Incubi e ponti

Si sveglia, piangendo disperato. “Mamma, papà, dove siete? Dove siete?”. Corro da lui (tre passi, massimo quattro tra le nostre camere). “topino, amore, sono qui.” Con le braccia strette al mio collo, mi bagna l’orecchio dicendo “vi avevo perso, ero solooooo”. Un brutto incubo. Cura, coccole nel lettone.
È normale, una delle paure ancestrali che, prima o poi, abbiamo provato tutti. A volte, continuiamo a provarla anche da grandi.
E stamattina, in pigiama e con questo piccolo uomo in braccio, ho compreso qualcosa che ho sentito dire spesso e mi è sempre sembrato vago e fumoso.
Si dice “fare cultura dell’adozione”, e, a parte la definizione, che non amo particolarmente, forse solo ora ho trovato il senso, per me.
Perché trovo profondamente umano che spaventi chi non la conosce e comprendo anche chi, una volta saputo che sono adottiva, mi guarda con tenerezza, “mi dispiace”. Ed hanno ragione, non perché la mia storia sia triste o brutta (non più di qualsiasi storia, di qualsiasi persona), ma perché si fermano a quello che è lampante: se sei stato adottato, sei stato abbandonato (perso /lasciato/fuggito, in un qualche modo hai subito uno strappo nel tuo vissuto). Solo conoscendo il seguito, quello che può accadere, di bello, in seguito a quello strappo, si può cogliere anche la bellezza di un bambino che trova famiglia.
Allora, il senso per me, è raccontare. Raccontare tutto, il prima e il dopo, senza tralasciare fatiche e gioie, ché è inutile, fanno parte di tutte le vite.
E ascoltando. Prendendomi il tempo per sentire la paura di chi mi è di fronte, e di adozione non sa o non conosce, e magari si fa spaventare dagli echi che questa fa risuonare in sé. Accogliere la fatica, e la necessità di elaborare il proprio vissuto, per poter riconoscere quello di altri.
Farsi ponte, tra ciò che so, che sento e che ho imparato (anche, molto sui libri) e chi si affaccia, magari per la prima volta, su questo mondo fatto di tante sfumature, colori brillanti e grigi profondissimi.
Costruire ponti, e aver sempre la voglia di attraversarli.

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