Pensieri faticosi, e dovuti.

Dopo qualche tempo, provo a mettere in fila i pensieri, che sono stati in questi giorni, tanti e faticosi.

Non parlerò di lui, di un ragazzo morto troppo giovane, che si è ucciso e non sapremo mai davvero il perché. Per un motivo semplice, quasi banale ma che sembra venga scordato da chi, da ogni parte ha bisogno di appiccicargli una ragione per inscatolare il suo dolore.

Ebbene, la ragione non la sapremo: solo lui la conosceva.
Nessuno, neanche la persona più vicina, può dirci perché e credo anche che non serva, non è questo il punto e, soprattutto, si rivela solo un aggiungere dolore a chi, di questo “perché” sentirà il peso per tutta la vita.

Dunque non diciamo niente? Tutte le questioni sollevate? Il razzismo, l’essere stato adottato, i compagni che non lo accettavano, la famiglia e le sue, eventuali, fatiche?

Per prima cosa, noto che è sempre più diffusa la percezione distorta per la quale “se non appare sui social non esiste”, se non si fanno dichiarazioni immediate, a caldo, emotive e che parlano alla pancia delle persone si è distaccati, insensibili e poco solidali.

Mi pare ovvio che non sia così, che scegliere il silenzio sia una scelta ben precisa e che mette in primo luogo il pudore, dovuto, dinanzi ad un dolore così grande, quello di chi non c’è più, e quello di chi resta.

Questo silenzio mi è sembrato dovuto, non perché coinvolta dal richiamo emotivo di questa morte, così simile a quella di mio fratello, ma come persona che dinanzi a ció che non può sapere, e che però provoca sofferenza in altri, si ferma, fa un passo indietro e accetta che no, non si può comprendere , capire e dare la propria opinione su tutto, non si può e, a mio avviso, non si deve.

Ho letto motivazioni di vario genere, ipotizzate e date per certe, mentre l’unica cosa che mi appare sicura è proprio che queste tragedie sono impastate di dubbi, di un miscuglio di ragioni, e che stabilire, dall’esterno, quale debba essere la principale sia una mancanza di rispetto per chi le ha provate, quasi a voler classificare il dolore, appiccicandogli un’etichetta di quello che risuona più forte dentro di noi.

È che fa paura, l’idea di non saper riconoscere tanta sofferenza, ma è un dato di fatto, il dolore a volte si nasconde o a volte non sappiamo vederlo, ognuno per il suo motivo, ognuno per la sua storia. E non sarà trovare colpevoli che allontanerà questa possibilità.

Ci sono strumenti, luoghi e tempi consoni a portare avanti riflessioni, analisi ed azioni concrete. Luoghi e tempi che sono anche lontane dai social, che possono essere uno strumento utile ma non certo il solo, e che troppo spesso vengono visti come una vetrina in cui se non si è dentro non si esiste.

Sarà stato ANCHE il razzismo
ANCHE l’essere stato adottato
ANCHE il sentirsi diverso
ANCHE l’essere trattato da diverso
ANCHE sentirsi sradicato.
Ma soprattutto, sarà stato un insieme di variabili che non è dato sapere e davanti a cui, ci si può solo fermare, fare silenzio e avere pudore di qualcosa che non si comprende.

Si dice chiedete alle persone che sono state adottate, a quelle di adozione internazionale, che queste fatiche le sentono addosso.

Ecco, pur essendo evidente, che alcune di queste sono certo anche le fatiche di altri, nessuno di noi potrà dare motivazioni al SUO “perché”, nessuno può.

Scandagliare il suo animo non porterà risposte, e arreca dolore a chi ne vive già, mentre serve indagare dentro di noi, interrogarci davanti allo specchio, sapendo che ci dovremo sforzare di non scappare davanti alle domande più dolorose a cui cercare risposta, e sapendo anche che forse una risposta non la troveremo, non subito,non valida per tutti,non valida per ogni momento.
Più doloroso, più complicato ma credo, più utile.

Il Meraviglio cresce.

Il Meraviglio questa mattina si è alzato prima di tutti e ha voluto preparare la colazione. Con qualche dritta materna (su quale numero la rotella del tostapane? Quanti minuti il tuo the in microonde, papà vuole corn flakes o granola?) ha disposto tovagliette, tazze, e tutto il necessario.

È riuscito anche a resistere alla tentazione di svegliare Lui grande appena pronto, ed ha atteso che ci alzassimo dopo mezz’oretta, giocando.

Lui, che è cresciuto così tanto in questo anno, catapultato dall’essere il bimbo di casa ad essere fratellino grande, e che con entusiasmo vive questa novità, con una capacità invidiabile di cogliere, ed esprimere, anche le sfumature di fatica.

“Mamma, mi manca stare in po’ noi due da soli “, ” Quando tutti guardano lui, un po’ mi sento solo soletto. Non voi, ma i nonni o gli amici. Perché lui è davvero COSÌ carino! E io mi sento troppo grande ” “Mamma, io amo il mio fratellino, ma a volte, vorrei stare solo con te”.

Sono fiera di lui che sa dirci la sua fatica e ancora di più mi commuove che non la riversi mai sul piccolissimo, ma che sappia indirizzare le sue richieste a noi, che giustamente, siamo gli adulti che le possono accogliere.

Intravedo l’uomo che potrebbe essere, nei sorrisi sghembi e divertiti che lancia qua e là, nella cura che rivolge ai piccoli, nella sensibilità profonda, che gli inumidisci lo sguardo, quando incontra il dolore altrui, o la bellezza improvvisa.

Stringo il bimbo che è stato e che ha ancora bisogno di essere, nelle coccole che chiede, nei racconti fantastici che ci divertiamo a fare, nei disegni stupendi che gli suggerisce la fantasia, nelle dita rosse di ciliegie e fragole e i baffetti di cioccolata, quando sbuffa per lavarsi le mani, ma poi lo fa perché “lo so, lo so, tu mamma sei pulitina e vuoi così anche per noi” ridacchiando di (crede) nascosto.

Cresco accanto alla persona che è, godendomi il privilegio di essere ancora e per ora, scelta per le sue confidenze, per abbracciare le sue fatiche di bimbo e strapazzare la sua tenerezza sulla porta di casa, prima di andare a scuola, ché li davanti, in mezzo agli amici, abbiamo concordato una carezza discreta sulla testolina come saluto.

Salti dentro alla vita mia Meraviglio e io, cerco di saltare con te.

La colazione era buonissima.

Sempre la stessa storia…

Per oggi il mio bimbo grande doveva portare a scuola una scheda “la mia storia”, in cui c’erano domande sulla famiglia, sulla provenienza di bimbi e genitori, sulle usanze del luogo in cui sono nati.

Lui non ha avuto problemi a compilare tutto, si è lamentato solo di non avere abbastanza spazio per scrivere che ” Mamma Devi è nata in India, poi è stata adottata dai nonni ed è cresciuta a Firenze”; io gli avevo detto di scrivere quello che preferiva, anche solo Firenze o India o entrambe come provenienza, ma è un tipetto preciso e abbiamo disegnato due righe aggiuntive.

Sull’usanza del paese da cui proviene ha messo “Natale” e quindi a noi è andata liscia così.

Però.

In classe sua c’è una bimba adottata con adozione internazionale un’annetto fa, e ci sono altri bimbi con situazioni familiari complesse o quantomeno articolate.

La scheda peraltro era scritta in un italiano discutibile, temo presa e stampata senza neanche correggerla da qualche sito.

Mi rattrista e mi fa arrabbiare che così poca attenzione sia ancora rivolta a questo, che non si cerchino soluzioni alternative (sappiamo ormai che ce ne sono molte) per introdurre lo studio della Storia, e che ci sia così poca cura nello sguardo che possiamo su una cosa tanto preziosa quanto il racconto di sé e, l’eventuale, condivisione.

Non serve a molto scriverlo qui, ma mi concedo un piccolo sfogo, poi torno a fare quello che posso, e che amo: ascoltare, formare, raccontare e proporre narrazioni e sguardi ampi ed accoglienti.

A volte però, che fatica.

Trentasette anni e giornate perfette, solo da ringraziare.

La prima parola che oggi viene fuori sulla tastiera del mio telefono è “grazie”, ed è proprio vera.

Le brioches portate da lui grande per una colazione di festa.

Camminare in città, godendo di una primavera luminosa

Tornare in tempo per un pranzetto solo da scaldare, grazie alle scorte della mia mamma.

Un riposino col piccolissimo stretto stretto (tanto per cambiare 😅).

Andare a prendere il meraviglio e poi insieme a lui, il piccolissimo e lui grande andare a spasso per il quartiere e fare un aperitivo al nostro mercatino del cuore.

Le telefonate con le amiche e tanti messaggi, ovunque.

Il pensiero di lei che trentasette anni fa, mi faceva nascere, più sola e più sperduta di quando io ho fatto nascere i miei figli.

E le penso un coraggio grande, e spero, anche un po’di felicità e tenerezza, seppur mischiate a paura e dolore.

Penso anche a lui, che non le è stato accanto e chissà se ha mai saputo di me, o se proprio sapendolo se ne è andato.

Gli invento scuse, regalo il beneficio del dubbio.

Grazie, è la parola di oggi. Ed è perfetta.

Mi hanno fatta loro.

Una festa in cui mi trovo un po’ scomoda, sarà che in questo paese le madri si festeggiano e poi si dimenticano.

Sarà che non ho (ancora?) ben imparato ad essere figlia, con la mia fatica ad affidarmi e la sensibilità a pelle scoperta, eccessiva.

La maternità è stata una grande rivoluzione per me, una presa di coscienza e una spinta creativa.

Al netto della stanchezza, dei sensi di colpa, del sentirmi inadeguata, si è rivelata portatrice di leggerezza e allegria, oltre a dosi enormi di amore.

Sono una madre che ci prova, inetta e imperfetta a tratti, volenterosa sempre.

Sono la madre che posso, che spero, che so.

E ringrazio i miei figli, che miei non sono ma mi hanno fatta loro, perdutamente.

Nove mesi fuori da me.

Ieri erano 9 mesi che sei nato, tempo pari trascorso dentro e fuori di me, e proprio in questi giorni mi vuoi ancora più vicina, non tolleri in distacco.

È una fase, una delle tante, e mentre ti stringo, cercando di fare anche qualcos’ altro, sento un’ irrimediabile tenerezza per questo bisogno così forte di tenermi stretta.

Poi sarai tu a lasciarmi la mano per andare più in la, sempre un po’ di più, per adesso ti tengo vicino, ti guardo sperimentare capitomboli e ti salvo da qualche precipizio.

Mi hai regalato una maternità innamorata e senza ritegno, libera dall’ansia da prestazione della prima, in cui consigli, pareri e giudizi esterni vengono ascoltati e valutati con serenità e un po’ di ironia.

Ché, tanto lo so da sempre, per me funziona avere pochi no, molto spirito di adattamento, curiosità e lasciarsi guidare da voi piccoletti.

Sei volitivo e molto tenero, caparbio e coccolone, molto buffo e con una risata che sembra inventata per far ridere insieme.

Grazie piccolissimo, vederti crescere è bellissimo.

Con amore,
Mamma

Regalare parole.


Ieri sera il Meraviglio era molto stanco e con un musetto mogio mogio. Sono riuscita a metterlo a nanna io (di solito sono col Piccolissimo e il papà addormenta lui).
“Topetto, vuoi dirmi cosa succede? Abbiamo visto che c’è qualcosa che non va… “
“Non lo so, non c’è niente”
“Mmhh prova a pensarci, magari sei preoccupato per qualcosa a scuola? O hai litigato con qualche amic*? “
“Come hai detto tu.”
“Cosa? “
“Quella della scuola. “
“Dai, raccontamelo tu. Sono sicura che se me lo spieghi lo capisco bene e cerchiamo un modo per farti stare meglio”
“Va bene, adesso ti racconto. “

Mi ha raccontato, e si è rasserenato.
Quanto è importante aiutarli a tirare fuori emozioni, a dare parole a quello che sentono. E se da piccolo, tra librini e fiabe le sue paure e rabbia di bimbo si stemperavano velocemente, ora che si trova in bilico, tra l’essere bimbo (ancora qualche anno) e il ragazzino che diventerà trovo ancora più importante aiutarlo a non rinchiudere i pensieri. Non tanto, e non solo perché li condivida, so che è giusto anche che abbia tempo e modo di viverli da solo, ma perché riesca a dirli, prima a se stesso e dopo, se vorrà a noi, che ci saremo sempre.

Trovare parole e accoglierne altre, nel momento sospeso tra il suo sonno e gli ultimi minuti della giornata, stringerlo forte e con un bacio lasciarlo alle coperte, è uno dei regali più belli della sera.

15 marzo

Trentacinque anni fa, una bimbettina spaurita, arrivava a Linate e le veniva dato in mano il primo e ultimo Plasmon della sua vita (schifato il primo e mai voluti). L’orsetto con la papalina rossa, che mi ha seguito in ogni trasloco e ora riposa, ricucito variamente, nella scatola di ricordi, era stato dimenticato in auto, da due genitori frementi. Mi par di vederli, più o meno miei coetanei di adesso, con le guancine rosse e gli occhi luccicanti, come li so quando sono molto emozionati.
Sulla bimbetta è cresciuta tanto, talvolta la vedo nello specchio e ora le sorrido, perché passeranno anni e dolore, ma è qui e anche se i plasmon continuano a non piacerle, gli orsetti invece le stanno molto simpatici. Infatti, ne ha due.
Buon non-compleanno a me, alla bimba che sono stata e alla donna che sono ora.

Alcune date sono anche sentimenti contrastanti, ambiguità ed emozioni aguzze che necessitano di essere accolte, con tenerezza e ascolto. Oggi è stata una giornata un po’ faticosa, piccole cose stonate che pur nell’amore dei miei ometti, mi ha portata ad andare a letto con una sensazione di irrequietezza profonda. Ora lo so, è questo sentirmi felice e instabile allo stesso tempo, immaginare vite possibili, non come esercizio di fantasia ma per curare strappi che non hanno risposte sicure.
Ricordarlo, anche da grandi, serve sempre. Guardarci dentro, è, per me, imprescindibile.
E ancora di più, proprio per questo, buon non compleanno a me.

Sette mesi di Piccolissimo

Tu che sei allegria e sorrisi, caparbio nel richiedere attenzioni e così buffo da farmi ridere anche quando stravolta di stanchezza vorrei solo un eremo in cui rifugiarmi.

Mi dai il brivido dell’indispensabilità, e per fortuna (tua e mia) che mi penso me stessa da abbastanza tempo da non annegarci dentro, e saperne ridere insieme agli altri due, che ci guardano con un misto di tenerezza e stupore, indispensabili al nostro conoscerci staccati.

Sette mesi che innamori tuo fratello, e vedervi ridere insieme è il rumore più bello che potessi pensare. Tuo padre è conquistato dal vostro gruppetto di ometti e ha gli occhi che ridono anche quando è stanco.

Io progetto e annoto idee, con una mano che ti sorreggo e l’altra che cerca tempo, per ricavare momenti in cui trascriverle reali.

Buon sette mesi e un giorno, che ieri è stato un vortice, ma per festeggiare il tempo lo troviamo sempre.

Ti amo.
Mamma

Trentacinque ipotetici

Sarebbero trentacinque, e come ogni anno, non posso non pensarti uomo e ricordarti ragazzino. Quanta nostalgia di quello che non è mai potuto essere, ti sei fermato troppo presto, e hai lasciato un buco nel futuro che avremmo potuto avere insieme.
Oggi c’era un bel sole, sono uscita, mi sono seduta al parco, con un caffè, e ho fatto gli auguri al vento, forse li trovi lì.
Buon non-compleanno fratello, qui ci sono due piccoli a cui racconto di te.