Le storie degli altri.

Da sempre, ogni volta che mi innamoro di una storia, che sia libro o film, o anche raccontata, mi trovo a cercare ciò che ci ruota attorno, la mappa del luogo in cui è ambientata, foto, le musiche che vi ho trovato dentro, i quadri di cui si racconta, qualsiasi cosa. E, soprattutto, le storie dei personaggi secondari, dei cattivi, sfortunati o crudeli che siano. Amo tutte le riletture delle fiabe classiche, da alcuni libri, che mi sono piaciuti quanto, e a volte più delle storie di partenza, a quelle che da un po’ di tempo si vedono, più o meno riuscite, in film o serie tv, e , per iniziale curiosità, poi le seguo quasi tutte.

Mi cattura l’idea di scoprire dove iniziano certi comportamenti, dove si trova il punto di rottura che determina alcune scelte. Anche per questo, nei laboratori di scrittura che ho immaginato, e che conduco, c’è, sempre, un momento di ribaltamento della prospettiva, in cui il gioco diventa quello di raccontare la stessa storia dal punto di vista di un altro, e poi, di raccontare la sua , di storia. Lo trovo un modo di allenare uno sguardo più ampio, perché non esiste mai una storia sola, ma vite intrecciate, che non prescindono una dall’altra, e che , solo nel loro insieme, permettono una visione realistica.

Non è sempre semplice, e in ambito adottivo, parlare di madri e padri assenti, che hanno lasciato i propri figli, immagino la difficoltà nel pensarli, senza giudizio. Eppure, credo che solo lavorando sul proprio sentire rivolto a quelle figure, che possono essere più o meno presenti nella memoria dei propri figli, ma che, sicuramente fanno parte del loro bagaglio di ricordi emotivi, di pelle e odore, e gesti impressi seppur sconosciuti, solo così si possa accompagnare il vissuto dei propri figli. Spesso ci si trova di fronte ad una ricerca che valica i confini di luogo, e scava dentro se stessi, un viaggio lungo e fondamentale, con fermate e deviazioni personali, ma imprescindibile, e servono braccia presenti, per sostenere le cadute, e passi indietro, per non sovrapporre i propri tempi, il proprio vissuto, a quella che resta la loro avventura. Accompagnare, non prevenire, né indirizzare.

Allora, mi pare un buon modo, pensare alle storie degli altri, a vissuti lontani , per tempo e spazio, ma sopratutto per contingenze, e provare a pensarsi in quella realtà. Uscire da sé, per trovare specchi nuovi, con la cui immagine confrontarsi.

Raccontiamo le storie dei brutti e cattivi, non perché sono più interessanti, più avventurose, come ci dicono nei film. Ma perché, i brutti e cattivi, siamo noi, senza amore, senza possibilità, senza certezze. I brutti e cattivi potremmo essere noi, e se così non è, molto spesso, si tratta solo dei casi della vita, che ci hanno fatto vivere in luoghi e modi che rendono più semplice non cadere, o più possibile, rialzarsi.

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Un convegno e un po’ di famiglia.

Venerdi mattina, ho salutato il mio piccolo meraviglio, rispondendo “vado ad ascoltare”, alla sua richiesta di “dove vai-cosa farai”, e sono andata in centro, con la nuova tramvia e un’amica con cui goderminun po’ di tempo insieme. All’Istituto degli Innocenti ( un luogo che amo, pieno di storia e bellezza), si è svolto il convegno promosso dalla Cai, sulle forme di accoglienza dei minori in stato di abbandono.

Sapendo di essere ad un convegno, avevo poche aspettative, qualche curiosità e molto piacere di incontrare alcune persone amiche. Come spesso mi accade, ho avvertito a tratti, una sensazione di forte straniamento, come a sentirmi un pesce fuor d’acqua, nell’ ascoltare alcuni interventi.

Non parlo, certo, dei dati e delle statistiche, sui quali non ho competenze, e che comunque erano i interessanti per la fotografia della realta che rendevano, ma dell’ assenza di un autocritica reale, costruttiva. Pareva di assistere alle risposte con cui, in un colloquio di lavoro, dovendo esporre uno o più difetti , il candidato risponde, con falsa modestia “sono troppo scrupoloso”. Ecco, così. Speravo, ingenuamente, che rivolgendosi a persone che , per lavoro o per passione, sono comunque abbastanza addentro al mondo dell’ adozione, ci si potesse sbilanciare di più, rendere veramente costruttivo il confronto. Ma forse non era la sede ( però, pare che non esista questa sede in cui mettersi in discussione) e i tempi, questo si , certamente molto stretti.

Altra nota stonata, si è sentito molto ripetere, che durante la giornata, si era data voce a tutti gli attori dell’ adozione, ed in effetti, sono intervenuti rappresentati dei Servizi sociali, giudici onorari, studiosi, Enti e anche, benché a mio parere troppo poco, di associazione di genitori adottivi. Tutti importanti, e di sicuro utili, talvolta indispensabili attori, ma, sarò di parte , strideva la totale assenza al tavolo, dei attori senza cui di adozione non si potrebbe neanche parlare. Non c’erano figli, né singolarmente, né come associazioni, che pure, ognuna a suo modo, potrebbero contribuire ad includere nel confronto il nostro sguardo. Siamo in tanti, ad essere cresciuti e a seguire, alcuni anche per professione, la realtà adottiva, e mi chiedo perché non utilizzare queste competenze. Potremmo essere utili al confronto, non solo come casi di studio o testimonianze (per quanto importanti o interessanti) ma come interlocutori consapevoli e dallo sguardo ampio. Forse, e ni n è una domanda retorica, non esiste ancora una realtà strutturata di figli adottivi , che possa essere presa in considerazione per uno scambio utile a tutti?probabilmente noi per primi ci focalizzano spesso sul vissuto personale e siamo pocompropensi ad avere un’ottica più universale e di larga visione. Ma, anche così, si potrebbe pensare ad interlocutore con più di un’entità. Me la tengo come questione su cui riflettere, con l’interesse e la curiosità di poter trovare nuove strade.

Rimane sempre qualcosa fuori dal cerchio, ed io sono invece fermamente convinta che per una crescita, uno scambio proficuo sia necessario che siano presenti tutti gli elementi, ognuno portatore della sua diversità, in modo da poter avere e un quadro di ampio respiro e maggiore completezza.

Per finire la giornata con un po’ di leggerezza, le chiacchiere con una cugina, che mi ha raggiunta al volo, e con cui è sempre bello, ricostruire una quotidianità tutta nostra, di saltelli in città diverse, e ore ridacchiare qua e là, con la sicurezza che anche a distanza, è famiglia.

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Diventare grandi e trovare parole.

Un tempo non capivo, quando mio fratello scriveva nella sua ultima lettera, che lo avrebbero sempre visto come diverso, che sarebbe sempre stato straniero.

Sono cresciuta in una bolla rassicurante, con una cerchia di amici e familiari, con cui ci proteggevamo a vicenda, dalle miserie del mondo. Qualche mese fa, nella città in cui sono cresciuta, è stato ucciso un (altro) uomo, scelto tra la folla, perché il suo colore non corrispondeva alle preferenze di qualcun altro. Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, ma ho aperto gli occhi, ho finalmente compreso, cosa lo spaventava tanto, e ha contribuito a non fargli avere prospettiva per il futuro.

Non lo sentivo, io, quanto può far male essere diversi, lo sapevo, certo, vedevo le occhiate sul bus, le borse tenute strette, i nasi arricciati con ostentazione, ma ero già più grandina forse, avevo avuto il tempo di farmi rassicurare dalla rete di sicurezza degli amici, quegli isolati atti di discriminazione erano raramente cattiveria reale, molto spesso ignoranza. Mi sono rifugiata nei libri, ho trovato tra le pagine la rassicurazione che la mia diversità non fosse una cosa brutta. Per mio fratello non è servito, non è bastato, la famiglia, gli amici, troppo dolore aggrovigliato si portavo dentro. E molto di più, ha incontrato sguardi obliqui e parole stonate, che dentro di lui, hanno trovato un’ eco crudele. Non me lo immaginavo che il mondo fuori da noi, potesse essere così spaventoso, le mie paure erano tutte dentro, le sue , certamente annidate in lui, hanno trovato uno specchio rumoroso all’esterno. Io non so, e credo non potrò mai sapere, esattamente, come a sedici anni, ci si possa togliere la vita; ipotizzo un miscuglio di dolore scritto dentro ed esasperazione adolescenziale, che non hanno trovato soluzione in alcun modo..

Per moltissimo tempo, ho creduto di dover vivere anche per lui, sono dovuta essere grande, per lasciare andare questo senso di responsabilità nella sua vita mancata, e comprendere che potevo vivere per me stessa.

È passato molto tempo, sedici anni, e mi manca, forse ora più di prima. All’ inizio la mancanza era un abisso melmoso, di rimpianti e ipotesi mozzate, ora, è una nostalgia struggente, per qualcosa che mi posso solo immaginare e non è mai stata.

Mi mancano entrambe, i miei fratelli, in modi diversi, ma per ognuno, cerco parole per raccontarli al piccolo Elia. Ci penso da quando è nato, non intendo mentirgli, e se per ora, gli è stato detto che i bimbi nelle foto con la sua mamma, erano amichetti, adesso che inizia a chiedere di più, troverò il modo di raccontargli la loro storia. Cercherò accenti dolci e tenerezza, ma da me, saprà chi erano e anche che non ci sono più, e che si, la sua mamma “li manca” molto e sempre, ma dicendoli a lui, li sente un po’ più vicini.

Quando ho iniziato a fare incontri con i genitori adottivi, avevo spesso timore di parlare dei miei fratelli, temevo di impaurire, giacché, per me sono parte della mia vita e chi mi conosce, sa che spuntano nei miei discorsi, ma, mi chiedevo, se sarei riuscita a far vedere dietro il dolore, contingente e personale, e a porre l’accento sulla necessità di ascolto, empatia e presenza di cui i figli adottivi hanno spesso maggiore bisogno. E tutto questo in senso propositivo, ché giudizi e spauracchi si ascoltano poco e funzionano ancor meno.

“I figli che arrivano, sono quello che sono sempre stati, e quindi, se li adottano (i genitori adottivi) devono sapere che non bisogna aspettarsi troppo da loro, non bisogna pretendere troppo”. Questo diceva mio fratello, in un documentario a cui partecipammo*, e questa frase, è un colpo secco, ogni volta che la ascolto; ma, al di là della storia di Anthony, credo che dia uno spaccato molto lucido, di quello che per alcuni figli, è un sentire molto forte.

Allora, forse, ho trovato il modo di non vivere al posto suo, né del mio piccolo fratellino Dominic, ma di sentirli presenti, trasformando il dolore per la loro assenza, in spinta ostinata a raccontare la loro storia, aggiungendo sfumature alla mia esperienza, rendendo rumoroso il pensiero di chi, ancora, non ha, forse, la solidità per farlo ma ha bisogno di voce. Siamo in molti, figli adottivi, ormai adulti, a spenderci in questo senso, ognuno ha il suo suono, per qualcuno, come per me, il proprio vissuto si intreccia strettamente con la propria professione, per altri è il piacere/ bisogno di condivisione, ed io credo fortemente che ognuno sia prezioso, anche solo per il fatto che maggiori sono le prospettive e più realistico sarà il quadro di insieme.

Di lavoro ce n’è ancora molto, come tutte le cose importanti, non è semplice, ma regala, sempre, bellezza.

* L’ insonnia di Devi, di Costanza Quatriglio, regista sensibile, e, da allora, amica-sorella.

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Di babbi, papà e meravigli bambini.

Quando sono arrivata in Italia, per un mese intero, non ho voluto mio padre vicino. Stavo aggrappata alla mamma, notte e giorno, tanto che lei, poveretta, si prese un’ influenza da stanchezza. Nel frattempo, babbo provava ad avvicinarsi, a prendermi in braccio, anche solo per farla riposare un po’, ma io, anche nel sonno me ne accorgevo, spalancavo gli occhi e gli dicevo “abidabidah”*, e mi giravo dalla parte opposta. Lui si struggeva ma a me, bimba cresciuta in un mondo di donne, di suore, gli uomini dovevano apparire molto estranei, e molto minacciosi. Poi, un giorno, ero con mia mamma dal parrucchiere, e più per abitudine che credendoci, lei mi porse a mio padre, già preparata a tenermi in braccio anche lì. Invece, chissà perché proprio in quel momento, mi feci prendere da lui, che per la prima volta poté stringere la sua bambina. Deve essere stato uno di quei momenti in cui si levita dalla gioia. Lo so adesso, che ho un bimbo che mi innamora, e soprattutto, lo ho imparato negli occhi di mio marito, che riserva al piccolo Meraviglio, una cura e una tenerezza giocosa, che avevo sempre intuito, e da quattro anni è un po’, è diventata certezza. Noi tre, io, il Meraviglio e il suo papà, siamo senza nonni o parentado vicino, e, pur con amiche-zie fondamentali e una babysitter che è di famiglia, accade abbastanza di frequente che, quando io sono via per lavoro, i miei due uomini, stiano da soli a casa. Nei loro racconti e nelle loro foto, sento la bellezza, unica, del loro amore, complementare al mio, diverso e, per questo, bellissimo. Qualcuno si stupisce, perché quando sono via ci sentiamo per il buongiorno e per la buonanotte, non chiamo mai per sapere come va, solo perché mi mancano. E mio marito non fa il “mammo” e tanto meno il “baby sitter” e non si lamenta perché lo “lascio solo col piccolo, e non ci sono neanche i nonni”, tutte cose che però mi hanno chiesto, più o meno in buona fede. Lui fa il papà, e lo fa benissimo, questo si, ma lo fa per scelta, con consapevolezza come tanti papà e come mio padre , che in effetti non faceva torte, (Lui grande si, un sacco e a detta di tutti, buonissime), ma ci ha sempre fatto sentire come la cosa più bella che gli fosse capitata. Il mio babbo, con la sua faccina da Pinocchio invecchiato, e gli occhi birichini, che si stupiscono e commuovono come quelli di un bimbo, con candore per ogni cosa bella, e indignazione per ogni ingiustizia; il mio Lui grande, che con Lui piccolo, è la mia famiglia, e mi ha fatto scoprire un amore allegro e senza filtri che non conoscevo. Due parole, babbo e papà, che hanno dentro lo stesso amore, il primo, per me sarà sempre il mio, ché a Firenze si dice così, ma anche il secondo, ormai, ha un suono dolce e che per me, sa di casa. Auguri a loro, e ai papà che aspettano di diventarlo, a quelli con una pancia da carezzare, e a quelli con una foto in mano, tutti con il timore di non essere all’altezza, con la speranza di sapere amare il nuovo arrivato. E, tutti, così indispensabili.

*abbiamo sempre pensato che fosse solo un vocalizzo infantile, seppur chiarissimo nel senso, invece, in Tamil Nadu, ci dissero che era proprio una parola, che significa “lasciami stare” o qualcosa di simile.

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Come una fiaba

È da quando sono piccola, che amo le storie. Quelle lette nei libri, che mi regalavano la certezza di una felicità reale, ascoltate di nascosto nelle chiacchiere in giro, raccontate. Ed una in particolare, mi accompagna da sempre. Quella nata da colori sgargianti e profumi intensi, quasi nauseanti, e un sole torrido, che scotta la pianta dei piedi. La mia. È iniziata fantasticando su chi potessero essere i miei genitori indiani, e, come molti bimbi, quando venivo sgridata, sognavo di qualche padre maharaja e madre principessa, che alla scoperta delle angherie subite dalla loro perduta piccina, accorressero a fare giustizia. Fantasie di bambina. Tra l’ altro, già allora, non vedevo alcuna contraddizione, tra il voler questi genitori principeschi e il tenermi stretti i miei genitori. Immaginavo una possibile convivenza di affetti, dove nessuno avrebbe tolto niente, mi sembrava così lineare, il mio affetto per tutti. Col tempo invece, questa certezza si è scontrata contro la paura, mia e di altri, paure non dette ma che leggevo, nei loro occhi, presi alla sprovvista dal mia necessità di sapere. La fiaba non esisteva più, avevo ormai troppa consapevolezza, per sapere che non c’ erano stati principi e principesse nel mio passato, ma molto dolore, inferto e subito, e il peso di un abbandono, a cui credevo possibile trovare un colpevole. Non riuscendo a trovarne uno, pensai di esserlo io, per molto tempo. Servì un viaggio in India, per iniziare a scrivere la mia storia con occhi nuovi. Indispensabile, anni dopo, un bimbo nella pancia, e poi tra le braccia, per trovare incastri nuovi e una visione d’ insieme. Nel mezzo molti libri, studio, persone. Adesso tengo la mia storia, quella mi racconto nel tempo, come una compagna di viaggio preziosa, che muta al cambiare del mio sentire, ma mantiene alcune certezze, a cui torno quando mi sento persa.

Da qui, e dal mio amore per fiabe e miti, è nata l’ idea dei laboratori di scrittura in ambito adottivo. Perché, se le vite di tutti, a me paiono storie da scrivere, certo quelle dei figli adottati, sono sempre emozionanti da raccontare, e spesso rocambolesche. La fiaba, con la sua struttura al tempo stesso ben definita, con elementi che ritornano, ma con maglie larghe in cui possano trovare spazio innumerevoli sfumature, mi è parsa un buon mezzo, per avvicinarsi al proprio vissuto, con una sorta di rete di protezione. È provare l’opportunità di raccontare alle proprie paure, incertezze o curiosità di bambini, una storia che non nasconde, ma elabora anche i passaggi dolorosi o sconosciuti. Nelle storie di adozione, ci sono vuoti di informazioni, notizie vaghe o invece dettagliati ricordi di un’altra vita, sia essa di mancanze o serenità perdute, tutte componenti che meritano ascolto, e spazio dentro ciascuno. Trovo emozionante provare a costruire la propria storia, regalandosi il tempo di maneggiarla, con la cura dovuta, e la fantasia per farla volare alta, slegata dalla sola verità di informazione, una storia leggera, che suoni familiare a sé stessi, che tenga in sé ogni parte di noi. Raccontarsi per riappropriarsi di tutti i pezzi, provare a ricomporli, con carta e penna, le dita dirette interpreti dei pensieri, tenendo traccia di tutto ciò che si scrive, per poterci tornare, per trasformare o magari per confermare la propria storia. una narrazione che sia strumento, da utilizzare liberamente e declinata nella forma che più ci è vicina e ci risuona dentro.

Da un po’ di tempo, racconto al piccolo Elia la mia storia, a lui piace molto, e ancor di più gli piace raccontarmela; così mi consegna una nuova fiaba tutta per me, in cui io sono piccola e sola, nella Lalindia, e lui col papà, viene a prendermi, cavalcando un elefante e sconfiggendo leoni, tigri e coccodrilli. Alla fine, mi chiede sempre “sei felice che ti ho portato qui, da Lalindia?”. Ed io sempre rispondo “molto felice, per fortuna che sei arrivato tu a salvarmi”, ancora non sa quanto sia vero, come tutti i bimbi, agisce, prima ancora di sapere, o forse sapendolo, così in profondità da non aver necessità di spiegarlo.

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Troppi ricordi ?

A volte me lo chiedono “con i bimbi grandi è più difficile?” e si potrebbe e dovrebbe dire così tanto, con cosi tanta attenzione, che spesso mi limito ad un sintetico ” come ogni persona, tutti i bimbi e le storie sono differenti, ci sono molte variabili”. E restiamo così, insoddisfatti, sia io che il mio interlocutore, un po’ frustrati dal non avere una risposta esaustiva da dare ed ascoltare. La realtà è che non ho una risposta pronta, giusta per tutti.

Chi arriva più grande, si porta dentro ricordi, una (o più) lingua, sapori e cultura, diversi modi di esprimere emozioni, pezzetti preziosissimi di sé. Sarà fondamentale essere consapevoli di questo, cercare di decodificare i segnali, saper leggere richieste di attenzioni e amore, anche di fronte a rigidità o rifiuti. Costruire intimità sarà forse un percorso più lungo, ma che potrà rivelare il desiderio di trovare fiducia nuovamente e affidarsi, tornare figli o forse sentirsi tali per la prima volta. La memoria di quel che è stato può, certamente, avere come compagne malinconia e sofferenza, ma l’ assenza di ricordi può essere destabilizzante allo stesso modo, facce diverse della stessa medaglia, con la medesima necessità di elaborazione, per poter guardare avanti, forti del proprio vissuto.

Ho ben presente, il senso di instabilità profondo, che mi teneva stretta da ragazzina, quando annaspavo tra il desiderio di avere informazioni, la certezza, di una ricerca impossibile, e la paura di poter scoprire realtà dolorose. Di informazioni ne ho ricevute pochissime, le uniche esistenti, e di realtà dolorosa ne sono intrise, ma adesso, non spaventano, quanto, piuttosto, portano con sé, molta tenerezza e compassione, per circostanze e vissuti così lontani dal mio, e al tempo stesso, così profondamente parte di ciò che sono.

Se penso a mio fratello, ai suoi anni trascorsi in India, densi di ricordi che schizzavano fuori, quando neanche lui voleva, lo prendevano alla sprovvista, e nessuno è riuscito a far loro spazio, né lui, troppo piccolo e con occhi già troppo vissuti, né noi, che uscivamo da altro dolore, tra paura di rivivere dolori troppo grandi e slanci verso il futuro, illudendoci tutti che si sarebbero addolciti, col solo aiuto del tempo. Ricordo il viaggio in India, la mia smania di vedere e la sua rassegnazione, ché lui sapeva e forse non avrebbe voluto, non ha fatto in tempo a costruirne forza dai suoi mostri. Per la me- sorella, non aver condiviso la primissima infanzia con lui, avere in quegli anni, entrambi già sperimentato assenze e mancanze, ha reso più complesso riconoscersi fratelli, è stato un groviglio di sentimenti duri, ognuno impegnato a fare i conti con le proprie ombre. Poi, quando per me iniziava a dissiparsi la nuvola di egocentrismo adolescenziale, e forse iniziavamo a pensarci come persone, che potevano anche condividere alcuni dubbi e farsi forza nelle similitudini, proprio allora, non ci siamo riusciti. Quanto l’ ho odiato, per non averci dato la possibilità di essere adulti insieme. Quanta tenerezza, quanta timore, a volte, di rivedere lo stesso sguardo negli occhi di altri ragazzini.

La nostra storia, la portiamo scritta, nei corpi che devono imparare di nuovo ad essere abbracciati, nelle lacrime, che possono scorrere, perché – dobbiamo imparare anche questo – c’è qualcuno che le saprà asciugare, nei capricci che potremo fare e negli sguardi, che a volte si perdono, ma sanno trovare in sé nuovi modi di trasformare la fragilità in forza. La chiamano anche resilienza, e certo, noi figli adottivi, la facciamo nostra compagna di viaggio.

Poi ci sono i regali belli, come gli incontri con che rendono luce alle ombre, le famiglie felici, con le loro fragilità, e fatiche, ma così belle, nei sorrisi indossati con consapevolezza.

Lo sanno, lo sappiamo, che non è semplice; e non importa.

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Il nome, legame tra mondi diversi.

“Il nome di un uomo non è  come un mantello che gli si può  strappare o cacciare di dosso, ma una veste perfettamente adatta, o come la pelle concresciutagli che non si può  graffiare senza far male anche a lui”   Goethe

Oggi mi sono imbattuta in questa frase, e mi ha fatto pensare ad alcune persone adottate che, a dispetto di tratti marcatamente stranieri hanno nomi italiani. E spesso, raccontano di nomi originali sostituiti o affiancati da più pronunciabili nomi italiani, e devo ammettere un certo disagio di fronte a questa pratica. Lo capisco, solitamente viene fatto, in buona fede,  per semplificare  qiestioni burocratiche o per evitare storpiature del nome in lingua straniera, ritenendo che questo faciliterà la quotidianità. Credo però,  che il nome, sia un pezzo fondamentale di un essere umano, e tanto più  per un figlio adottivo. A partire dal fatto che, il nome, nella lingua del paese in cui siamo nati, rappresenta un legame con quella terra, e ancor prima, con chi, quel nome lo ha scelto per noi. Ritengo un regalo, e un segno di rispetto, il fatto che i miei genitori non abbiano aggiunto un nome, italiano, a quello indiano, e poco ha importanza che il mio sia  abbastanza semplice, viene comunque alterato e storpiato variamente, ma è  il mio, mi ci riconosco profondamente. Nell’ intervento sul nome, leggo due cose principalmente: da un lato, il desiderio di semplificare le cose al proprio figlio, proteggendolo da equivoci e derisioni; dall’ altra, una latente negazione di quel che il nome rappresenta,  il non riuscire ancora a guardare la diversità  del proprio figlio, e del modo in cui si è  divenuti famiglia.  Non è  un giudizio, li trovo inutili, ma forse può  essere uno spunto, per ripensare a cosa ha spinto alla decisione di dare un nuovo nome al proprio bimbo/a.  In entrambe i casi, credo che si agisca in base ad un sentimento di protezione, nel primo, verso i propri figli, dimenticando però  che per loro quella verità,  quel legame col passato vale mille volte gli inghippo burocratici, e nel secondo, verso se stessi, proteggendosi, incosciamente, da una storia passata di cui non si fa parte, ma che occorre avere presente, e soprattutto accogliere, in quanto parte fondamentale del vissuto del proprio figlio/a. Credo fortemente, che una vita trascorsa a proteggersi, perda molto del suo sapore, anche perché  dolori e fatiche prescindono le nostre muraglie, e ho scoperto che il modo di fronteggiarsi è  passando dentro,  spogliandosi dalle proprie armature, attraversare gli eventi e scegliere di guardarli con onestà  e gentilezza, verso gli altri e verso se stessi. Per altro, i figli adottivi hanno fatto della resilienza  una compagna di strada,  e quello che può  aiutare è  qualcuno che, con fiducia, si ferma un passo dietro a loro, pronto a sostenerli nelle loro piccole e grandi battaglie, ma senza sovrapporsi a loro, riconoscendone la diversità  e accogliendone ogni parte. Il nome è  legato strettamente all’ identità,  ne rappresenta uno degli aspetti più  immediati ed evidenti, è una delle prime scelte che viene fatta per noi. Quelli dei figli venuti da altri corpi e altre storie, meritano ancora di più,  rispetto e cura, come le cose preziose, che li accompagnano tra mondi diversi, un filo a cui aggrapparsi per trovare equilibrio, camminando  vite nuove. 

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