Penso ai miei nonni. Lui, da parte di babbo, falegname dalle mani fortissime, che su di me si posavano piene di tenerezza, mescolate ad odore di trucioli e caramelle d’orzo. Lei, da parte di mamma, che ancora ascolta i racconti di noi nipoti, dicendo, dall’alto dei novantatre anni “I miei figli mi annoiano, ormai sono vecchi. Invece voi, voi mi fate sognare”. E sognare mi ha fatto davvero, lei, quando non sapevo più come sopravvivere alla tristezza, mi ha insegnato la felicità.
Penso ai nonni del Meraviglio, due lontani e persi in vite che hanno lasciato poco spazio ad altri, anche se il piccolino riesce a regalargli qualche sorriso. E i due che conosco bene, che da quando è arrivato hanno seguito alla lettera la teoria per cui “noi la nostra parte di severità l’abbiamo già fatta. Adesso facciamo i nonni, e per il resto sono cavoli vostri”. Che gi hanno regalato un libro sull’ Odissea, in inglese, e con illustrazioni bruttarelle, che è uno dei suoi preferiti e quando lo leggiamo mi dice con gli occhi brillanti “questo, è quello dei nonni”.
Li sento parlare in modo tutto loro, raccontarsi cose piccole come avventure e cose grandi come fatto quotidiani. Hanno costruito un amore fatto di lunghe videochiamate e incontri speciali, in cui non esiste nient’altro se non loro tre, e il cane Gigi.
Quanto amore sanno fare, i vecchietti e i bambini insieme.

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