Lui, piccino e grande.

Lui, che era piccino, e ora, quando mi salta in braccio, ha gambe lunghissime che dondolano. Lui che i primi tempi, dormiva solo con la testolina nell’angolo tra collo e spalla, e ora che dorme tutta la notte nella sua cameretta, e la mattina arriva nel lettone, si accoccola in mezzo a noi e sul cuscino ha la stessa espressione di serenità perfetta.
Lui, che mi ha insegnato, a me circondata da donne, quanto può essere buffo, divertente e pieno di stupore lo sguardo di un maschio piccolo, e ora, mi rende facile il compito di crescere un piccolo uomo gentile.
Lui, che era testardo, timidissimo, dolce e ammaliatore, e ora, lo è sempre di più, tutto quanto.
Lui, che mi ha portato fuori da me, mi ha rivoluzionato lo sguardo, e ora, continua a farlo, regalandomi una nuova centratura.
Lui, che mi ha fatta sua, tenuta stretta e innamorata, senza ritegno, e ora, mi allena a saper partire, vincendo qualche senso di colpa, con la certezza che tornerò e che gli sto consegnando l’idea di una mamma che è migliore, se può essere se stessa, anche lavorando lontano da lui, o forse proprio per questo.
Lui che era meraviglia pura, e ora continua ad esserlo.
Lui, che oggi fa sei anni, e dopo scuola era felice, perché hanno iniziato a leggere “proprio oggi mamma! Che regalo tutto fantastico”, e gli brillavano gli occhi, e se saprà mantenere questo stupore, avrà mondi e storie a sua disposizione. Lui, che era il mio filo tra passato e presente, e ora, srotola il filo verso il futuro.
Lui che era, e ora, continua ad essere, il (non più tanto) piccolo Meraviglio.
Buon compleanno amore di mamma.

La notte prima.

Me la ricordo bene, questa sera qui, di sei anni fa.  Sono andata a dormire piangendo, perché dopo essere iniziate, come da un po’ di sere accadeva, le contrazioni si erano fermate, ed io ero esausta di paura e di desiderio. Paura del dolore, certo (sono fifona, impressionabile e con una soglia del dolore ridicola), ma, soprattutto paura di non saperlo lasciare andare, quel piccino che smaniavo di conoscere. Perché lo sapevo  visceralmente, e al primo sguardo, davvero ci siamo riconosciuti. Ma temevo, proprio per questo, di non riuscire a lasciarlo andare, a scoprirlo fuori da me, profondamente diverso e inesorabilmente figlio.
Dopo essermi calmata, un sonno piccolo, agitato, uno dei miei, interrotto dal segnale decisivo. Acque rotte, ma nessuna contrazione. La chiamata in ospedale, cercando di non svegliare lui grande, e poi, dato qualche problema avuto qualche mese prima, una doccia al volo e via, in macchina, per non rischiare, per controllare.
Da lì, in ospedale, tra un dolore ancestrale, annichilente e infine anche un grande spavento, ho aspettato fino alla notte dopo per conoscerlo.
Una notte lunga, una delle più lunghe della mia vita, una delle più sconvolgenti. Ma al termine di quella, la mia rivoluzione. Sentivo più che mai la vicinanza con la giovane ragazza indiana, la mia mamma indiana  che mi aveva fatto nascere, chissà dove e chissà come, sperandola accudita, ma sapendola più realisticamente sola. In quella notte, sono tornata figlia, vedendo  lo sguardo preoccupato della mia mamma, posarsi su di me, come quando, da piccola, mi curava L qualche malanno. In quella notte, poi, sono nata madre. La sua.
Domani si festeggia, con le torte a scuola, e la pizza di sera, impastata da me e stesa col papà, le candeline, una bibita per festeggiare e un pacco con la carta a righe e un fiocco grande che aspetta nascosto nell’armadio, con un biglietto tutto per lui, che ama i regali così, con i fiocchi e parole di amore.
Piccolo Meraviglio, stai diventando grande.
Oggi, auguri a me. Domani  sarà il tuo momento.

Equilibrismi.

Continuo a mutare pelle, trasformo il riflesso dello specchio, ostinatamente cercando la mia parte più vera.
A proteggermi, le mie debolezze, la fragilità più forte, che, esposta, è il mio unico salvagente. Quello che mi sa riportare all’ equilibrio, come un acrobata sul filo, ondeggiante tra una storia passata e quelle che, pur non mie, sento dentro. E allora, per non farmi sopraffare, esco da me, mi vado a cercare, per esserci solo quanto serve, e poi, salvarmi un po’.

Mari.

Torno a casa da un bimbo col febbrone, le guancine arrossate, il respiro più pesante. Lo guardo, nel suo mare di coperte azzurre. E non posso evitare di pensare ad un piccino di otto mesi in fondo al mare, quello vero, stretto alla sua mamma, e come loro, ai troppi che proviamo a non pensare; io ricordo Elia, che a otto mesi aveva preso la varicella, ed io ero preoccupatissima, perché era la prima volta che stava davvero così male, con la febbre alta e pianti sconsolati. Sento, so di non saperlo, e non volerlo neanche immaginare, un dolore così grande, che mi salgono le lacrime al solo pensiero: una madre che stringe il suo piccino, tenendo nell’unico posto sicuro, per gli ultimi istanti di vita. So, che lei sapeva, che erano gli ultimi.
Accarezzo il mio bimbo, tra le onde morbide di cotone blu, ed ho la netta percezione della mia fortuna. Come ogni fortuna, casuale e illogica. Non so, se potremo mai assolverci.

Rossetto e profumo.

La nonna, è, letteralmente, una signora d’altri tempi. Casalinga, dedita a marito e figli, restava con bigodini in testa e vestaglietta fino al rientro per pranzo di mio nonno. All’ora x, si precipitava a prepararsi, facendosi trovare truccata, pettinata e vestita di tutto punto, attirando gli strali della primogenita (mia mamma), che inorridiva e predicava un femminismo in divenire. Allo stesso tempo, nonna era quella che gestiva finanze e decisioni familiari, con cocciutaggine e determinazione. Una nonna adorata, da tutti noi nipoti, spesso confidente di segreti rivelati solo a lei, e resa partecipe delle nostre vite, con telefonate lunghe e chiacchierate con caffè appena riusciamo. Mi ha fatto amare l’opera e la musica classica, da quella prima “Carmen”, vista a quattro o cinque anni, con gli occhi assonnati e l’eccitazione qualcosa di bellissimo. Le opere viste con lei, sono tra i ricordi più felici della mia infanzia, insieme al bagno nella sua vasca e al batuffolo imbevuto del suo profumo da passare sui polso prima della nanna. Mi ha insegnato la felicità, ” bisogna allenarsi a goderla sempre, tutta, quando c’è, e a farne scorta per i tempi bui, così da ricordarsi che tornerà il sole.” me lo diceva sempre ed io le ho ciecamente creduto, per mia fortuna.
Adesso, passati i novanta anni, non esce più, neanche per il cinema vicino a casa, una delle sue passioni, condivise con l’amica di sempre, e qualche giorno fa mi ha detto, con un sorriso sbieco “si è seccato tutto, anche i miei trucchi, il mio rossetto. Ma tanto, non devo andare da nessuna parte”.
Per Natale, avrà un rossetto nuovo, da tenere accanto alle saponette profumate, e alla sua boccetta di “bien- etre”.

Una bellezza piccola.

Ci sono mattine in cui tutto sembra in salita, la lista di cose da fare e da scrivere si somma ai pensieri che rimbalzano in testa.
Poi sulla scrivania si appoggia un striscia di luce, che nonostante i vetri sporchissimi, arriva limpida. Cade perfetta sul caos di libri e appunti, e schiarisce gli oggetti che tengo vicini mentre lavoro. Le mensole del nonno, la ballerina equilibrista di mia zia, la piantina di ceramica della mia amica, la lampada da bambini, che ho comprato per me.
Questa bellezza piccola, mi mette in fila le idee. Un caffè e l’uva portata dai miei, mi coccolano un quarto d’ora che decido di prendermi. Fermo il tempo e le scadenze.
Respiro ancora, riparto.

Quando succede, è bellissimo.

Ieri sera, appena fuori dalla stazione, aspettando la mia amica N., veramente esausta dopo una giornata bella e intensa.
Una sveglia presto, e la colazione da sola, in silenzio, salutare un bimbo in pigiama, che si prepara ad una giornata coi nonni e Gigi il cane, il mio babbo, che mi vizia accompagnandomi in auto in stazione, e un treno di viaggiatori assonnati. Trovare Milano col sole che inizia ad affacciarsi tra la nebbia, e fare due passi al castello. Poi la mia amica R. con cui raccontarsi la vita, quasi sapendo e le sfumature reciproche, tanto ci intendiamo.
Ritrovare i ragazzi dopo l’estate, osare un po’, nel proporre subito un tema non semplice, ma sentirli, e sapere che potevo farlo. E la bellezza (e un po’ il sollievo) di vedere confermata la complicità tra loro, che avevo solo intuito e sperato.
Poi, aspettando il treno del ritorno, decidere, nonostante la testa piena di pensieri rimbalzanti, di fare almeno un salto in un posto bello con le amiche di sempre. Solo un’oretta, per ritrovarmi ragazzina.
A casa, nonni esausti e bimbo stanco e coccoloso, che appena mi ha vista mi ha seguita con solerzia in ogni spostamento, da l bagno alla stanza, regalandami racconti della sua giornata. Poi siamo crollati, nel lettone insieme, vizi di quando non c’è il papà.
E quando, in una delle mie (solite) sveglie notturne, ho sentito la zampetta della micia sul piede, una manina sulla guancia, e la luna fuori, con la luce che sbatteva sul balcone, ho sentito che ero dove volevo essere.
Quando succede, è bellissimo. Faccio in modo che accada spesso.

Relitti.

Qualche giorno fa, ho visto le foto di un’amica a Lampedusa. Foto di relitti, poetiche di una bellezza dolorosa, perché sapevo che erano resti di barchini su cui in tanti, troppi rischiano e perdono vite. Si intravedono oggetti, ci si leggono dentro storie che non so immaginare, non serve, perché sono vere. Le ho chiesto di poterne usare una, per scrivere un post. Poi ne sono morti ancora, e ancora succederà. E poi una guerra, ancora. E sembra non c’entri, è da un’altra parte. Ma ci vedo la stessa insensatezza umana, la medesima assenza di memoria. Come eravamo, come non dovremmo diventare. Metto a letto il mio bambino e sento il peso di un privilegio sfacciato, perché privo di merito. Essere cresciuta qui, per una giravolta di vita affatto scontata. Cerco di farne qualcosa di questo privilegio, metto insieme parole, cerco storie di cui avere cura, guardo quelle che incontro. Un piccolo modo, per trasformare il peso in qualcosa.

Grazie a Viaggiare a piedi scalzi, per la foto, e per i suoi viaggi, che io non saprei fare, ma che seguo da qui e in qualche suo racconto davanti a un succo di frutta bevuto insieme.

Più importante di un fiore

Un bimbo esausto, di scuola e di giochi, prima della nanna, con gli occhi quasi chiusi..

“Tu sei importante, più importante di un fiore, perché sei sempre così gentile con me.

E risolvi sempre la situazione, quando mi viene la tristezza. Tu sei mammastica.

Voglio farti un regalo, una cosa per te che hai per sempre. Compriamo dei brillantini?”

Cosa può fare una piccola mamma, di fronte a tanto amore? Commuoversi un pochino, coccolare molto, e comprare brillantini.

Ché, lo sa bene, la tristezza non potrà sempre risolverla, ma cercherà di fargli sentire che potrà anche trovare da solo la soluzione. Tanto lei, sarà sempre lì, qualche passo indietro, per godersi la sua corsa, e se avrà avuto abbastanza coraggio da non temere di perderlo, lui saprà volare lontano. E tornare, per qualche coccola. Quelle vanno sempre bene.

Nonni.

Penso ai miei nonni. Lui, da parte di babbo, falegname dalle mani fortissime, che su di me si posavano piene di tenerezza, mescolate ad odore di trucioli e caramelle d’orzo. Lei, da parte di mamma, che ancora ascolta i racconti di noi nipoti, dicendo, dall’alto dei novantatre anni “I miei figli mi annoiano, ormai sono vecchi. Invece voi, voi mi fate sognare”. E sognare mi ha fatto davvero, lei, quando non sapevo più come sopravvivere alla tristezza, mi ha insegnato la felicità.
Penso ai nonni del Meraviglio, due lontani e persi in vite che hanno lasciato poco spazio ad altri, anche se il piccolino riesce a regalargli qualche sorriso. E i due che conosco bene, che da quando è arrivato hanno seguito alla lettera la teoria per cui “noi la nostra parte di severità l’abbiamo già fatta. Adesso facciamo i nonni, e per il resto sono cavoli vostri”. Che gi hanno regalato un libro sull’ Odissea, in inglese, e con illustrazioni bruttarelle, che è uno dei suoi preferiti e quando lo leggiamo mi dice con gli occhi brillanti “questo, è quello dei nonni”.
Li sento parlare in modo tutto loro, raccontarsi cose piccole come avventure e cose grandi come fatto quotidiani. Hanno costruito un amore fatto di lunghe videochiamate e incontri speciali, in cui non esiste nient’altro se non loro tre, e il cane Gigi.
Quanto amore sanno fare, i vecchietti e i bambini insieme.