Per oggi il mio bimbo grande doveva portare a scuola una scheda “la mia storia”, in cui c’erano domande sulla famiglia, sulla provenienza di bimbi e genitori, sulle usanze del luogo in cui sono nati.

Lui non ha avuto problemi a compilare tutto, si è lamentato solo di non avere abbastanza spazio per scrivere che ” Mamma Devi è nata in India, poi è stata adottata dai nonni ed è cresciuta a Firenze”; io gli avevo detto di scrivere quello che preferiva, anche solo Firenze o India o entrambe come provenienza, ma è un tipetto preciso e abbiamo disegnato due righe aggiuntive.

Sull’usanza del paese da cui proviene ha messo “Natale” e quindi a noi è andata liscia così.

Però.

In classe sua c’è una bimba adottata con adozione internazionale un’annetto fa, e ci sono altri bimbi con situazioni familiari complesse o quantomeno articolate.

La scheda peraltro era scritta in un italiano discutibile, temo presa e stampata senza neanche correggerla da qualche sito.

Mi rattrista e mi fa arrabbiare che così poca attenzione sia ancora rivolta a questo, che non si cerchino soluzioni alternative (sappiamo ormai che ce ne sono molte) per introdurre lo studio della Storia, e che ci sia così poca cura nello sguardo che possiamo su una cosa tanto preziosa quanto il racconto di sé e, l’eventuale, condivisione.

Non serve a molto scriverlo qui, ma mi concedo un piccolo sfogo, poi torno a fare quello che posso, e che amo: ascoltare, formare, raccontare e proporre narrazioni e sguardi ampi ed accoglienti.

A volte però, che fatica.

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