Cosa scrivo

Parole per costruire

Le parole costruiscono realtà, e mi stupisco (forse pecco di ingenuità?) nel constatare che, ancora, alcuni genitori adottivi non hanno contezza di concetti fondamentali e utilizzano terminologie inesatte e fuorvianti che, temo, rispecchiano una visione irrealistica e limitata. La buona fede non mi pare più una giustificazione possibile. Una attenuante forse, ma solo se , poi, c’è il desiderio di mettere in discussione le proprie idee, una volta che vengono confutate con tanto di spiegazione.

Invece, spesso, ci si trova davanti ad un muro di gomma, che si nasconde e si trincera dietro l’idea del “si è sempre fatto/detto così ” o “in fondo non c’è niente di male ” avallando l’idea che si tratti di filosofeggiamenti inutili e magari pure un po’ pretenziosi.
Siamo in tanti a dirlo, con diversi punti di vista, differenti ruoli, ma è un cambiamento fondamentale da portare avanti.

Le parole costruiscono e un genitore (adottivo e non, ma forse in caso di adozione mi aspetterei e auspicherei più consapevolezza) dovrebbe avere cura di esse. Anche e soprattutto perché dalle sue parole, si costruirà il vocabolario, emotivo e non, di suo figlio/a, le sue parole sono la prima finestra da cui si affaccerà sul mondo. Facciamo che sia una realtà ricca di sfumature, mobile e mutante, e non ferma in stereotipi ormai datati.

P. S. Non mi riferisco a qualcuno in particolare, ma alle tante frasi e parole lette e ascoltate nel tempo.

Solitudine cercata.

Un bimbo di latte e coccole che dorme nel lettone, tutto vicino al suo papà e uno di stelle sul soffitto e abbracci stretti, con le ciglia lunghe, nella sua cameretta.

Fuori una delle tante albe di questi giorni, si fa attendere, mi sono alzata prima, oggi.
Una tazza calda, e il silenzio.

È una delle cose più preziose ultimamente, il silenzio e qualche momento di solitudine.
Ché, ho realizzato, ho necessità di stare da sola, per non isolarmi, nel senso per cui solitudine e isolamento si trovano, per me, ad essere quasi antitetici. Se nella prima c’è il mio rifugio, il luogo dei pensieri e del tempo che mi regalo, il secondo odora di gabbia e staticità.
E in questo cercare solitudine tendo ad isolarmi e a sentirmi sola.
Nel trovarmi sola con me stessa, mi riconosco e so assecondare, dopo, la necessità di vivermi con gli altri.

Il confine pare labile, nella pratica, ma ne ho imparato la differenza nettissima.
È poi, forse, solo il normale oscillamento tra dentro e fuori (di sé) che se non bilanciato, ognuno a suo modo, porta scontento.

Il mio è declinato sulla necessità di godermi del tempo solitario, di pensieri messi in fila, magari accompagnati dai passi che camminano per la città.
Ah il lusso di una passeggiata senza meta, ad incrociare le vie per caso, e ritrovarsi in luoghi familiari come fossero nuovi, e con lo stesso stupore, ritrovare come vecchi amici, angoli mai visti.

Un bimbo di latte e coccole, uno di stelle e abbracci, Lui grande che dorme.

Fuori l’alba che è arrivata, dentro, io che la guardo, la tazza vuota in mano, e un po’ di tempo vuoto rubato per me.

Non sempre facile.

Un Meraviglio che fa un compiti col papà, e poi va con lui a giocare a palla e fare la spesa.

Un piccolissimo che, in preda alle coliche, piange disperato tutto il giorno, ma che a sera, finalmente passato il mal di pancia, dorme beato, nel suo pigiamino pulito, in braccio alla mamma, dopo aver ricevuto coccole da papà e fratello maggiore.

Un Lui grande, che chiede “cosa posso fare per te? ” e in questa domanda c’è tutto il senso di quello che già fa. Poi gioca, corregge compiti e coccola, me e loro.
“Cosa posso fare per te? ” “Lo fai già. Ci sei.”

Io, che dopo tutto il giorno passato a consolare un Meraviglio un po’ in carenza di attenzioni e un piccolissimo piangente, sono riuscita a fare una doccia, cenare con una zuppa di pomodoro e adesso, bere una camomilla con in braccio un piccino dormiente.

Un sabato sera tutto nostro.

Non è sempre facile. È sempre bello. Indispensabile.

Correre fortissimo. Anche con le mascherine.

Ieri è tornato un po’ avvilito dalla distanza che devono mantenere lui e i suoi compagni a scuola. Si adegua, comprende che è importante e segue le istruzioni, ma è dispiaciuto. “Mamma, non possiamo neanche disegnare insieme! E sai, non posso neanche raccogliere una matita del mio compagno, ognuno deve pensare SOLO alle sue cose, neanche si può prestare la gomma. Non mi piace tanto così.”

Stamattina era in crisi, triste e un po’ insofferente.

Oggi pomeriggio è tornato allegro, e con un ginocchio sbucciato. “Mamma abbiamo corso in cortile, con le mascherine, ma abbiamo corso fortissimo. E sono caduto. Ma vabeh, non mi sono rotto un osso. Vero? “

E a me, quel ginocchio sbucciato ha messo allegria. Un piccolo segno di normalità bambina, preziosissima.

Come stai di sentimenti?

Il Meraviglio, che è cresciuto tanto in questi mesi e ancora di più quest’estate; che è innamorato del fratellino ma sa chiedere tempo “noi due da soli”, che io sono felice di trovare, pur con gli equilibrismi del caso, e già sto progettando appuntamenti in teatro per noi due.

Lui che domani ri – incontrerà gli amichetti, le maestre e una scuola dai banchi divisi, con le mascherine certo, ma almeno insieme, ed è un po’ preoccupato e un po’ emozionato è prova a dissimulare con sorrisi sdentati, e a cercare rassicurazioni con abbracci e coccole in più.

Lui che, con saggezza bambina, chiede a chi ama ” E dimmi, tu, come stai di salute? – e poi- e come stai di sentimenti? “, e aspetta davvero di sapere la risposta, che le cose importanti hanno bisogno di tempo e parole precise, e lui è molto bravo a trovarne di nuove e perfette.

Lo zaino è pronto, i vestiti in fondo al letto, la scatolina per la sue merenda colorata aspetta in cucina di essere riempita e lui è lì sotto le coperte, a dormire sogni emozionati.

Buon inizio,mio piccolo, grande Meraviglio.

Colori.

Questo colore che ho, i tratti che sono il mio volto, sono solo alcune delle cose che fanno di me, proprio me, e vale per tutti. Ma per qualcuno, pelle, occhi, bocca, naso, altezza, colore sono ancora l’unica cosa degna di nota (in realtà ci si aggiungono a piacere anche cultura e religione in varie accezioni, ma l’involicro è comunque la cosa più evidente per tutti), e che sancisce una colpa non scritta, che lascia attoniti. È qualcosa che colpisce come uno schiaffo inaspettato, quanto qualcosa che non si è scelto, possa essere causa di un avversione così folle. E sono lacrime, di dolore e rabbia, quelle che piango dentro. Perché fuori, ho due bambini, a cui spiegare che nonostante tutto, difendere i fragili, coltivare bellezza, ci salverà. Anche se fa un po’ più paura, anche se sembra che non serva a niente. Serve, perché chi ha lo sguardo aperto, vede benissimo.

7 settembre.

Adesso scendiamo le scale con un meraviglio per mano, un piccolissimo nell’ovetto, uno zainetto per i giochi e le merende nella borsa, ma quando ci troviamo mano nella mano mi rituffo in quel settembre di dodici anni fa, con un vestito a fiori gialli, e una giacca blu, pronti a festeggiare in un prato coi nostri amici un matrimonio che nessuno dei due aveva mai sognato, e che si è rivelato un giorno bello davvero.

Ci siamo sposati giovincelli, squattrinati e molto innamorati.
E nel quarantenne un po’ stempiato e nella donna con qualche filo bianchi tra i capelli che vedo nello specchio, ritrovo quell’ emozione lì, con un po’ di vita in più trascorsa insieme e ancora tanto da ridere e sognare.

Buon anniversario a noi, amore mio.

Nuovi equilibri

Un mese di equilibri nuovi, fare le stesse cose ma inventarsele a quattro.
Spostare mobili e trovare nuovi spazi, in casa e dentro di noi, per creare nuove armonie, di quelle un po’ fuori sincrono, perfette.

Un mese da equilibristi, a provare ognuno il suo modo di tenerti stretto, e allo stesso tempo di ritrovare pezzetti di prima: ricostruire abitudini, rimodellare le vecchie e trovandone di nuove.

Sei entrato nella nostre vite spavaldo e determinato, chiedi attenzioni totali, mi rubi le notti e i pensieri in questi giorni fumosi, liquidi, in cui il tempo pare scandito dai tuoi soli bisogni.

Ti seguo, in questo nuovo modo, tutto tuo, ma mi riservo di strapparne qualche ora per ritrovarmi e raccontare storie al Meraviglio, ascoltare i suoi racconti e fare qualche parola con Lui grande, magari guardare una serie tv, sapendo che uno dei due si addormenterà, ma almeno provarci da un brivido di leggerezza.

Una candelina soffiata da un fratellino grande, sui pasticcini che ha voluto comprare per festeggiarti, te, ma anche un po’ noi che alla fine “siamo bravi mamma, secondo me”.

Buon primo mese amore nostro, amore mio.
Buon primo mese a noi, che già ci sembra impossibile la vita senza di te.
Buon primo mese a me, che mi scopro nuova e mi cerco nello specchio, ogni tanto scorgo una me passata, e le chiedo di restare, almeno in qualcosa.

Buon primo mese, che sia solo l’inizio della tua avventura in questo pazzo, bellissimo mondo.

Io e lei.

Il cielo alle cinque di mattina, quando dopo due ore sveglia ho deciso di arrendermi e non provare più a dormire.

Penso a lei, che chissà come avrà vissuto i primi mesi con me piccina, sotto il sole e gli sguardi della gente, senza qualcuno accanto che si svegliasse con lei, che le facesse riposare le braccia e le dicesse “sei bella”, con le occhiaie e i capelli arruffati di sonno (mancante). Senza qualcuno che, arreso anche lui alla sveglia –
bambino, le preparasse una tisana calda e un piattino con due biscottini, che almeno iniziamo la giornata con una coccola. Senza quell’uno accanto con cui sorridere, intontiti di sonno e felicità.

La tengo con me, in queste ore di pensieri sfumati, che passano tra notte e giorno, senza confini netti, intrecciando ricordi o solo impressioni, ma così precise nel sentirle che forse sono il modo della memoria di trovare strada per farsi presente.

Penso a lei e penso a me, che invece quell’uno ce l’ho al mio fianco, ed anche un bambino che dorme nella sua cameretta, e mi abbraccia la mattina, dicendomi “mamma, sei super” nonostante il tempo per noi dimezzato dal piccolissimo arrivato da poco.

Costruisco memoria nuova, da raccontare le sere dei giorni di festa, con qualche foto a far da cornice.

Una settimana di rivoluzione.

Una settimana fa ci siamo conosciuti, da poco eri fuori da me, e da ancora meno, avevo capito che andava tutto bene.
Sei nato con una mamma spaventatissima, e un papà che le infondeva coraggio, sei nato con urla di dolore e paura, che ad un certo punto non sapevo più come si mescolassero insieme, imprescindibili l’una dall’altro.

Anche per te, non posso dire sia stato un bel parto, ma certo, rispetto al primo, più consapevole. Non un bel ricordo (pare che per qualcuno possa anche esserlo) ma almeno sereno, e già mi pare tanto.

E poi è stata la prima notte da soli, e la mattina dopo ad aspettare che arrivasse di nuovo il tuo papà, ché da sempre, coi miei bimbi, è l’unica persona con cui li sento totalmente al sicuro, anche piccolissimi, e posso distrarmi.

I disegni che tuo fratello ha fatto per me e che ha affidato al papà come “piccione viaggiatore” , che sono una delle cose più tenere da conservare.
I fiori, che sempre lui, ha portato di corsa giù per le scale, quando siamo tornati a casa, e la dolcezza con cui ti guarda e ti coccola.

L’emozione, viscerale, di vedervi insieme e pensare che poi, sceglierete voi le regole del vostro gioco, ma vi abbiamo dato la possibilità di giocarlo, e di avere qualcuno al prorpio fianco, con cui condividere ricordi e vita, che per quanto mi manca, trovo impagabile.

Non è sempre semplice, questo nuovo inizio, talvolta, mi sento soprafatta, quando dopo aver dovuto imparare a delegare di più su ciò che è pratico, mi trovo ad inseguire i pensieri e non riuscire sempre ad afferrarli, o trovarli ingarbugliati, cercando con fatica le parole per raccontarmeli, io che le parole mi hanno sempre salvato, e i pensiero da rimbalzanti non mi spaventano mai, mi trovo a dover stare in un tempo più vuoto, che talvolta mi intimorisce.

Non è sempre facile, ma ha sempre un valore che sento forte e ho accanto un compagno che mi insegna il presente, lui allergico ai programmi, fondamentale ora, per non fammi annaspare. Un meraviglio che è fratello in ogni sguardo, in ogni cura che riserva e in ogni volta in cui riusciamo a ritagliarci un po’ di tempo noi due e mi dice ” Mamma, che bello stare un po’ noi due. E però che bello che adesso abbiamo anche Federico con noi”. E tu, mio caro piccolissimo, che letteralmente “mi mangi” e mi rubi le notti, poi mi lasci incredula di quanto amore si possa provare, senza toglierne a nessun altro, anzi provandone ancora di più per tutti. Non che non lo pensassi, ma adesso, con te, lo so.

Una settimana di rivoluzione, sette giorni di vita nuova.
Secondo me, ce la facciamo ❤.