Prendere tempo.

Giorni che dovrebbero essere di ripresa, in cui ributtarsi nella vita fuori, seppur con qualche accorgimento. E in effetti è così, anche io esco, anche per piacere e non solo con uno scopo ben certificato, godo dell’aria aperta e di ritrovare i passi in città.

Eppure, mi sento ancora bloccata, con i pensieri che non fluiscono come vorrei, le parole, tante, che si affastellano invece di trovare ordine e un senso di incompiutezza che mi pare ovatti tutto.

Potrei, e forse dovrei, usare questo tempo per fermarmi, per dedicarmi ai miei bimbi, quello che mi diventa grande davanti e quello che mi cresce dentro. Lo faccio, ed è bello davvero. Ma non basta, così come non è mai bastato. Non certo per non amore o poca dedizione, ma proprio perché mi so una madre peggiore se non ho il tempo e il modo in cui essere solo me, con le mie parole da scegliere e le idee in cui metterle dentro.
Sarà che sono ben consapevole che appena il piccolissimo arriverà da noi, ci sarà almeno un periodo bolla, in cui necessariamente mi accoccoleró , per conoscerci e per trovare nuovi equilibri a quattro voci.

E allora vorrei avere ora la lucidità e la calma per fare, per ricordarmi dove venirmi a cercare quando sarò pronta a lasciare evaporare la bolla e a ritrovarmi nel mondo di tutti.
È un po’ la sensazione che non ho saputo spiegare sul momento, a delle (care, carissime davvero, sorelle anzi) amiche, che qualche mese fa, ridevano del mio rifiuto categorico all’acquisto, ma soprattutto all’utilizzo, di uno di quei giacconi sportivi in cui si può inserire il bimbo in una specie di tasca. Lì per lì , non ho capito neanche io fino in fondo il mio “no” assoluto, al netto del gusto personale, che non mi ha mai trovato nell’armadio un capo simile.
Solo dopo qualche tempo, ho avuto certezza del motivo reale: banalmente, non posso snaturarmi. Perché lo so, diventare madre, che sia la prima o la enne volta, almeno all’inizio, ti risucchia in un viaggio totalizzante, in cui un po’ ci si perde, ci si trasforma.

E allora, nel momento in cui si è poi pronte a cercarsi di nuovo, ho bisogno di sapere che potrò farlo anche tirando fuori dall’armadio dei pezzi della me di prima. Non per rimpiangerla ma per scoprire in cosa si sta trasformando. E farlo indossando il mio cappottino rosa, invece di un giaccone, aiuta. Tanto i marsupi “stanno bene con tutto” e i bimbi dentro non se ne accorgono.

Provo allora a prendere tempo senza pensare che mi stia sfuggendo, metto i pensieri su carta, con la penna blu, come da ragazzina, e poi ritorno, con qualche idea e parole che sto inventando. Le tengo tutte, così non ci perdiamo.

Lui lo sa che sono io?

Un weekend fatto solo per noi, con gitarelle sui colli o al parco, a goderci finalmente luce, aria e qualche amico. Posare lo sguardo su di lui,mentre cresce in fretta e allo stesso tempo ritrovarlo piccolo, in equilibrio perfetto tra i balzi avanti delle nuove autonomie e le coccole tenerissime. Vederlo con la sua amica piccola F. con cui è paziente, allegro e dolce, lui, che fin da piccolo ha un garbo tutto suo coi piccolini e i fragili, che me lo rende commovente, quando appoggia la mano sulla pancia e sorride “secondo te lo sa che sono io a salutarlo? ” “Di sicuro lo sa topolino” “Bene, perché quando arriva, cosi mi riconosce “.
Il pomeriggio sentirli dormire nel lettone, loro due e la micia, mentre bevo il mio the, e respiro un po’ di di silenzio.

Trentasei. E sentirli.

Trentasei e sentirli tutti, uno per uno. Vissuti a pieno, sempre, con i grandi dolori, e le gioie profonde, e persone belle e care pronte a condividere gli uni e le altre.

Stamattina, una caccia al tesoro tutta per me, un regalo inaspettato e perfetto, un biglietto con la sua bustina, un cui so le loro mani, insieme, a tagliare e incollare e colorare.
La colazione insieme e poi un vestito colorato di fiori, una passeggiata in centro, la prima volta senza luoghi da dover raggiungere e dichiarare.

Un’ altra amica con un mazzo profumato e parole che sono carezze, un caffè al bar, dopo mesi. Due taccuini nuovi e segnalibri per tutti, che a casa nostra le pagine a cui tenere il segno sono molte. Tornare e trovarli, sorridenti e con grandi abbracci. Il sole che fa i suoi giochi con le nuvole e regala sfumature inedite.

Pensare anche a loro, con la pelle simile alla mia, e soprattutto a lei.
Inventarle i miei occhi e immaginarla con la pancia tonda, il sole intorno e un giorno di maggio che le resta per sempre intrappolato tra l’incertezza e quello che è stato.
E col corpo sentirla, pelle tesa e la vita che ti fa le capriole dentro, mentre le spero una vita diversa da quella più probabile.

Trentasei anni e troppe assenze da contare, insieme ad un’intensità di amore tangibile e presente che le ha rese, nel tempo, compagne di viaggio.

A chi mi ha dedicato parole, in qualsiasi forma, a chi mi ha chiamata, a chi ha trovato spazio per me tra i pensieri e gli impegni della giornata, a chi ha trovato il tempo per una lunga chiacchierata, a Lui grande, a lui piccoli e al piccolissimo, che sono con me, sempre: grazie. Mi avete regalato sorrisi.

Trentasei e sentirli tutti. Per fortuna.

Ripresa?

Dunque domani, anzi ormai oggi, tra qualche ora, si riprende, si riparte. Qualcuno non si è mai fermato là fuori, ma per tanti sarà un vero affacciarsi di nuovo al mondo esterno.

Trovo un grande spaesamento, combattuta tra il desiderio fortissimo di uscire, fare finalmente una passeggiata senza scopo, incontrare qualche amica, e la sensazione straniante delle uscite di questo ultimi giorni. Persone nervose, mascherine (lo so, servono, e si portano ovviamente) e pochi sguardi sorridenti. Incontrare qualcuno e misto alla felicità di rivedersi, un senso di malinconia, per gli abbracci repressi.

Seppur con enorme fatica nei giorni di chiusura totale avevo trovato una certa routine, adesso la vertigine di un nuovo inizio, che non sa nascondere l’amarezza per quello che sembra non essere più uguale e senza la certezza di quando finirà. Ci si abitua a tutto, l’essere umano è animale adattabile e si adatterà, a che prezzo ancora non l’ho capito.

Qualcuno diceva ne saremmo usciti migliori, mi pare evidente che non sia così, ognuno ha solo estremizzato la propria indole. Io so che non sono migliore di prima, più impaurita, più incerta e più timorosa delle situazioni meno quotidiane.

Vedo il Meraviglio che, certo, usa risorse bambine, ma ne colgo perfettamente la fatica, nello sguardo emozionato sullo schermo del tablet, mentre ascolta la maestra; nella lunghe liste di cose che vuole fare e persone che vuole vedere “quando questa orribile influenza non ci sarà più”; nell’attaccamento totale che ha nei nostri confronti, per cui di ritorno do un paio d’ore mi stringe fortissimo “mamma, mammina, mi sei mancata cento e cento ancora, credevo che non tornassi più”.

Saprà superarlo, certamente, confido nei suoi strumenti e nella nostra volontà di stargli accanto mentre lo farà, spero non ci metterà troppo, lui e i suoi amici, coetanei o giù di lì, questi bimbi troppi grandi per poter farsi bastare i genitori (ma nutro grossi dubbi che anche per i più piccini possa davvero essere sufficiente) ma troppi piccoli per gestire da soli una socialità virtuale.

Mi fermo e aspetto, ché ora, mi pare l’unica cosa che posso fare. Combatto la smarrimento con l’idea di una bellezza da cercare di nuovo fuori, e spero di saperla vedere, anche sotto nuove forme.

Sgridate (troppo) forti.

Lui piccolo, che oggi l’ho sgridato fortissimo, perché ha fatto cadere il mio tablet (che nonostante l’urto non si è rotto, non so come) e mi ha guardato, mentre urlavo, con gli occhi pieni di lacrime stupite, chiedendomi scusa.
Mi sono vergognata, tanto, e sono ancora molto triste. Ha pianto lui e ho pianto, disperatamente e senza ritegno io. Davanti a lui e chiedendogli scusa, perché da sempre gli diciamo che per gli oggetti bisogna avere cura, ma per le persone di più, sempre, a prescindere.

Oggi invece ho sbagliato nel modo peggiore, cadendo esattamente da quello che ho sempre fuggito e cercato di tenere lontano.
Si, doveva fare attenzione e glielo avevo detto dieci minuti prima.
Si, sono stanca, mi manca, tantissimo, non vedere gli amici, le amiche, e non condividere questo momento bello con loro, non poter andare in giro a cercare cose per i mie bimbi insieme alla nonna, ovvero la mia, di mamma, e sapere che avrei voluto festeggiare il compleanno che si avvicina con amici e famiglia, magari a più riprese, per prolungare le scuse di stare insieme, e invece no, e anche se so che sarà bello comunque perché ci sono i miei ometti del cuore, un po’ mi rannuvolo.

Perché a tratti mi pare quasi di essermi assuefatta a questa nuova quotidianità, e allo stesso tempo è un modo più sereno per affrontarla e qualcosa che, invece, mi spaventa terribilmente, come se avessi iniziato a giocare al ribasso sulle emozioni e sulle prospettive. Poi, quando si insinua uno sprazzo di vita di prima, con un ricordo o un progetto da modificare, un pensiero che potrebbe guardare oltre ma si ferma, impaurito, sento tutta l’impotenza del momento e mi prende una tristezza diffusa.

Tutto questo per giustificarmi? No, affatto. Forse per provare a spiegarmi che è facile sentirsi una mamma abbastanza bravina (che poi chissà cosa vuol dire davvero), quando gli equilibrismi riescono. Ma quando non mi riconosco neanche io, che non alzo la voce, non uso parole dure, e invece mi ritrovo con un bimbo, il mio lui piccolo, che mi guarda smarrito, allora ecco che è davvero difficile perdonarmi, perché sono le mancanze che più trovo odiose e vedermele addosso, fa male.

Ci sono state coccole, scuse, e molti abbracci, un Lui grande che ha consolato bimbo e mamma, e un piccolo uomo che mi ha abbracciato stretta e mi ha detto “succede anche anche alle mamme di arrabbiarsi tanto”.

Certo, questa mamma qui, stasera ha ancora pensieri pesanti ed è più consapevole che mai, che i propri fantasmi, hanno ombre più lunghe di quando non si creda.

Madri.

Le mamme, quelle accoglienti come abbracci e baci e quelle un po’ ruvide dai complimenti stiracchiati, quelle che sono ogni volta dalla tua parte e quelle che non possono tacere, mai, anche se colpiscono duro, quelle che ci sono da sempre e quelle che incontri durante il cammino, quelle che sanno chiedere scusa e quelle granitiche, che non si smuovono.

Auguri alle mamme equilibriste, che si dondolano tra i vari pezzi di sé, sperando di ritrovarli insieme la sera; a quelle serene e quelle preoccupate; quelle sfinite che si addormentano accartocciate nei lettini e quelle che da subito, ognuno al posto suo.

Quelle che si dilettano in lavoretti e quelle che proprio non li sopportano, le mamme con tanti aiuti e quelle sole, quelle che non si separerebbero mai dai loro piccoli e quelle che devono allontanarsi un po’, per restare se stesse; tutte, ogni tanto, versano qualche lacrima di stanchezza e paura, tutte, ogni tanto, vorrebbero un po’ di solitudine, per poi sentire la mancanza di piedini scalpiccianti e manine appiccicoso. Auguri a tutte le madri possibili, perché almeno una volta, a turno, le abbiamo avute dentro, anche solo in qualche angolo di noi stesse.

Auguri alle mamme che aspettano e a quelle che hanno smesso di farlo, ma sanno crescere di amore materno sogni, persone e pensieri, ché se esiste un istinto materno lo penso solo rivolto ad ogni spinta a creare, in ogni forma, ad ogni modo.

Auguri anche a me, alla mamma che sono stata, a quella che sono, a quella che sarò, e a quella che ho immaginato di essere. Che l’ultima sia clemente con le altre, io, come tutte, cerco di essere la parte migliore di me, ricordandomi sempre che io per i miei bimbi mi farò vento che sospinge, ma il viaggio è tutto loro.

Caro piccolissimo.

Tu, piccolissimo, che sei lì, dentro a questa panciotta, sempre più tonda, e ti fai sentire a suon di calcetti o “battipugnetto” come sostiene il tuo fratellino. Tu che non hai dea di cosa sta accadendo qua fuori, e ti racconteremo di quando eri in pancia e nuotavi tranquillo mentre il mondo intorno pensava a reinventarsi in modo nuovo, provando a cercare una consapevolezza coraggiosa, per non farsi risucchiare dalla paura, e buttare lo sguardo oltre alle piccole diatribe, di chi si sente sempre nel giusto e redarguisce variamente, con vaga soddisfazione.

Tu, piccolissimo, non lo devi sapere, per ora va bene così, stai al calduccio, sicuro e tranquillo che è compito nostro prepararti un entrata felice e allegra. Ci impegnamo sai? Lui grande, che poi per te, è papà, lo fa a modo suo, non pensando a quello che sarà dopo e vivendo ora per ora, senza perdere il focus dal presente; il piccolo Meraviglio, il tuo fratellino, con un’attenzione tenera a tutto ciò che ti riguarda, dai cerottini che vuole mettermi dove sa che sono stati fatti i prelievi, ai giochi e libri che già sogna di farti conoscere.

E io, io mio piccolissimo, provo a fare il meglio che so, che posso, che invento; ti ascolto di notte, quando mi svegli, forse intuendo che in quel momento siamo soli io e te, senza altri pensieri a girarmi per la testa; ti sento, quello sempre, in questa danza un po’ buffa un po’ nuova che creiamo  insieme.

Mi meraviglio a riconoscerti  diverso da tuo fratello, sembra incredibile ma ti comporti già in modo che è tutto tuo. Lui mi ha insegnato ad essere madre. Tu mi insegni ad esserlo per ognuno di voi in modo differente, che poi ho sempre pensato sia questo il mio lavoro: far trovare a voi il modo di volare, anche e soprattutto quando sarà un altro da quello che so pensare io, anche e soprattutto quando saranno modi diversi tra voi. Che avventura abbiamo davanti.

Ti aspettiamo, ti aspetto.
Curiosa di scoprirti, mio caro piccolissimo.

Con amore,
Mamma.

Cose nostre.

Cose nostre.

Svegliarsi nel lettone tutti insieme, col piccoletto che arriva puntuale per le coccole della mattina, il piccolissimo che si sveglia e scalcetta e la micia che reclama coccole. Nel mezzo, io e Lui grande, che in questo caos, ci sguazziamo parecchio felici.

Comprare fiori e una piantina insieme al Meraviglio, facendo due passi e molte chiacchiere.

La luce di questo pomeriggio, dopo avere fatto yoga, un tempo per me, col tavolino che Lui grande mi ha costruito, perfetto per una razza di latte e orzo, come da bimba, e un quaderno per sognare da grande.

La cena presto, il cartone animato, quelli lunghi dei giorni di festa, ché se sembrano tutti un po’ simili, in questo periodo straniante, cerchiamo di trovare un ritmo nuovo, tra riti giornalieri e trasgressioni per coccolarci le ore.

Il piccoletto a nanna, e noi due a guardare una serie tv, gelato per lui, melone per me. Da sempre diversi in alcune cose, identici in altre.

Scatti bambini.

Lui piccolo e le foto, che ama fare insieme, cogliendo l’attimo perfetto: appena finito di fare yoga, mentre sto preparando qualcosa, appena svegli, momenti così, estemporanei e, secondo lui, i migliori.

Ogni tanto mi chiede il telefono per fare delle foto e amo scoprire il mondo attraverso il suo sguardo bambino, con angolature tutte sue e particolari inusuali.

Finito questa chiusura generale, arriveranno per lui una bicicletta nuova e una macchina fotografica per bimbi, due cose che so già lo faranno felice e metteranno in moto gambette e pensieri ancor più di ora.

Intanto sorrido dei suoi scatti casalinghi, lo riempio di coccole e insieme pensiamo a tutte le cose che sarà bello fare quando “sarà passata questa brutta influenza virus” e farle tutti insieme, noi tre, o chissà, forse già in quattro, sarà una nuova scoperta.

Anche se no, non ripagherà il tempo stretto e chiuso, e non so se ci sapremo far trovare migliori. Vedo tanti piccoli gendarmi e tanti piccoli anarchici che scrivono insensatezze identiche, figlie credo della stessa frustrazione. Vivo nella mia bolla personale, di persone che, semplicemente, hanno amplificato la loro vicinanza, perché vicine sapevano già essere.

Gli altri sono una grande incognita, spero e ho fiducia che possano stupire.

Rallentare.

Dall’inizio di questa gravidanza, causa qualche intoppo, mi è stato detto di rallentare, e poi di fermarmi proprio. È stato difficile, la staticità fisica si è tramutata anche in uno stop mentale, che proprio non mi appartiene, ed è difficile ancora, che siamo tutti fermi, e pur con più serenità, perché il piccolissimo sta bene, rimane sempre un po’ di ansia, per queste attenzioni extra che richiede.

Ma, da qualche settimana, ho potuto ricominciare a praticare il mio amato yoga. Per poco tempo, in modo molto (molto) blando, ma almeno è qualcosa. Ho subito telefonato alla mia maestra, e amica, Stefania Nipoti, che mi conosce da tanto e mi era stata vicina anche per tutta la gravidanza di Elia. Le ho chiesto quali asana poter fare in sicurezza, con tutte le restrizioni che mi erano state date. E lei mi ha indicato le tre/quattro posizioni da eseguire. Così, armata di tappetino e mattone, tutti i giorni dedico del tempo alla mia piccola pratica. È stata una sensazione straniante, riprendere contatto col mio corpo in questo modo, sentire che riconosce posizioni note, che si accomoda nei cambiamenti, impercettibili ma sostanziali. Diverso e molto bello.

Adesso poi, ho un valido aiutante. Il Meraviglio, mi prepara la postazione, vuole accendere la musica e sta vicino a me tutto il tempo. Un po’ balla, un po’ mi porge gli attrezzi, ma soprattutto, a cadenza regolare, mi abbraccia forte e mi accarezza quando alla fine faccio il mio rilassamento. All’inizio, ammetto di aver desiderato che si stufasse presto, per riprendermi questo tempo in solitaria. Ma poi, il suo modo, così tenero, dolce e attento di starmi accanto, il suo entusiasmo per questo momento a due, tutto nostro, che scandisce una nuova routine, mi ha conquistata. Così la mattina, colazione insieme a papà, mezz’ora di gioco per lui/lettura per me, i suoi compiti e lezioni video e poi la “nostra” mezz’oretta di yoga.
Reinventiamo il tempo.