Me la ricordo bene, questa sera qui, di sei anni fa.  Sono andata a dormire piangendo, perché dopo essere iniziate, come da un po’ di sere accadeva, le contrazioni si erano fermate, ed io ero esausta di paura e di desiderio. Paura del dolore, certo (sono fifona, impressionabile e con una soglia del dolore ridicola), ma, soprattutto paura di non saperlo lasciare andare, quel piccino che smaniavo di conoscere. Perché lo sapevo  visceralmente, e al primo sguardo, davvero ci siamo riconosciuti. Ma temevo, proprio per questo, di non riuscire a lasciarlo andare, a scoprirlo fuori da me, profondamente diverso e inesorabilmente figlio.
Dopo essermi calmata, un sonno piccolo, agitato, uno dei miei, interrotto dal segnale decisivo. Acque rotte, ma nessuna contrazione. La chiamata in ospedale, cercando di non svegliare lui grande, e poi, dato qualche problema avuto qualche mese prima, una doccia al volo e via, in macchina, per non rischiare, per controllare.
Da lì, in ospedale, tra un dolore ancestrale, annichilente e infine anche un grande spavento, ho aspettato fino alla notte dopo per conoscerlo.
Una notte lunga, una delle più lunghe della mia vita, una delle più sconvolgenti. Ma al termine di quella, la mia rivoluzione. Sentivo più che mai la vicinanza con la giovane ragazza indiana, la mia mamma indiana  che mi aveva fatto nascere, chissà dove e chissà come, sperandola accudita, ma sapendola più realisticamente sola. In quella notte, sono tornata figlia, vedendo  lo sguardo preoccupato della mia mamma, posarsi su di me, come quando, da piccola, mi curava L qualche malanno. In quella notte, poi, sono nata madre. La sua.
Domani si festeggia, con le torte a scuola, e la pizza di sera, impastata da me e stesa col papà, le candeline, una bibita per festeggiare e un pacco con la carta a righe e un fiocco grande che aspetta nascosto nell’armadio, con un biglietto tutto per lui, che ama i regali così, con i fiocchi e parole di amore.
Piccolo Meraviglio, stai diventando grande.
Oggi, auguri a me. Domani  sarà il tuo momento.

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