Auguri.

Auguri alle mamme, che fanno i figli, prima nel cuore e poi, tra le braccia; comunque arrivino, lì trovano casa.
E alle mie due mamme, ognuna di loro ha fatto un pezzetto. Da ognuna di loro, prendo e lascio qualcosa, per provare ad essere madre, a modo mio. ❤️
(autocit.)

Alle madri che lasciano, oggi non importa perché, alle madri che trovano. A quelle forti, che ogni colpo sostengono, morendo un po’ solo dentro, dove nessuno le vede. A quelli fragili, che le lacrime le portano senza pudore, ché la vergogna non è fatta di questo e non serve a nessuna. A quelle che aspettano un futuro in di più, e a quelle che hanno un sogno spezzato. Alle madri stanche, felici, disfatte, belle e ostinate ad essere donne, prima ancora che mamme. Alle mie mamme, quella lontana che immagino in fondo agli occhi, forse simili ai miei, e quella che è lì, dove so che è quando potrei averne bisogno. Alle mie amiche mamme, nei cui occhi mi rivedo e rimbalzo, ogni volta un riflesso con più sfumature. A me, che mi invento ogni giorno, sapendo di sbagliare, più di quanto vorrei, e sto imparando che gli errori fanno parte del gioco. Che non servono madri perfette, ma solo che siano. Che siamo. Come si può.

#cosedame #mammaèstataadottata

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Figli e pacchetti.

“mamma, tu mi hai costruito nella pancia. E a te? La mamma indianina ti ha costruito?” .” si proprio così. E poi, i tuoi nonni mi hanno dato coccole, baci e quello che serve ai bimbi. “.
” ma lei, la tua mamma marroncina, non poteva darti coccole e baci?”. “forse no, forse, anche se avrebbe voluto, non sapeva, o non poteva farlo. A volte succede.”. ” ma tu sai farlo molto bene con me. Secondo me è perché i nonni hanno aggiunto i pezzi, come papà quando mi fa una torre più altissima”.
Ha ragione lui, come sempre. Siamo figli “confezionati”, impastati di dolore e vita, e troviamo chi li impacchetta con noi, con carta di amore e nastri di braccia aperte. Siamo confezionati di desideri e speranze, di attese e respiri sospesi. Perché qualcuno può usare le parole a sproposito. Ma noi, possiamo riempirle di significati e sfumature che gli sono, palesemente, sconosciuti.
“mamma, perché ridi?” “perché uno sciocco dice che i bimbi come me sono confezionati, come dei pacchetti “.
“mamma, tu sei il mio pacchetto preferito. Sei il mio pacchetto regalo”.

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Finestre aperte, sguardo oltre.

Qualcuno dice “non riguarda i miei figli, loro sono italiani”. E io ho paura.
Perché vorrei un mondo, per i figli di domani, che non senta la necessità di dividersi, di sentirsi legittimati solo in quanto appartenenti ad uno stesso gruppo, e che, invece desideri aprire le finestre e buttare fuori lo sguardo. Sarà che non sento radici profonde in qualche luogo, e questo, anziché essere destabilizzante (per anni lo è stato) ora mi regala una sensazione di assoluta leggerezza, di libertà mi viene da pensare. Libera di non sentirmi uguale, di non avere il bisogno di sentimi uguale, e di apprezzare, amare profondamente, le differenze. Spostare il punto di vista, non farsi spaventare da quello che ci risulta scomodo e strano, sperimentarsi in contesti nuovi.
Non che sia semplice, o facile, mai. Non che gli sguardi sbiechi, le mezze frasi, ormai dette a voce alta e sprezzante, perché non fa più vergogna dire certi poveri pensieri, non colpiscano, dritti in quel punto preciso, in cui una lacrima spunta fuori. Non che non senta, che quel che mio fratello avvertiva già fortissimo, sia tristemente vero. Non che non sappia, visceralmente, che solo una giravolta della vita fa si che io sia cresciuta in questa parte di mondo, non per merito. Non che mi senta rassicurata, dall’essere ritenuta degna, solo perché il mio cognome e la carta di identità mi dicono cittadina di questo paese. Non che non sia in qualche modo offensivo, non essere vista, diversa e uguale, come tutti, ma leggere la necessità di sapermi sbiancata, per essere accolta.
Ma sorrido, ostinatamente oppongo gentilezza, condivido storie, accolgo racconti. Cerco parole da usare con cura, non lascio spazio nelle mie giornate, per chi le usa a sproposito.
La bellezza ci salverà, e la cerco in ogni angolo. La felicità la inseguo, e la trovo più spesso di quanto avrei saputo immaginare.

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Poi schiariscono.

Dopo anni, alla soglia dei miei trentacinque, può accadere che una persona della famiglia di mio marito (persona anziana, certo, ma che mi conosce da, appunto, anni) ripreso dalle mie cognate e da mio marito, per l’appellativo ( negretto) con cui apostrofa il suo medico curante, si sia difeso dicendo che non è una brutta parola, e quando gli è stato chiesto se avesse pensato a come potessi sentirmi io (che non ero presente, per sua fortuna, alla discussione) nel sentire certe cose, ha affermato candidamente che io, in quanto di “razza Indiana”, sono bianca, perché gli indiani appartengono alla “razza bianca”.
Sorvolando sull’ ignoranza e sulla piccolezza di quella che considero una scusa puerile, oltre che un segnale di davvero molta superficialità, mi stupisco di non essermene mai accorta… Aveva ragione la signora che disse rassicurante a mio padre “non si preoccupi, crescendo schiariscono”. Et voilà per qualcuno sono addirittura bianca, pensando forse di farmi un complimento e di avermi accettata all’interno della sua famiglia. Famiglia che, a questo punto per fortuna, con lui ha poco a che spartire. Rimane l’amarezza, e lo sguardo più cinico, con cui, nonostante l’età e il legame con persone a me carissime, lo potrò guardare d’ora in poi. Peccato per lui, fino ad ora aveva avuto il beneficio del dubbio. Lo ha perso.
Ho pensato molto se raccontare questo episodio, perché coinvolge altre persone, a cui voglio un bene profondo (oltre al mio Lui grande), e perché può sembrare una piccolezza. Invece è una di quelle cose che fanno soffrire, perché risuona di ingiustizia e meschinità, e perché come ogni volta mi colgono impreparata. Mi stupisce sempre che, davvero, una mia caratteristica, un dato di fatto, e non un mio atteggiamento o una mia scelta, possa fare la differenza. La tentazione sarebbe la rabbia, e anche la tristezza, in questo martedì che, dopo pasquetta, mi ricorda quello in cui mio fratello si è ucciso, anche (non solo, ovviamente) per i “negretto” che aveva sentito rivolti a sé stesso, anche (non solo, lo so) per quella diversità che sentiva pesare come macigno.
Allora io racconto, ché solo questo so fare, in questi casi, e spero sia un modo, per fare la mia parte.

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Incubi e ponti

Si sveglia, piangendo disperato. “Mamma, papà, dove siete? Dove siete?”. Corro da lui (tre passi, massimo quattro tra le nostre camere). “topino, amore, sono qui.” Con le braccia strette al mio collo, mi bagna l’orecchio dicendo “vi avevo perso, ero solooooo”. Un brutto incubo. Cura, coccole nel lettone.
È normale, una delle paure ancestrali che, prima o poi, abbiamo provato tutti. A volte, continuiamo a provarla anche da grandi.
E stamattina, in pigiama e con questo piccolo uomo in braccio, ho compreso qualcosa che ho sentito dire spesso e mi è sempre sembrato vago e fumoso.
Si dice “fare cultura dell’adozione”, e, a parte la definizione, che non amo particolarmente, forse solo ora ho trovato il senso, per me.
Perché trovo profondamente umano che spaventi chi non la conosce e comprendo anche chi, una volta saputo che sono adottiva, mi guarda con tenerezza, “mi dispiace”. Ed hanno ragione, non perché la mia storia sia triste o brutta (non più di qualsiasi storia, di qualsiasi persona), ma perché si fermano a quello che è lampante: se sei stato adottato, sei stato abbandonato (perso /lasciato/fuggito, in un qualche modo hai subito uno strappo nel tuo vissuto). Solo conoscendo il seguito, quello che può accadere, di bello, in seguito a quello strappo, si può cogliere anche la bellezza di un bambino che trova famiglia.
Allora, il senso per me, è raccontare. Raccontare tutto, il prima e il dopo, senza tralasciare fatiche e gioie, ché è inutile, fanno parte di tutte le vite.
E ascoltando. Prendendomi il tempo per sentire la paura di chi mi è di fronte, e di adozione non sa o non conosce, e magari si fa spaventare dagli echi che questa fa risuonare in sé. Accogliere la fatica, e la necessità di elaborare il proprio vissuto, per poter riconoscere quello di altri.
Farsi ponte, tra ciò che so, che sento e che ho imparato (anche, molto sui libri) e chi si affaccia, magari per la prima volta, su questo mondo fatto di tante sfumature, colori brillanti e grigi profondissimi.
Costruire ponti, e aver sempre la voglia di attraversarli.

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2 aprile

Sei arrivato parlando un miscuglio di due lingue, kannada e malayalam, con un intercalare di pessimo inglese, incomprensibile.

Raccontavi pezzi di vita spaventevoli e affermavi sentenze senza appello. Intravedevo nei tuoi (sempre più rari) racconti, una terra fascinosa e crudele, che ti aveva ferito le viscere e di cui non rimpiangevi niente. Ma poi, appiattivi chapati con le mani, movimenti che le dita sapevano a memoria e dicevi colori diversi da quelli conosciuti, e gli occhi ti si facevano più grandi di prima.

Tanti capelli, occhiali e una passione per cantanti melensi; un odio profondo per le ingiustizie e un carattere iroso, che non ti permetteva di affrontarle. Assolutista, bianco e nero, nessuna sfumatura concessa, un’ intransigenza propria dell’età, e di una vita troppo faticosa, per i tuoi otto anni, di bambino che bimbo, non era mai stato. Amico leale e fedele, fratello invadente e egocentrico, in realtà, amatissimo.

Sapevamo il dolore, e, troppo fragili ancora per passarci dentro, stavamo lontani, per proteggerci.

Fratello, in modo ruvido e faticoso, solo poi, avevamo iniziato a costruire qualcosa di più armonico. Ma, questione di mesi, e non ci sei stato più.

Sarà per questo, che sento forte la nostalgia di qualcosa che ho intravisto appena, e che mi sarebbe piaciuto. Ti immagino risate che non ci sono state, innamoramenti, e delusioni anche, che non hai sperimentato. Costruisco per te una vita possibile, una continua promessa mancata.

Era martedì, anche diciassette anni fa, quando un cielo che sembrava primavera, ci è caduto addosso, lasciandoci atterriti, obbligati ad inventarci un modo di sopravvivere alla tua assenza.

Continuo a chiedermi perché, e continuo a cercarlo, per la mia convinzione di poterne fare qualcosa di tutto questo dolore, il nostro ma prima ancora il tuo. Ascolto le tue parole, attraverso lo schermo, un modo perfetto per ritrovare la tua voce, che suona familiare anche se diversa, filtrata dal tempo e dal microfono. Quanto dicevi, quanto serve ascoltarti, ancora.

Ho cadenzate, nella memoria, tutte le ore di quella giornata, ogni azione, ogni accento, il dopo è sbiadito, ma il tempo prima rimane nitido e scandito.

Costruisco un altro giorno, compro libri per chi amo, e fiori per me, cammino sola, e cerco bellezza.

Non per cancellare, ché non si può e, forse, non si deve, ma accompagno la tristezza, diluisco la malinconia, trovo un ritmo nuovo ai ricordi.

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La tua, la mia, la nostra.

Le famiglie sono tutte intrecci di storie, quasi nessuna lineare, tutte interessanti. Sarà per la mia passione per le storie, che mi piace ascoltare le famiglie che parlano, a più voci, raccontando differenti particolari, di qualche evento condiviso. O forse il contrario, mi affascinano le famiglie, perché amo le storie.

Da piccola, avevo una richiesta continua, che esasperava gli adulti intorno a me: “leggine ancora una.” e poi un’altra e un’altra ancora. Iniziare a leggere, e a scrivere, è stata una rivelazione, e la possibilità di scoprire da sola nuovi sguardi sul mondo. Sono stata una lettrice onnivora, passavo dai classici inglesi a Pirandello, da Pasolini a Pennac, passando per gli autori sud americani. Nel realismo magico di Allende, Marquez e Amado

ho trovato risposta ai miei vuoti, la possibilità di realtà alternative, non false, solo diverse. Ho divorato gialli e testi teatrali, e ogni pagina, mi lasciava un senso di possibilità nuova e libera.

Credo molto nella facoltà di raccontarsi storie, come strumento per conoscersi e confrontarsi con sé stessi. Non favolette edulcorate, ma narrazioni di vite possibili, anche se apparentemente lontane.

Negli anni, ho immaginato storie diverse, alternative, per chi, in India, mi ha fatta nascere, e che se li penso, uomo e donna, prima ancora che padre e madre, srotolo per loro parole e vissuti che vorrei possibili. Lo faccio sempre, coloro i vuoti con parole nuove, spesso mutevoli, mi seguono nel mio girovagare tra tempi e spazi differenti, ottimi compagni per le incertezze, a cui regalano almeno la leggerezza dell’invenzione.

Creare legami, costruire racconti, per le famiglie adottive (ma non solo) una risorsa da allenare. Ci sono storie che non hanno basi solide da cui partire, ed altre che ne hanno di dolorose, ci sono strappi emotivi, ricordi faticosi. Prenderli in mano, impastarli di parole nuove, regalare accenti nuovi, per i dolori vissuti.

Mio figlio mi racconta bambina e sola, in una terra di elefanti e coccodrilli, da cui mi salva insieme al suo papà, sconfiggendo tigri e leoni, e portandomi in salvo, a casa, dove posso crescere, per diventare la sua mamma. È il racconto esatto, di cosa è, per lui per ora, la mia vita. Piano piano inseriamo pezzi nuovi, e si aggiunge la storia di papà, il nostro incontro, e poi, senza cesura, le nostre infanzie, un po’ spezzate entrambe.

E poi, intrecciare i fili, mescolare i racconti, badando solo che suoni reale al nostro sentire.

Mescolare tutto, in uno spazio che può contenere ogni sfumatura di vita, dove ogni frammento ha ragione di essere, e una pagina sua, in un ordine mutevole, come pezzi di un puzzle in divenire, cambiano gli incastri ma il risultato rimane il medesimo. Io, lui, loro. Noi.

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