Diventare grandi e trovare parole.

Un tempo non capivo, quando mio fratello scriveva nella sua ultima lettera, che lo avrebbero sempre visto come diverso, che sarebbe sempre stato straniero.

Sono cresciuta in una bolla rassicurante, con una cerchia di amici e familiari, con cui ci proteggevamo a vicenda, dalle miserie del mondo. Qualche mese fa, nella città in cui sono cresciuta, è stato ucciso un (altro) uomo, scelto tra la folla, perché il suo colore non corrispondeva alle preferenze di qualcun altro. Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, ma ho aperto gli occhi, ho finalmente compreso, cosa lo spaventava tanto, e ha contribuito a non fargli avere prospettiva per il futuro.

Non lo sentivo, io, quanto può far male essere diversi, lo sapevo, certo, vedevo le occhiate sul bus, le borse tenute strette, i nasi arricciati con ostentazione, ma ero già più grandina forse, avevo avuto il tempo di farmi rassicurare dalla rete di sicurezza degli amici, quegli isolati atti di discriminazione erano raramente cattiveria reale, molto spesso ignoranza. Mi sono rifugiata nei libri, ho trovato tra le pagine la rassicurazione che la mia diversità non fosse una cosa brutta. Per mio fratello non è servito, non è bastato, la famiglia, gli amici, troppo dolore aggrovigliato si portavo dentro. E molto di più, ha incontrato sguardi obliqui e parole stonate, che dentro di lui, hanno trovato un’ eco crudele. Non me lo immaginavo che il mondo fuori da noi, potesse essere così spaventoso, le mie paure erano tutte dentro, le sue , certamente annidate in lui, hanno trovato uno specchio rumoroso all’esterno. Io non so, e credo non potrò mai sapere, esattamente, come a sedici anni, ci si possa togliere la vita; ipotizzo un miscuglio di dolore scritto dentro ed esasperazione adolescenziale, che non hanno trovato soluzione in alcun modo..

Per moltissimo tempo, ho creduto di dover vivere anche per lui, sono dovuta essere grande, per lasciare andare questo senso di responsabilità nella sua vita mancata, e comprendere che potevo vivere per me stessa.

È passato molto tempo, sedici anni, e mi manca, forse ora più di prima. All’ inizio la mancanza era un abisso melmoso, di rimpianti e ipotesi mozzate, ora, è una nostalgia struggente, per qualcosa che mi posso solo immaginare e non è mai stata.

Mi mancano entrambe, i miei fratelli, in modi diversi, ma per ognuno, cerco parole per raccontarli al piccolo Elia. Ci penso da quando è nato, non intendo mentirgli, e se per ora, gli è stato detto che i bimbi nelle foto con la sua mamma, erano amichetti, adesso che inizia a chiedere di più, troverò il modo di raccontargli la loro storia. Cercherò accenti dolci e tenerezza, ma da me, saprà chi erano e anche che non ci sono più, e che si, la sua mamma “li manca” molto e sempre, ma dicendoli a lui, li sente un po’ più vicini.

Quando ho iniziato a fare incontri con i genitori adottivi, avevo spesso timore di parlare dei miei fratelli, temevo di impaurire, giacché, per me sono parte della mia vita e chi mi conosce, sa che spuntano nei miei discorsi, ma, mi chiedevo, se sarei riuscita a far vedere dietro il dolore, contingente e personale, e a porre l’accento sulla necessità di ascolto, empatia e presenza di cui i figli adottivi hanno spesso maggiore bisogno. E tutto questo in senso propositivo, ché giudizi e spauracchi si ascoltano poco e funzionano ancor meno.

“I figli che arrivano, sono quello che sono sempre stati, e quindi, se li adottano (i genitori adottivi) devono sapere che non bisogna aspettarsi troppo da loro, non bisogna pretendere troppo”. Questo diceva mio fratello, in un documentario a cui partecipammo*, e questa frase, è un colpo secco, ogni volta che la ascolto; ma, al di là della storia di Anthony, credo che dia uno spaccato molto lucido, di quello che per alcuni figli, è un sentire molto forte.

Allora, forse, ho trovato il modo di non vivere al posto suo, né del mio piccolo fratellino Dominic, ma di sentirli presenti, trasformando il dolore per la loro assenza, in spinta ostinata a raccontare la loro storia, aggiungendo sfumature alla mia esperienza, rendendo rumoroso il pensiero di chi, ancora, non ha, forse, la solidità per farlo ma ha bisogno di voce. Siamo in molti, figli adottivi, ormai adulti, a spenderci in questo senso, ognuno ha il suo suono, per qualcuno, come per me, il proprio vissuto si intreccia strettamente con la propria professione, per altri è il piacere/ bisogno di condivisione, ed io credo fortemente che ognuno sia prezioso, anche solo per il fatto che maggiori sono le prospettive e più realistico sarà il quadro di insieme.

Di lavoro ce n’è ancora molto, come tutte le cose importanti, non è semplice, ma regala, sempre, bellezza.

* L’ insonnia di Devi, di Costanza Quatriglio, regista sensibile, e, da allora, amica-sorella.

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2 risposte a "Diventare grandi e trovare parole."

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