Da molti anni, da quando mi occupo di formazione in ambito adottivo, mi capita di essere invitata ad incontri in cui si chiedono “testimonianze ” sulla propria storia adottiva.

Inizialmente aderito con entusiasmo ed erano davvero occasioni molto belle di scambio, col tempo però ho deciso di non farlo più, non nei termini in cui veniva proposto almeno.

Da sempre ho avvertito, pur nella ricchezza e nell’emozione di queste situazioni, una sensazione di svuotamento, a seguire. Rovesciavo me stessa, in parole e e viscere, di fronte a persone che mi ascoltavano con gli occhi lucidi, talvolta commossi, altre rattristato, partecipi. Srotolavo vita e pensieri, travolgendo e facendomi travolgere da un misto di bisogno di essere utile e volontà di rassicurare, lenire, curare paure e timori.

Non andava bene. Per me di sicuro, ma neanche per loro.

Partiamo dal termine usato : “testimonianza” che già non amo perché con un’eco legata alla sfera religioso e a quella giuridica (si è testimoni di fede, si testimonia in tribunale), a questo preferisco ed utilizzo “storia di vita/ racconto di vita”, questo perché per quanto valore abbiano le singole storie (e ne hanno molto), il rischio è che vengano prese ad esempio, come una sorta di agiografia, senza conoscerne peraltro, tutti i risvolti che si intrecciano in esse e quindi senza averne un quadro completo.

È utile guardare la questione da due angolazioni, da una parte ci sono i genitori che hanno adottato, che, comprensibilmente anche, sono alla ricerca di esperienze, in una fame continua di conferme e rassicurazioni.

Dall’altra ci sono le persone che sono state adottate che si raccontano un po’ per bisogno personale (l’atto di raccontarsi, il farlo e rifarlo in sé può essere già un primo passo di elaborazione del vissuto) un po’ perché l’ego viene coccolato, in modo sottile, dal ricevere tanta attenzione, e dal vedersi ascoltati con interesse, tanto più se magari si è avuto esperienza di contesti in cui poco o niente si è affrontato la propria storia e l’adozione in generale.

Questo doppio canale di bisogni, rischia di creare un corto circuito, per cui le vite narrate sono percepite come esempi a cui aspirare o da cui rifuggire, autoconfermando le proprie convinzioni o alimentando insicurezze, e da parte delle persone adottate, la vertigine di tanta attenzione può far perdere la necessaria contestualizzazione anche del prorpio racconto.

Teniamo infatti presente che anche quando si racconta di se in modo libero e quanto più possibile spontaneo vi è sempre, più o meno consciamente, una scelta di quello che si racconta, e sarebbe quindi auspicabile che tale scelta venga fatta consapevolmente sia per chir accorta sia per chi ascolta.

Le storie personali sono preziose, meritano di essere accolte in quanto tali, senza che vengano trasformate, loro e i loro proprietari narratori, in santini a cui ricorrere per dissipare dubbi con certezze granitiche.

La vita è complessa, imprevedibile, articolata e talvolta contraddittoria, può essere utile partire da esperienze personali se poi si riesce però ad astrarre i concetti e leggerli in prospettiva e in chiave più universale, sempre consci che si tratta di storie, e che come tali sono uniche e non sovrapponibili.

Io oggi (e da un po’di anni) racconto pezzi di me che scelgo e seleziono in base a ciò che voglio comunicare, ascolto e mi confronto con altri, sempre sapendo che sono sono parti di puzzle più ampi.


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