Ormai, è cosa certa, e chiara ai più, che nella vita di una persona adottata, arriva un momento in cui far i conti con la propria storia, e con i ricordi, o la loro assenza. Ognuno declina il proprio percorso, e la serenità la si può raggiungere in molti modi.

A volte a, spingere forte, è il desiderio di cercare legami con qualche familiare, riallacciare fili tagliati, anche se non sempre ricordi vividi, sono pur sempre arrotolati nella memoria. Altre, è un richiamo ancestrale, a ri-tornare nel paese in cui si è nati, per ritrovare odori, sensazioni e colori, che rendano una qualche familiarità col luogo. Tante sono le sfumature in cui si può declinare la necessità di far ritorno, si alternano sensazioni diverse o convivono tutte assieme, ma ognuna merita ascolto.

E, la necessità di un ritorno, vale anche per le adozioni nazionali, in cui magari la distanza dal luogo di origine è più contenuta, ma si sa bene ormai, che si tratta di una distanza emotiva e di contingenze sociali, più che di chilometri.

Perché, se la tua storia è iniziata in un luogo diverso, da quello in cui cresci, è lì che si andrà a guardare, per ritrovarne l’inizio.

Si torna per cercare e sperando di trovare, a volte. Ma per chi sa che non ci sarà nessuno da cercare, perché la vita ha regole sue e la burocrazia anche?

Io, profondamente, credo che , più ancora di chi o cosa si possa trovare, sia il viaggio stesso, a sancire un passaggio importante. È, se non altro, un modo per avvicinarsi ad un vissuto che può essere pieno di ricordi, oppure sprovvisto anche di informazioni.

È un viaggio che inizia prima di partire, affonda radici in domande di senso, che non sempre troveranno risposta, e spesso si modificheranno e ne porteranno di nuove. Ma una volta partiti, si continuerà a viaggiare.

Non è detto che si tornerà con la valigia piena di quel che si desidera, ma si avrà un pezzo di puzzle in più.

E, questo viaggio, si può concretizzare un un biglietto ed una partenza, ma anche essere vissuto dentro se stessi, e se il primo non è, per tutti, essenziale, penso che il secondo sia imprescindibile.

Perché si può non avere necessità di compiere un viaggio fisico, ed essere sereni e felici della propria vita, ma credo che, almeno nella maggior parte dei casi, un momento in cui le domande si affacciano, sia parte del percorso verso una consapevolezza di sé più ampia ed articolata (considerazione valida per molti, se non tutti, adottati e non).

Il mio viaggio, è stato decisivo, un punto di svolta, ma invece di essere risolutivo, come mi ero immaginata prima, si è rivelato l’inizio di un percorso più lungo. Potrei dire che è stato un viaggio srotolato in due dimensioni, indispensabili entrambe.

La prima è stata quella sensoriale, fisica, in cui sentire la pelle sotto il sole e l’umidità indiana, ascoltare rumori che non ricordavo e sapori che non riconoscevo, ma che in qualche modo sentivo di avere dentro, come eco di una possibilità passata. Ho visto tratti simili ai miei, colori e odori, che trovavo al tempo stesso affascinanti e respingenti, in un balletto continuo tra straniamento e appartenenza.

L’altra è stata la presa di coscienza, dolorosa, al rientro in Italia, di un disequilibrio che ormai si era rivelato lampante e non poteva essere ammansito dalla consolante sicurezza degli affetti familiari.

È servito tempo, molta letteratura, un po’ di filosofia, qualche incontro illuminante, e il desiderio di andare oltre me stessa, aprire la finestra e osservare altre vite, ascoltarne i riverberi, per trovare che non ero sola.

Gli anni sono passati, ho perso persone importanti, ho conosciuto chi sapeva amare anche i miei pezzi mancanti e ho fatto nascere chi mi ha regalato uno sguardo nuovo, che costruisce bellezza da far uscire dai buchi neri.

Ci sono viaggi per trovare un senso dentro di sé, e ci sono quelli che affondano i piedi nella terra bagnata, e nel pavimento viscido di un tempio.

Per me sono stati vitali entrambi, in un intreccio indissolubile, l’ uno riflesso esatto dell’altro, mi hanno reso un’immagine nitida, in cui ritrovarmi.

Aspetto la prossima volta, in cui tornare, per far vedere dove sono venuti a prendermi “a cavallo di un elefante, combattendo tigri e leoni, perportarti da papà e farti essere la mia mamma”

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