Uscire da sé. 

Ne hanno parlato molto e ho letto molti dibattiti accesi in proposito, perciò  alla fine, l’ ho visto anche io, il video in cui la Litizzetto si rivolge ad un figlio/a adottivo/a, e mi è  piaciuto. Vi sono, in quella lettera, termini o concetti che non condivido pienamente? Si, anche più  di uno, ma nel complesso, mi è  sembrato un buon modo di affrontare l’ argomento “adozione”, tenendo conto che il video era inserito in un programma di intrattenimento di prima serata su una rete generalista. Mi è  sembrata una lettera piena di emozione, e mi sono un po’ stupita leggendo la quantità  e la veemenza delle critiche che ha suscitato. Non era un saggio, né  una lezione, ma un’ esperienza raccontata.  A molti non è  piaciuto, tra le altre cose, l’utilizzo del termine “rinascita” riferito ai figli adottivi (o in affido). Lo capisco, ci si può leggere una volontà,  più  o meno consapevole,  di sminuire l’ importanza delle origini, e dei legami del proprio figlio, una negazione, che in effetti si trova in alcune famiglie. A me però,  contestualizzando il testo, è  parso più  il desiderio di enfatizzare il bello di un modo di divenire famiglia diverso, forse un po’ ingenuamente, ma non con intenti negativi.  Ovviamente  ciascuno fa da cassa di risonanza  a ciò  che ascolta con i propri filtri, professionali e personali, ma credo che sia importante tenere presente due piani di pensiero, che non confliggono, anzi, a me paiono complementari, ma è  utile saper distinguere.  Infatti, nei confronti sulle tematiche adottive (ma probabilmente in ogni campo che metta in gioco il fattore “umano”) spesso sembra di assistere ad un fronteggiarsi di schieramenti, in cui alla fine rischia di perdersi il focus, nell’ intento di portare avanti il proprio pensiero. Leggo poca capacità di uscire dal proprio vissuto, ed avere una visione d’ insieme; certo è  fondamentale tenere conto delle storie personali, e rappresentano una base da cui partire, ma forse, riuscendo ad allargare lo sguardo ad una visione più  ampia, anche fatta di contraddizioni, di modi di agire dettati soprattutto da timori e insicurezze, più  che da reale mala fede, si potrebbe pensare che ognungo cerca la serenità  in modi differenti e se diamo risalto alle storie personali,  il rispetto è  dovuto anche a quelle che raccontano vissuti lontani dai nostri.  Questo non per minimizzare la gravità di alcuni casi, trovo, sempre, fondamentale che si affrontino i fallimenti,  le difficoltà e le ferite delle situazioni controverse e negative. Ma pare rara, la capacità  di empatizzare anche con ciò  che è  altro da noi, e che magari ci fa risuonare vecchi fantasmi. Sarà che, da quando vivo anche io l’ avventura di essere genitore, non riesco a non pensare anche a loro, a quelle quattro persone, che in modo diverso mi hanno dato la possibilità  di essere, qui e ora, a costruire la mia felicità.  Nelle parole della Littizzetto,  io leggo una madre innamorata, così  tanto, dei suoi figli, che a me il qualcosa che stride, é  piuttosto il  ” sei più figlio”, che sottintende un confronto che trovo un po’ assurdo, come se ci fosse un metro di giudizio a cui far riferimento, mentre adottare un figlio a me pare, semplicemente un modo di diventare famiglia, in cui “diverso” è  una caratteristica e non un giudizio di valore. Ma anche questo mi sembra comprensibile, il pubblico di una prima serata televisiva, probabilmente poco sa di adozione e  delle sue dinamiche, perciò  mi pare apprezzabile il gettare una luce, positiva, sull’ argomento.  È in questa prospettiva, “ri-nascita” mi pare la speranza di poter vedere felicità  negli occhi di un figlio, sapendo che prima ci possono essere state situazioni faticose. Credo ci possano essere altre sedi e altre professionalità  a cui far riferimento per il confronto su termini e tematiche, in fondo se l’ intento è  far ” cultura dell’ adozione”, ci sono più  ambiti per farlo e mi pare utile modulare messaggi e sfumature anche in base al contesto.  Per chi sente parlare per le prime volte di adozione,  credo possa essere utile anche un monologo che infonde fiducia, dato che poi, la realtà  entra nelle nostre vite con la sua splendida imprevedibilità,  ma sono altre storie e altri i luoghi in cui elaborarle, che un programma televisivo.

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