Le storie degli altri.

Da sempre, ogni volta che mi innamoro di una storia, che sia libro o film, o anche raccontata, mi trovo a cercare ciò che ci ruota attorno, la mappa del luogo in cui è ambientata, foto, le musiche che vi ho trovato dentro, i quadri di cui si racconta, qualsiasi cosa. E, soprattutto, le storie dei personaggi secondari, dei cattivi, sfortunati o crudeli che siano. Amo tutte le riletture delle fiabe classiche, da alcuni libri, che mi sono piaciuti quanto, e a volte più delle storie di partenza, a quelle che da un po’ di tempo si vedono, più o meno riuscite, in film o serie tv, e , per iniziale curiosità, poi le seguo quasi tutte.

Mi cattura l’idea di scoprire dove iniziano certi comportamenti, dove si trova il punto di rottura che determina alcune scelte. Anche per questo, nei laboratori di scrittura che ho immaginato, e che conduco, c’è, sempre, un momento di ribaltamento della prospettiva, in cui il gioco diventa quello di raccontare la stessa storia dal punto di vista di un altro, e poi, di raccontare la sua , di storia. Lo trovo un modo di allenare uno sguardo più ampio, perché non esiste mai una storia sola, ma vite intrecciate, che non prescindono una dall’altra, e che , solo nel loro insieme, permettono una visione realistica.

Non è sempre semplice, e in ambito adottivo, parlare di madri e padri assenti, che hanno lasciato i propri figli, immagino la difficoltà nel pensarli, senza giudizio. Eppure, credo che solo lavorando sul proprio sentire rivolto a quelle figure, che possono essere più o meno presenti nella memoria dei propri figli, ma che, sicuramente fanno parte del loro bagaglio di ricordi emotivi, di pelle e odore, e gesti impressi seppur sconosciuti, solo così si possa accompagnare il vissuto dei propri figli. Spesso ci si trova di fronte ad una ricerca che valica i confini di luogo, e scava dentro se stessi, un viaggio lungo e fondamentale, con fermate e deviazioni personali, ma imprescindibile, e servono braccia presenti, per sostenere le cadute, e passi indietro, per non sovrapporre i propri tempi, il proprio vissuto, a quella che resta la loro avventura. Accompagnare, non prevenire, né indirizzare.

Allora, mi pare un buon modo, pensare alle storie degli altri, a vissuti lontani , per tempo e spazio, ma sopratutto per contingenze, e provare a pensarsi in quella realtà. Uscire da sé, per trovare specchi nuovi, con la cui immagine confrontarsi.

Raccontiamo le storie dei brutti e cattivi, non perché sono più interessanti, più avventurose, come ci dicono nei film. Ma perché, i brutti e cattivi, siamo noi, senza amore, senza possibilità, senza certezze. I brutti e cattivi potremmo essere noi, e se così non è, molto spesso, si tratta solo dei casi della vita, che ci hanno fatto vivere in luoghi e modi che rendono più semplice non cadere, o più possibile, rialzarsi.

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