Oggi, con Elia a casa, ancora malaticcio, abbiamo fatto il primo ragù della stagione. Abbiamo pelato, tritato, mescolato insieme, e questo cucinare lento, mentre lui mi riempiva di racconti e domande, mi ha fatto saltare nella cucina della mia casa fiorentina, la prima, quella dell’infanzia e dell’adolescenza appena iniziata. Cucina piena di ricordi, e luogo dove mia madre, riusciva a tessere un legame che andava oltre alle parole, a me tanto care, e utili, ma per lei faticose, quasi ostili, almeno quelle delle emozioni. Perché lei, i sentimenti li fa, li agisce, e non li racconta. Forse pudore o magari crede di sporcarli o di sminuirli, cercando parole per loro, probabilmente, tutte queste cose messe assieme. Non so, ancora non l’ho capito, ma in realtà poco importa, abbiamo linguaggi diversi, eppure troviamo il nostro terreno comune tra pentole e ricette, che ogni tanto ci scambiamo: le sue, rodate e che sanno di tempo e lentezza, le mie, colorate e piene di semi e mandorle. Insieme, chissà come, si incastrano bene.
Sarà che, diverse, si piacciono. Come noi.

Iniziare scrivendo di un ragù, e finire con chi mi ha insegnato a farlo. Quello e molto altro…

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