Cosa scrivo

Io.

Mi cerco e mi chiedo come mi troverò dopo, divisa tra il timore di non sapermi ricomporre e la curiosità di scoprire come lo farò questa volta.

Perché lo so che non sono fatta per fare solo la madre e temo quei mesi in cui, inevitabilmente mente e corpo sono (quasi?) totalmente dediti alla nuova vita. Ho paura della solitudine, del ritrovarmi a parlare solo di bambini o di farlo io per prima, annoiando chiunque oltre me stessa.

Paura di dover ricominciare tutto, di lasciare i progetti a cui tengo in attesa per troppo tempo, di sbagliare a dire troppi si e di sbagliare altrettanto dicendo troppi no.
Di restare ferma, con la testa prima di tutto, con idee atrofizzate dal non trovare uscita.

Mi dicono che sarà diverso, perché è un secondo bimbo, e un pochino si è già rodati.
Io so che devo allenarmi a delegare, su più fronti, vincere il brivido dell’indispensabilità, lasciare che altri si prendano cura, anche di me, e imparare la libertà di non poter far tutto, priva però del senso di colpa che, da sempre, mi accompagna quando non riesco a soddisfare quelli che sono i miei standard.
Fare un passo indietro, per prepararmi a saltare ancora, più lontano e più in alto.

Mi chiedo se saprò cercarmi, se mi riconosceró lo sguardo nuovo e se mi piacerà quel che vedrò. Perché, bisogno l’ho avuto sempre, se non di piacermi, di sapermi me stessa.

Lui piccolo.

Tu, che in questo periodo hai tanto bisogno di sentirci vicini, che fai coccole alla pancia e sussurri segreti “al fratellino mio”, e mi abbracci chiedendomi, come sto e se sono felice, perché tu, mi dici, lo sei molto, ma se lo sono anche io, lo sei di più.
Tu che quando ti guardo mi sento esattamente a metà, tra il vederti piccolo e il saperti in crescita, tra il sentirti dentro e la voglia di scoprirti nei tuoi pensieri nuovi.

Proprio tu, che ogni tanto hai lacrime da consolare, ma prima vuoi sfogarti in cameretta, per tornare solo quando, ancora coi lacrimoni tra le ciglia, ti sei però un po’ calmato. E quanto è difficile, e quanto è importante, lasciarti piangere un pochino anche solo, contando i tuoi singhiozzi e trattenendo il respiro, senza entrare ma rassicurandoti, quando poi ti tuffi tra le mie braccia, che si, piangere va bene sempre, ed io ti lascerò lo spazio anche per farlo da solo, ma sarò lì, ad un passo di voce, per stringerti forte appena lo vorrai.

Tu che senti, ovviamente, che ci sarà un cambiamento e alterni gioia e tenerezza ad un bisogno di rassicurazioni che mi strugge.
E quando mi chiedi, con un po’ di esitazione, se anche se stai crescendo e arriva il fratellino, sarai sempre un po’ il mio piccolo, vorrei che sapessi quanto, il si che ti dico, è un impegno vero.

Perché a volte ti sembrerà che non sia così, e che ti vengano chieste cose troppo grandi, e forse avrai ragione, lo so, gli sbagli capitano.
Ma io ti prometto, che cercherò di ricordarmi gli anni che hai, e di non vederti più cresciuto solo per confronto con chi arriverà dopo. Perché quanto lo ricordo, quei “tu che sei la grande “, quel senso di responsabilità, che forse mi sono io stessa cucita addosso ma che non ho mai amato, pur assecondadolo, per indole diligente. Non lo desidero per te. Proverò a farti essere grande e piccolo secondo i tuoi tempi e solo per te, talvolta inciamperó, ma confido nel tuo essere una buona guida da seguire, anche in questa nuova avventura.

Mio piccolo, mio grande bambino, che mi hai regalato di esserti accanto,
tu, che ridi con gli occhi e con i piedi saltellanti, e ti prendi cura di tutti quelli a cui tieni.
Tu, proprio tu, che sei il mio Meraviglio, tienimi la mano, che insieme corriamo forte.

Con amore,
Mamma.

Rivoluzione.

Lui grande finisce di fare il fasciatoio, è un po’ preoccupato per me, e molto emozionato, si prende cura di noi, con tenerezza e buffaggini e asseconda il mio bisogno di preparativi.

Lui piccolo sceglie regalini per il fratellino, coccola la pancia e le da bacetti, mi dice sempre “sai che stai proprio bene con questa bella panciottina? Sei bella mamma”. Poi fa scorta di attenzioni e coccole, chiacchiera di tutto e mi racconta idee per invenzioni tutte sue.

Io, alterno frenesia e pensieri rimbalzanti da tenere insieme e momenti di stanchezza totale e insormontabile, preparo le ultime cose, cerco di non farmi prendere dalla fifa e dall’ansia, e mi godo gli ultimi momenti in cui io e il piccolissimo siamo ancora due in una.

Ormai manca poco, e sarà rivoluzione. La seconda più incredibile della vita.

Ho paura. Non vedo l’ora.

Io e Lui grande.

L’amore non dà nulla all’infuori di sé, né prende nulla se non da se stesso.
L’amore non possiede né vuol essere posseduto,
Perché l’amore basta all’amore.
(Kahlil Gibran)

Io e Lui grande, che abbiamo pochissime foto da soli, che ci diciamo “ti amo” spesso e volentieri, e inventiamo nomignoli buffi, che fanno ridere il Meraviglio.

Noi che da quindici anni sappiamo che possiamo partire da soli, per ritrovare pezzetti in solitaria, e abbiamo scelto dove tornare, sempre e migliori ogni volta.

È passata l’ora, e quindi è già ieri, che in fila con mobiletti da montare per il piccolissimo, abbiamo raccontato a un lui piccolo saltellante, di come il papà fosse tornato prima dalle vacanze, e la mamma lo aspettasse, con un abito colorato e le stelline negli occhi.

Ci siamo detti che festeggeremo, da soli, e speriamo di farcela, ché soli, da qualche mese non lo siamo proprio mai e invece è bello, qualche volta.
Perché siamo emozionati e un po’ sospesi, in questo tempo di attesa e nuovi equilibri, e abbiamo voglia di dircelo, e anche di ritrovarci spensierati, con la testa leggera e un briciolo di incoscienza che faccia dire “come sempre, ce la faremo”.

E mentre avvitiamo e cerchiamo soluzioni per il nido in evoluzione, guardo questo quarantenne che inizia ad avere qualche filo bianco, tra la barba, come io d’altronde, ne ho tra i capelli, e penso che l’amore per me è questo, sapere che oggi è meglio di ieri, e domani sarà meglio di oggi.
Non perché non ci siano le tempeste, ma perché so che vogliamo navigarle insieme.

Tanti auguri a noi, che, ancora più di prima, allungando la mano, sappiamo a memoria le dita che incontreremo e allo stesso tempo siamo curiosi di scoprirne nuovi intrecci possibili; stringerle e pensare che sono perfette per noi.

Mamma di pancia, mamma di cuore.

In ambito adottivo vengono utilizzate spesso, ma sono due definizioni che trovo, da sempre, non solo stucchevoli nei toni, ma anche e soprattutto portatrici di concetti tronchi e deprivati di valore.
Capisco che possano apparire un modo semplice per dare nome a sentimenti complessi. Ma la complessità non deve spaventare, ma aprire porte nuove e vie più interessanti.


Utilizzare questi due termini non rende giustizia a nessuna delle due figure, di fatto rendendole manche voli entrambe di aspetti fondamentali.
Relegare l’una a solo corpo e magari istinto, togliendo tutto ciò che è sentimento ed emozione e dall’altra parte privare la cosiddetta “mamma di cuore” di una corporeità che pur non essendo legata alla gravidanza fisica è però un tassello importante del rapporto di intimità profonda che si costruisce col proprio figlio adottivo, sminuisce tutte e restringe lo sguardo, rendendolo miope e segmentario.


È ormai risaputo, che per quanto breve possa essere il periodo, il legame tra madre e figlio (ma anche i padri dovrebbero o potrebbero essere inclusi, anche se con modalità differenti) inizia già dalla gravidanza e si accresce e intensifica nei vari mesi, mesi in cui una donna trasmette visceralmente alla vita che le sta crescendo dentro tutta la gamma di emozioni e sentimenti, pensieri che si possono immaginare. E quel “di pancia” che forse si può legare all’istinto ma non a tutta la complessità che la maternità porta con sé ( comprendendo anche tutta l’ambivalenza, la difficoltà e la fatica di chi poi, si trovi per i più svariati motivi, a non crescere il proprio figlio/a) lo trovo una mancanza di riconoscimento, dell’importantanza di quel legame antico.

Allo stesso modo, quanto mi suona sminuente la definizione “di cuore”, come se il rapporto tra una mamma (ma ribadisco anche un papà) e suo figlio/a divenuti tali per adozione, sia privo di quelle sensazioni tattili, fisiche e concrete, che invece sono importanti per costruire insieme la propria storia. I gesti pratici, di cura, accudimento, affetto, fanno parte anche di questo legame, che penso rischioso declinare solo mentale o sentimentale.

Inoltre, fermarsi a queste due definizioni, un pò macchiettistiche, potrebbe far pensare ad una divisione, altrettanto forzata, delle “aree di competenza” a cui volgere (anche solo) il pensiero in caso di necessità, ovvero, tutto ciò che attiene all’identità corporea e fisica , rimandarlo in automatico e qualcuno che è lontano nel tempo e/ o nello spazio (a prescindere dalle motivazioni per cui lo è) e dall’altra parte, ricondurre tutto ciò che attiene all’emozione e al sentimento, a chi è presente ma non esaurisce in sé tutto quanto.
Appare chiaro che, in ogni caso, ci si troverebbe con delle mancanze da non poter colmare, alimentate da questa dualità di visione un po’ miope.

Siamo, in quanto esseri umani, un’unione indissolubile di mente e corpo (semplificando) ed è importante ricordare che ogni relazione profonda che intessiamo, non può prescindere da una delle due componenti, a rischio di perdere una parte fondante di sé.

Perciò ci sono madri che hanno dato la vita, con tutto ciò che questo implica, a livello fisico ed emotivo, con tutto ciò che avranno trasmesso ai propri figli (e, a rischio di ripetermi, senza cercare ed il votazioni irrealistiche, comprendo sensazioni e gesti sia positivi che negativi) e ci sono madri che poi questi figli/ e li crescono e li amano, costruendo con loro un rapporto altrettanto fondato su mente e corpo.

Come dicevo all’inizio, sembra più semplice la dicotomia “di pancia ” vs “di cuore”, al contrario è semplicistica, ma la vita e le relazioni che la abitano, per fortuna, sfuggono alla banalizzazione e necessitano invece di sguardo articolato e complesso, che cerchi almeno di avvicinarsi, quanto più possibile, alle sfumature variegate di cui sono composti.

Prendere tempo.

Giorni che dovrebbero essere di ripresa, in cui ributtarsi nella vita fuori, seppur con qualche accorgimento. E in effetti è così, anche io esco, anche per piacere e non solo con uno scopo ben certificato, godo dell’aria aperta e di ritrovare i passi in città.

Eppure, mi sento ancora bloccata, con i pensieri che non fluiscono come vorrei, le parole, tante, che si affastellano invece di trovare ordine e un senso di incompiutezza che mi pare ovatti tutto.

Potrei, e forse dovrei, usare questo tempo per fermarmi, per dedicarmi ai miei bimbi, quello che mi diventa grande davanti e quello che mi cresce dentro. Lo faccio, ed è bello davvero. Ma non basta, così come non è mai bastato. Non certo per non amore o poca dedizione, ma proprio perché mi so una madre peggiore se non ho il tempo e il modo in cui essere solo me, con le mie parole da scegliere e le idee in cui metterle dentro.
Sarà che sono ben consapevole che appena il piccolissimo arriverà da noi, ci sarà almeno un periodo bolla, in cui necessariamente mi accoccoleró , per conoscerci e per trovare nuovi equilibri a quattro voci.

E allora vorrei avere ora la lucidità e la calma per fare, per ricordarmi dove venirmi a cercare quando sarò pronta a lasciare evaporare la bolla e a ritrovarmi nel mondo di tutti.
È un po’ la sensazione che non ho saputo spiegare sul momento, a delle (care, carissime davvero, sorelle anzi) amiche, che qualche mese fa, ridevano del mio rifiuto categorico all’acquisto, ma soprattutto all’utilizzo, di uno di quei giacconi sportivi in cui si può inserire il bimbo in una specie di tasca. Lì per lì , non ho capito neanche io fino in fondo il mio “no” assoluto, al netto del gusto personale, che non mi ha mai trovato nell’armadio un capo simile.
Solo dopo qualche tempo, ho avuto certezza del motivo reale: banalmente, non posso snaturarmi. Perché lo so, diventare madre, che sia la prima o la enne volta, almeno all’inizio, ti risucchia in un viaggio totalizzante, in cui un po’ ci si perde, ci si trasforma.

E allora, nel momento in cui si è poi pronte a cercarsi di nuovo, ho bisogno di sapere che potrò farlo anche tirando fuori dall’armadio dei pezzi della me di prima. Non per rimpiangerla ma per scoprire in cosa si sta trasformando. E farlo indossando il mio cappottino rosa, invece di un giaccone, aiuta. Tanto i marsupi “stanno bene con tutto” e i bimbi dentro non se ne accorgono.

Provo allora a prendere tempo senza pensare che mi stia sfuggendo, metto i pensieri su carta, con la penna blu, come da ragazzina, e poi ritorno, con qualche idea e parole che sto inventando. Le tengo tutte, così non ci perdiamo.

Lui lo sa che sono io?

Un weekend fatto solo per noi, con gitarelle sui colli o al parco, a goderci finalmente luce, aria e qualche amico. Posare lo sguardo su di lui,mentre cresce in fretta e allo stesso tempo ritrovarlo piccolo, in equilibrio perfetto tra i balzi avanti delle nuove autonomie e le coccole tenerissime. Vederlo con la sua amica piccola F. con cui è paziente, allegro e dolce, lui, che fin da piccolo ha un garbo tutto suo coi piccolini e i fragili, che me lo rende commovente, quando appoggia la mano sulla pancia e sorride “secondo te lo sa che sono io a salutarlo? ” “Di sicuro lo sa topolino” “Bene, perché quando arriva, cosi mi riconosce “.
Il pomeriggio sentirli dormire nel lettone, loro due e la micia, mentre bevo il mio the, e respiro un po’ di di silenzio.

Trentasei. E sentirli.

Trentasei e sentirli tutti, uno per uno. Vissuti a pieno, sempre, con i grandi dolori, e le gioie profonde, e persone belle e care pronte a condividere gli uni e le altre.

Stamattina, una caccia al tesoro tutta per me, un regalo inaspettato e perfetto, un biglietto con la sua bustina, un cui so le loro mani, insieme, a tagliare e incollare e colorare.
La colazione insieme e poi un vestito colorato di fiori, una passeggiata in centro, la prima volta senza luoghi da dover raggiungere e dichiarare.

Un’ altra amica con un mazzo profumato e parole che sono carezze, un caffè al bar, dopo mesi. Due taccuini nuovi e segnalibri per tutti, che a casa nostra le pagine a cui tenere il segno sono molte. Tornare e trovarli, sorridenti e con grandi abbracci. Il sole che fa i suoi giochi con le nuvole e regala sfumature inedite.

Pensare anche a loro, con la pelle simile alla mia, e soprattutto a lei.
Inventarle i miei occhi e immaginarla con la pancia tonda, il sole intorno e un giorno di maggio che le resta per sempre intrappolato tra l’incertezza e quello che è stato.
E col corpo sentirla, pelle tesa e la vita che ti fa le capriole dentro, mentre le spero una vita diversa da quella più probabile.

Trentasei anni e troppe assenze da contare, insieme ad un’intensità di amore tangibile e presente che le ha rese, nel tempo, compagne di viaggio.

A chi mi ha dedicato parole, in qualsiasi forma, a chi mi ha chiamata, a chi ha trovato spazio per me tra i pensieri e gli impegni della giornata, a chi ha trovato il tempo per una lunga chiacchierata, a Lui grande, a lui piccoli e al piccolissimo, che sono con me, sempre: grazie. Mi avete regalato sorrisi.

Trentasei e sentirli tutti. Per fortuna.

Ripresa?

Dunque domani, anzi ormai oggi, tra qualche ora, si riprende, si riparte. Qualcuno non si è mai fermato là fuori, ma per tanti sarà un vero affacciarsi di nuovo al mondo esterno.

Trovo un grande spaesamento, combattuta tra il desiderio fortissimo di uscire, fare finalmente una passeggiata senza scopo, incontrare qualche amica, e la sensazione straniante delle uscite di questo ultimi giorni. Persone nervose, mascherine (lo so, servono, e si portano ovviamente) e pochi sguardi sorridenti. Incontrare qualcuno e misto alla felicità di rivedersi, un senso di malinconia, per gli abbracci repressi.

Seppur con enorme fatica nei giorni di chiusura totale avevo trovato una certa routine, adesso la vertigine di un nuovo inizio, che non sa nascondere l’amarezza per quello che sembra non essere più uguale e senza la certezza di quando finirà. Ci si abitua a tutto, l’essere umano è animale adattabile e si adatterà, a che prezzo ancora non l’ho capito.

Qualcuno diceva ne saremmo usciti migliori, mi pare evidente che non sia così, ognuno ha solo estremizzato la propria indole. Io so che non sono migliore di prima, più impaurita, più incerta e più timorosa delle situazioni meno quotidiane.

Vedo il Meraviglio che, certo, usa risorse bambine, ma ne colgo perfettamente la fatica, nello sguardo emozionato sullo schermo del tablet, mentre ascolta la maestra; nella lunghe liste di cose che vuole fare e persone che vuole vedere “quando questa orribile influenza non ci sarà più”; nell’attaccamento totale che ha nei nostri confronti, per cui di ritorno do un paio d’ore mi stringe fortissimo “mamma, mammina, mi sei mancata cento e cento ancora, credevo che non tornassi più”.

Saprà superarlo, certamente, confido nei suoi strumenti e nella nostra volontà di stargli accanto mentre lo farà, spero non ci metterà troppo, lui e i suoi amici, coetanei o giù di lì, questi bimbi troppi grandi per poter farsi bastare i genitori (ma nutro grossi dubbi che anche per i più piccini possa davvero essere sufficiente) ma troppi piccoli per gestire da soli una socialità virtuale.

Mi fermo e aspetto, ché ora, mi pare l’unica cosa che posso fare. Combatto la smarrimento con l’idea di una bellezza da cercare di nuovo fuori, e spero di saperla vedere, anche sotto nuove forme.

Sgridate (troppo) forti.

Lui piccolo, che oggi l’ho sgridato fortissimo, perché ha fatto cadere il mio tablet (che nonostante l’urto non si è rotto, non so come) e mi ha guardato, mentre urlavo, con gli occhi pieni di lacrime stupite, chiedendomi scusa.
Mi sono vergognata, tanto, e sono ancora molto triste. Ha pianto lui e ho pianto, disperatamente e senza ritegno io. Davanti a lui e chiedendogli scusa, perché da sempre gli diciamo che per gli oggetti bisogna avere cura, ma per le persone di più, sempre, a prescindere.

Oggi invece ho sbagliato nel modo peggiore, cadendo esattamente da quello che ho sempre fuggito e cercato di tenere lontano.
Si, doveva fare attenzione e glielo avevo detto dieci minuti prima.
Si, sono stanca, mi manca, tantissimo, non vedere gli amici, le amiche, e non condividere questo momento bello con loro, non poter andare in giro a cercare cose per i mie bimbi insieme alla nonna, ovvero la mia, di mamma, e sapere che avrei voluto festeggiare il compleanno che si avvicina con amici e famiglia, magari a più riprese, per prolungare le scuse di stare insieme, e invece no, e anche se so che sarà bello comunque perché ci sono i miei ometti del cuore, un po’ mi rannuvolo.

Perché a tratti mi pare quasi di essermi assuefatta a questa nuova quotidianità, e allo stesso tempo è un modo più sereno per affrontarla e qualcosa che, invece, mi spaventa terribilmente, come se avessi iniziato a giocare al ribasso sulle emozioni e sulle prospettive. Poi, quando si insinua uno sprazzo di vita di prima, con un ricordo o un progetto da modificare, un pensiero che potrebbe guardare oltre ma si ferma, impaurito, sento tutta l’impotenza del momento e mi prende una tristezza diffusa.

Tutto questo per giustificarmi? No, affatto. Forse per provare a spiegarmi che è facile sentirsi una mamma abbastanza bravina (che poi chissà cosa vuol dire davvero), quando gli equilibrismi riescono. Ma quando non mi riconosco neanche io, che non alzo la voce, non uso parole dure, e invece mi ritrovo con un bimbo, il mio lui piccolo, che mi guarda smarrito, allora ecco che è davvero difficile perdonarmi, perché sono le mancanze che più trovo odiose e vedermele addosso, fa male.

Ci sono state coccole, scuse, e molti abbracci, un Lui grande che ha consolato bimbo e mamma, e un piccolo uomo che mi ha abbracciato stretta e mi ha detto “succede anche anche alle mamme di arrabbiarsi tanto”.

Certo, questa mamma qui, stasera ha ancora pensieri pesanti ed è più consapevole che mai, che i propri fantasmi, hanno ombre più lunghe di quando non si creda.