Buon compleanno a Lui

Hai voluto aprire subito i tuoi regali, come i bimbi, e hai chiesto anche la canzoncina, con un sorriso che non poteva nascondere quanto questo piccolo rito, che non hai vissuto appieno da piccolo, lo stia recuperando grazie ai due piccoli di adesso.

Abbiamo festeggiato nel verde e seguendo un sentiero che sapeva di storia, due passioni che coltivi nel tempo e oggi è stato bello vederti sorridente e curioso, seguire orme di altri, raccontandoci pezzi di storia (come la racconti tu, è qualcosa di davvero appassionante).

Tu, che hai l’entusiasmo di un bambino per ogni cosa, che sai tenermi per mano nel presente ricordandomi di assaporare il momento, mentre io ho (quasi)sempre i pensieri che corrono avanti .

Tu che sei il mio Lui grande e che vedo crescere sempre di più, con due bimbetti che ti adorano sempre dietro, perché io lo immaginavo che saresti stato un padre stupendo, ma loro, con te, lo sanno.

Buon compleanno mio caro Lui grande, i segni del tempo sono i ricordi di tutto quello che hai fatto, e solo un anticipo del bello che verrà.

16 anni

Ieri era il nostro anniversario e abbiamo festeggiato oggi, perché la vita è fatta più di imprevisti che di appuntamenti perfetti.

Sedici anni, amore mio, e molti di più da inventarci ancora insieme.

Non so se ti amo più di allora, di certo ti amo meglio.

Undici mesi Piccolissimo

Undici mesi di Piccolissimo.

Sempre più grande, più spericolato e indipendente.

Sempre tenero, coccolone e illeso (per ora😅).

Il tempo ti corre sotto i piedini, e tu tieni il tuo ritmo senza scoraggiarti per qualche campitombolo e sfoderi un sorriso ammaliatore.

Ridi e cammini veloce, giochi e conquisti tutti , anche la micia che pur temendoti non sa starti lontana.

Sperimenti e ti allontani, con uno sguardo indietro ogni tanto, per vedere se ci sono, poi continui il tuo viaggio, fatto di salti e abbracci stretti.

Ti guardo ammirata di tanta temerarietà, e spero di saper esserci nel modo giusto per te.

Tu insegnami, che io cerco di imparare.

Con amore,

Mamma.

Chi racconta e chi ascolta.

Da molti anni, da quando mi occupo di formazione in ambito adottivo, mi capita di essere invitata ad incontri in cui si chiedono “testimonianze ” sulla propria storia adottiva.

Inizialmente aderito con entusiasmo ed erano davvero occasioni molto belle di scambio, col tempo però ho deciso di non farlo più, non nei termini in cui veniva proposto almeno.

Da sempre ho avvertito, pur nella ricchezza e nell’emozione di queste situazioni, una sensazione di svuotamento, a seguire. Rovesciavo me stessa, in parole e e viscere, di fronte a persone che mi ascoltavano con gli occhi lucidi, talvolta commossi, altre rattristato, partecipi. Srotolavo vita e pensieri, travolgendo e facendomi travolgere da un misto di bisogno di essere utile e volontà di rassicurare, lenire, curare paure e timori.

Non andava bene. Per me di sicuro, ma neanche per loro.

Partiamo dal termine usato : “testimonianza” che già non amo perché con un’eco legata alla sfera religioso e a quella giuridica (si è testimoni di fede, si testimonia in tribunale), a questo preferisco ed utilizzo “storia di vita/ racconto di vita”, questo perché per quanto valore abbiano le singole storie (e ne hanno molto), il rischio è che vengano prese ad esempio, come una sorta di agiografia, senza conoscerne peraltro, tutti i risvolti che si intrecciano in esse e quindi senza averne un quadro completo.

È utile guardare la questione da due angolazioni, da una parte ci sono i genitori che hanno adottato, che, comprensibilmente anche, sono alla ricerca di esperienze, in una fame continua di conferme e rassicurazioni.

Dall’altra ci sono le persone che sono state adottate che si raccontano un po’ per bisogno personale (l’atto di raccontarsi, il farlo e rifarlo in sé può essere già un primo passo di elaborazione del vissuto) un po’ perché l’ego viene coccolato, in modo sottile, dal ricevere tanta attenzione, e dal vedersi ascoltati con interesse, tanto più se magari si è avuto esperienza di contesti in cui poco o niente si è affrontato la propria storia e l’adozione in generale.

Questo doppio canale di bisogni, rischia di creare un corto circuito, per cui le vite narrate sono percepite come esempi a cui aspirare o da cui rifuggire, autoconfermando le proprie convinzioni o alimentando insicurezze, e da parte delle persone adottate, la vertigine di tanta attenzione può far perdere la necessaria contestualizzazione anche del prorpio racconto.

Teniamo infatti presente che anche quando si racconta di se in modo libero e quanto più possibile spontaneo vi è sempre, più o meno consciamente, una scelta di quello che si racconta, e sarebbe quindi auspicabile che tale scelta venga fatta consapevolmente sia per chir accorta sia per chi ascolta.

Le storie personali sono preziose, meritano di essere accolte in quanto tali, senza che vengano trasformate, loro e i loro proprietari narratori, in santini a cui ricorrere per dissipare dubbi con certezze granitiche.

La vita è complessa, imprevedibile, articolata e talvolta contraddittoria, può essere utile partire da esperienze personali se poi si riesce però ad astrarre i concetti e leggerli in prospettiva e in chiave più universale, sempre consci che si tratta di storie, e che come tali sono uniche e non sovrapponibili.

Io oggi (e da un po’di anni) racconto pezzi di me che scelgo e seleziono in base a ciò che voglio comunicare, ascolto e mi confronto con altri, sempre sapendo che sono sono parti di puzzle più ampi.


Pensieri faticosi, e dovuti.

Dopo qualche tempo, provo a mettere in fila i pensieri, che sono stati in questi giorni, tanti e faticosi.

Non parlerò di lui, di un ragazzo morto troppo giovane, che si è ucciso e non sapremo mai davvero il perché. Per un motivo semplice, quasi banale ma che sembra venga scordato da chi, da ogni parte ha bisogno di appiccicargli una ragione per inscatolare il suo dolore.

Ebbene, la ragione non la sapremo: solo lui la conosceva.
Nessuno, neanche la persona più vicina, può dirci perché e credo anche che non serva, non è questo il punto e, soprattutto, si rivela solo un aggiungere dolore a chi, di questo “perché” sentirà il peso per tutta la vita.

Dunque non diciamo niente? Tutte le questioni sollevate? Il razzismo, l’essere stato adottato, i compagni che non lo accettavano, la famiglia e le sue, eventuali, fatiche?

Per prima cosa, noto che è sempre più diffusa la percezione distorta per la quale “se non appare sui social non esiste”, se non si fanno dichiarazioni immediate, a caldo, emotive e che parlano alla pancia delle persone si è distaccati, insensibili e poco solidali.

Mi pare ovvio che non sia così, che scegliere il silenzio sia una scelta ben precisa e che mette in primo luogo il pudore, dovuto, dinanzi ad un dolore così grande, quello di chi non c’è più, e quello di chi resta.

Questo silenzio mi è sembrato dovuto, non perché coinvolta dal richiamo emotivo di questa morte, così simile a quella di mio fratello, ma come persona che dinanzi a ció che non può sapere, e che però provoca sofferenza in altri, si ferma, fa un passo indietro e accetta che no, non si può comprendere , capire e dare la propria opinione su tutto, non si può e, a mio avviso, non si deve.

Ho letto motivazioni di vario genere, ipotizzate e date per certe, mentre l’unica cosa che mi appare sicura è proprio che queste tragedie sono impastate di dubbi, di un miscuglio di ragioni, e che stabilire, dall’esterno, quale debba essere la principale sia una mancanza di rispetto per chi le ha provate, quasi a voler classificare il dolore, appiccicandogli un’etichetta di quello che risuona più forte dentro di noi.

È che fa paura, l’idea di non saper riconoscere tanta sofferenza, ma è un dato di fatto, il dolore a volte si nasconde o a volte non sappiamo vederlo, ognuno per il suo motivo, ognuno per la sua storia. E non sarà trovare colpevoli che allontanerà questa possibilità.

Ci sono strumenti, luoghi e tempi consoni a portare avanti riflessioni, analisi ed azioni concrete. Luoghi e tempi che sono anche lontane dai social, che possono essere uno strumento utile ma non certo il solo, e che troppo spesso vengono visti come una vetrina in cui se non si è dentro non si esiste.

Sarà stato ANCHE il razzismo
ANCHE l’essere stato adottato
ANCHE il sentirsi diverso
ANCHE l’essere trattato da diverso
ANCHE sentirsi sradicato.
Ma soprattutto, sarà stato un insieme di variabili che non è dato sapere e davanti a cui, ci si può solo fermare, fare silenzio e avere pudore di qualcosa che non si comprende.

Si dice chiedete alle persone che sono state adottate, a quelle di adozione internazionale, che queste fatiche le sentono addosso.

Ecco, pur essendo evidente, che alcune di queste sono certo anche le fatiche di altri, nessuno di noi potrà dare motivazioni al SUO “perché”, nessuno può.

Scandagliare il suo animo non porterà risposte, e arreca dolore a chi ne vive già, mentre serve indagare dentro di noi, interrogarci davanti allo specchio, sapendo che ci dovremo sforzare di non scappare davanti alle domande più dolorose a cui cercare risposta, e sapendo anche che forse una risposta non la troveremo, non subito,non valida per tutti,non valida per ogni momento.
Più doloroso, più complicato ma credo, più utile.

Dieci mesi piccolissimi.

Qualche giorno fa hai compiuto dieci mesi e sembra incredibile, mi cresci sotto lo sguardo e fai balzi di autonomia sempre più veloci.

Vuoi stare in piedi e cammini aggrappato a qualsiasi cosa, hai deciso che devi mangiare da solo con le posate e ti arrendi solo alla stanchezza, senza aver mangiato ma fiero di averci provato (e poi una ciucciatina consolatoria e ristoratrice e via a dormire sereno).

Ridi di una risata contagiosa, con gli occhi che brillano di emozione e a vederti con tuo fratello, mentre vi contagiate a vicenda il cuore mi rotola dentro.

Sei coccolone e non mi lasceresti mai, ma se sei fuori con papà e fratellino riesci a divertirti e goderti il vostro tempo tra ometti.

Mi dormi addosso e metti alla prova il mio bisogno di solitudine, ma ti fai amare in modo così sconsiderato che anche quella (per ora) passa in secondo piano.

Buon complimese piccolissimo, crescerti accanto è davvero stupendo.

#complimese#diecimesi#piccolissimo#momlife#motherhood#maternitá

Il Meraviglio cresce.

Il Meraviglio questa mattina si è alzato prima di tutti e ha voluto preparare la colazione. Con qualche dritta materna (su quale numero la rotella del tostapane? Quanti minuti il tuo the in microonde, papà vuole corn flakes o granola?) ha disposto tovagliette, tazze, e tutto il necessario.

È riuscito anche a resistere alla tentazione di svegliare Lui grande appena pronto, ed ha atteso che ci alzassimo dopo mezz’oretta, giocando.

Lui, che è cresciuto così tanto in questo anno, catapultato dall’essere il bimbo di casa ad essere fratellino grande, e che con entusiasmo vive questa novità, con una capacità invidiabile di cogliere, ed esprimere, anche le sfumature di fatica.

“Mamma, mi manca stare in po’ noi due da soli “, ” Quando tutti guardano lui, un po’ mi sento solo soletto. Non voi, ma i nonni o gli amici. Perché lui è davvero COSÌ carino! E io mi sento troppo grande ” “Mamma, io amo il mio fratellino, ma a volte, vorrei stare solo con te”.

Sono fiera di lui che sa dirci la sua fatica e ancora di più mi commuove che non la riversi mai sul piccolissimo, ma che sappia indirizzare le sue richieste a noi, che giustamente, siamo gli adulti che le possono accogliere.

Intravedo l’uomo che potrebbe essere, nei sorrisi sghembi e divertiti che lancia qua e là, nella cura che rivolge ai piccoli, nella sensibilità profonda, che gli inumidisci lo sguardo, quando incontra il dolore altrui, o la bellezza improvvisa.

Stringo il bimbo che è stato e che ha ancora bisogno di essere, nelle coccole che chiede, nei racconti fantastici che ci divertiamo a fare, nei disegni stupendi che gli suggerisce la fantasia, nelle dita rosse di ciliegie e fragole e i baffetti di cioccolata, quando sbuffa per lavarsi le mani, ma poi lo fa perché “lo so, lo so, tu mamma sei pulitina e vuoi così anche per noi” ridacchiando di (crede) nascosto.

Cresco accanto alla persona che è, godendomi il privilegio di essere ancora e per ora, scelta per le sue confidenze, per abbracciare le sue fatiche di bimbo e strapazzare la sua tenerezza sulla porta di casa, prima di andare a scuola, ché li davanti, in mezzo agli amici, abbiamo concordato una carezza discreta sulla testolina come saluto.

Salti dentro alla vita mia Meraviglio e io, cerco di saltare con te.

La colazione era buonissima.

Sempre la stessa storia…

Per oggi il mio bimbo grande doveva portare a scuola una scheda “la mia storia”, in cui c’erano domande sulla famiglia, sulla provenienza di bimbi e genitori, sulle usanze del luogo in cui sono nati.

Lui non ha avuto problemi a compilare tutto, si è lamentato solo di non avere abbastanza spazio per scrivere che ” Mamma Devi è nata in India, poi è stata adottata dai nonni ed è cresciuta a Firenze”; io gli avevo detto di scrivere quello che preferiva, anche solo Firenze o India o entrambe come provenienza, ma è un tipetto preciso e abbiamo disegnato due righe aggiuntive.

Sull’usanza del paese da cui proviene ha messo “Natale” e quindi a noi è andata liscia così.

Però.

In classe sua c’è una bimba adottata con adozione internazionale un’annetto fa, e ci sono altri bimbi con situazioni familiari complesse o quantomeno articolate.

La scheda peraltro era scritta in un italiano discutibile, temo presa e stampata senza neanche correggerla da qualche sito.

Mi rattrista e mi fa arrabbiare che così poca attenzione sia ancora rivolta a questo, che non si cerchino soluzioni alternative (sappiamo ormai che ce ne sono molte) per introdurre lo studio della Storia, e che ci sia così poca cura nello sguardo che possiamo su una cosa tanto preziosa quanto il racconto di sé e, l’eventuale, condivisione.

Non serve a molto scriverlo qui, ma mi concedo un piccolo sfogo, poi torno a fare quello che posso, e che amo: ascoltare, formare, raccontare e proporre narrazioni e sguardi ampi ed accoglienti.

A volte però, che fatica.

Trentasette anni e giornate perfette, solo da ringraziare.

La prima parola che oggi viene fuori sulla tastiera del mio telefono è “grazie”, ed è proprio vera.

Le brioches portate da lui grande per una colazione di festa.

Camminare in città, godendo di una primavera luminosa

Tornare in tempo per un pranzetto solo da scaldare, grazie alle scorte della mia mamma.

Un riposino col piccolissimo stretto stretto (tanto per cambiare 😅).

Andare a prendere il meraviglio e poi insieme a lui, il piccolissimo e lui grande andare a spasso per il quartiere e fare un aperitivo al nostro mercatino del cuore.

Le telefonate con le amiche e tanti messaggi, ovunque.

Il pensiero di lei che trentasette anni fa, mi faceva nascere, più sola e più sperduta di quando io ho fatto nascere i miei figli.

E le penso un coraggio grande, e spero, anche un po’di felicità e tenerezza, seppur mischiate a paura e dolore.

Penso anche a lui, che non le è stato accanto e chissà se ha mai saputo di me, o se proprio sapendolo se ne è andato.

Gli invento scuse, regalo il beneficio del dubbio.

Grazie, è la parola di oggi. Ed è perfetta.

Mi hanno fatta loro.

Una festa in cui mi trovo un po’ scomoda, sarà che in questo paese le madri si festeggiano e poi si dimenticano.

Sarà che non ho (ancora?) ben imparato ad essere figlia, con la mia fatica ad affidarmi e la sensibilità a pelle scoperta, eccessiva.

La maternità è stata una grande rivoluzione per me, una presa di coscienza e una spinta creativa.

Al netto della stanchezza, dei sensi di colpa, del sentirmi inadeguata, si è rivelata portatrice di leggerezza e allegria, oltre a dosi enormi di amore.

Sono una madre che ci prova, inetta e imperfetta a tratti, volenterosa sempre.

Sono la madre che posso, che spero, che so.

E ringrazio i miei figli, che miei non sono ma mi hanno fatta loro, perdutamente.