. Luoghi in cui, quali che siano le proprie origini, si intrecciano in un nuovo innesto, che le porta in sé,  e regala aria e acqua, per farle svettare in rami verdi. E quanto ottuse appaiono, le considerazioni di chi, con inopportuna prodigalità,  si affretta a sincerarsi della qualità  dei legami familiari, cercando di carpire gli intrecci cui è  di fronte. Ma, spiace deludere, non c’ è  magia, non c’ è  inganno: è, solo, famiglia. Come ognuna, diversa e splendida, spesso con gesti simili e accenti ripetuti e un gergo fatto di aneddoti e parole inventate, differente e  uguale a tutte le altre, magari, talvolta, un po’ più  colorata. 

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Storie vecchie e nuove.

“Me lo devo ricordare, che non l’ ho fatto io, lo amo così  tanto…”  quanto amore, emozione in queste parole, che rivelano, fortissima e dolce, una ricerca di appartenenza. E però, non è  la verità.  I figli così  tanto amati hanno un passato in cui i loro genitori non compaiono, e breve o lungo che sia quel periodo, corrisponde al primo pezzo della loro esistenza, negarne l’ importanza, è  un po’ negare il loro vissuto. Lo so, è  l’ emozione che parla, ed usa parole dettate dal sentimento profondo e bello che unisce le famiglie,  eppure, nasconde tra le pieghe il timore di dover affrontare una realtà  semplice e spaventosa, di un’ intimità  da costruire e non data. In realtà,  anche con i figli “di pancia” non sempre il legame è  di subitanea intimità,  tante sono le variabili, ma forse, vi è  più  serenità  che poi le cose si aggiusteranno, naturalmente.  Coi figli adottivi, madre natura deve far spazio a relazioni costruite, un gesto dopo l’ altro, con tentativi emozionanti e scoperte  nuove, momenti preziosi per la nuova famiglia. La storia del proprio figlio è  una ricchezza in più,  anche se dolorosa, rielaborata insieme, si rivela ulteriore motivo di unione. Certo, non è  semplice fare i conti con le vicissitudini, spesso dure, ingiuste che i propri figli hanno attraversato, si mescolano con l’ idea di risarcire un vuoto e il senso di incapacità di poterlo realmente fare. In effetti, il buco nero non si cancella, non si dimentica e rimane, per fortuna. È  parte della propria storia, ed è  anche uno dei pochi legami che si mantengono con il paese natale, ed incide, in modi diversi, sullo sguardo che si ha sul mondo. E allora che belli i nomi dai suoni diversi, da scoprire e custodire, preziosi fili da non recidere, e colori da cercare tra le immagini e i ricordi; anche le lacrime, ché  la memoria restituisce pure le tristezze, ma condivise scriveranno una nuova storia, che inizia da un incontro, da occhi che si cercano e col tempo imparano a riconoscersi.  Adottare è  accoglienza in senso alto e completo, un abbraccio che esce da se e accoglie quei momenti che il proprio figlio ha vissuto con altri volti, e da questa stretta rassicurante ci si potrà staccare, sapendo di trovare sempre un posto sicuro a cui tornare, sempre accolti in ogni fragilità, ché  ogni famiglia è  un impasto unico e irripetibile. Poco importa se le prime foto hanno bimbi neonati o volti già  vispi, l’ unicità  rimane nei sorrisi di quelle seguenti, disegnati in sguardi che hanno imparato, insieme, ad appartenersi.

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2 aprile.

Ci ho pensato ieri sera, prima di spegnere la luce. Stamattina, guardando l’ ora, ho visto anche la data, ho spento un respiro in gola, ma poi, il meraviglio scalpitava, la micina chiamava coccole e siamo zompettati tutti giù  dal letto per far colazione. Non ci ho pensato più.  Finché il piccolino giocando mi ha abbracciata stretta stretta e mi ha detto “Mamma è primavera anche col sole grigio?”. E ho ricordato un altro giorno di aprile, con una luce da quadro impressionista, che balza fuori con l’ inutile nitidezza dei particolari, insieme a quello che non sapeva di essere un ultimo saluto, rimasto senza risposta. Potrei ripercorrere ogni istante di quelle ore, di  giornata qualunque, un po’ pigra, dopo le feste, col cielo terso  a promettere primavera,  e invece è  piombato addosso, e ci ha atterriti. Ricordo i rumori di sottofondo, come il suono di una tv accesa nell’altra stanza, un ronzio continuo, che una volta spenta,  lascia un silenzio irreale e disturbante. Così  i pensieri di oggi, mi scuoto, rincorro le ore nel loro rotolare allegro,  bimbo e gatta come colonna sonora,  e qualche pezzo di malinconia appiccicato, dove non riesco quasi a vederla, solo a sentirla, in sordina. Il piccolino mi regala inconsapevole un sorriso di sogni felici per far contraltare ai pensieri bui e  ne alleggerisce il peso. Eppure, quando mi trovano sola, aspettando il gorgoglio della moka o togliendo qualche vestito dalla sedia, un singhiozzo si interrompe, tra il cuore e il respiro, fermato prima che si faccia suono, che di là  mi aspettano per giocare ai colori. È  il mio modo di sostituire tombe e cimiteri, raccontarlo nei ricordi, quel bambino arrivato con troppo  dolore, che non ho saputo leggere, sopraffatta dal mio. Ci siamo incontrati con bagagli pesanti, ci siamo inventati fratelli, in un modo nuovo, privo della complicità  dell’ infanzia condivisa, con qualche ombra e scontro, inevitabile,  parlavamo linguaggi diversi. Eppure fratello, non meno del primo, perso anche lui, e nelle vecchie foto si seguono,  mi hanno accompagnata a diventare grande, ognuno un pezzo, come una staffetta, peccato non ci siano per festeggiare l’arrivo. Porto il dolore nel mio campo di gioco, qui, dove mi sento al sicuro, scrivo la memoria e le affianco il presente, diluisco il tempo passato con quello che verrà, e vivo ora, con un’ assenza che si sente ma si fa stemperare, nella felicità  caotica e allegra che due ometti, e una gattina nera, disegnano con me. E stasera arriva la mia amica, e faremo cose belle; e torna il mio compagno di avventura e rideremo. Un sorriso, per disperdere il grigio.

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