Cosa scrivo

Stanchezza e cose belle.

Una stanchezza che sembra avvolgere tutto, e mi fa stralunata, mentre nuoto in affanno tra pensieri appannati.

Nonostante ciò, ho cose belle (appannate ma belle) per la testa e tra le dita, che trovano parole negli spazzi di tempo i cui non sono cercata da qualcuno, quindi perlopiù di notte, ma per ora è quello che posso e va bene così.

I bimbi si amano, di un amore tutto loro, con una lingua che inventano nuova ogni giorno. E anche se a dirlo sembra labile, io questo amore lo vedo concreto nelle loro manine intrecciate, nelle risate larghe, negli occhi adoranti.

Io e Lui grande, stanchi, stanchissimi, ma che rubiamo qualche momento, pochi e brevissimi, per ritrovarci in due e riconoscerci, ancora una volta. E la sera le mani intrecciate sono le nostre, impastate di sonno, sotto il piumone e con un meraviglio messo a nanna a turno e un piccolissimo nel mezzo, stanchi, insieme.

Cuori di carta e un bimbo che cresce.

Ritagli cuori di carta in cui disegni la famiglia, costruisci magie con forbici e colla e ce la regali, con spensieratezza, la testa già ad inventare qualcos’altro.

Hai una cura gentile per il tuo fratellino, e quando ti ammali la prima domanda è “allora non posso dargli bacini, solo coccole ora?” e lui si scioglie in sorrisi larghisismi, tutti per te.

Ti piace dormire sotto un cielo di stelle fluorescenti, un po’ tamarre nel loro plasticume, un po’ magiche quando mi stendo al buio nel tuo lettino, per l’ultima coccola e il bacio della buonanotte.

Fai dolci e pizze e polpette, col grembiule e le maniche tirate su, serissimo e concentrato, con un sorriso soddisfatto, come quando col papà costruite giochi di legno e cartone.

Nei giorni di festa, la mattina cammini veloce fino al nostro letto, e mi sussurri “andiamo di là, io e te”, e così sgattaioliamo in salotto e per una mezz’oretta stiamo sotto la coperta, noi due, a raccontarci storie e cartoni animati, finché gli altri due ometti di famiglia, il piccolissimo e il grande, ci reclamano per coccole e colazione.

Chiedi attenzioni e ne dai altrettante, con garbo cerchi il tuo spazio nel mondo, esplorandolo con allegria e una cosciente determinazione.
Argomenti e controbatti ma riconosci quando sbagli, e chiedi scusa con naturalezza e qualche lacrimone.

Hai una sensibilità quasi esasperata, che mi riconosco e da cui vorrei proteggerti, ma nel momento esatto in cui il pensiero mi sfiora, tu hai già trovato il tuo modo di destreggiarti tra il tuo sentire e il mondo fuori. Da sempre mi hai dimostrato che se faccio un passo indietro, tu ne fai due avanti e illumini le mie ansie di madre, con la tua saggezza bambina.

In equilibrio tra tenerti stretto e lasciarti andare, mi insegni a farlo con leggerezza.
Tu corri, mio Meraviglio, io ti guardo, sorrido e ti vedo prendere il volo.

Tanto io, lo sai, sono qui.

Sette anni meravigli.

Sette anni fa, dopo un parto lungo e difficile, a quest’ora, aprivi gli occhi sul mondo e mi innamoravi, perdutamente.
Sei stato la prima persona a conoscermi da sempre, ed è un regalo grande, accompagnato dalla quieta serenità di saperci e scoprirci un po’ di più ogni giorno.

Tu, che ricordo bimbetto, intravedo ragazzo e immagino uomo.
Tu che mi insegni l’indulgenza per quelle fragilità mie che rivedo in te.
Tu, che mi intenerisci nel vederti simile, e ti amo pazzamente nel saperti diverso.
Tu, che in un compleanno strano, senza amichetti, nonni e zie, sai essere entusiasta, e attraversando lo schermo del tablet, rendere partecipi tutti.

Tu, che mi hai fatto nascere madre per la prima volta.
Tu, che sei il mio piccino, il mio bimbo grande. Il mio Meraviglio.

Corri forte piccolo mio, io sono qui, dietro si te, abbastanza vicino per sostenerti, abbastanza lontano per farti volare.

Buon compleanno amore mio,
Mamma.

Io ti cullo, tu mi cresci.

Ti abbandoni alle mie braccia, le ciglia lunghe chiuse sui sogni, io ti cullo e tu mi cresci.

Alimenti le occhiaie e le notti insonni, cresci le paure e le ansie di non essere abbastanza per te, e per me. Di non sapere o di pensare di sapere troppo, di contare in tuoi sorrisi e lasciare indietro i miei pensieri, di correre dietro a questi e perdermi i tuoi.

Essere madre è un gioco di equilibrio, tra l’amore per i figli e il mantenerne un po’ per se stesse. Un po’ di gentilezza verso le proprie inettitudini, ché quelle degli altri è più facile perdonarle è le nostre sembrano massi enormi.

Io ti cullo e tu mi cresci, mi insegni l’esserti mamma come serve a te e non come lo immagino io.

Grazie.

Tre mesi di piccolissimo.

Un anno fa, di questi tempi, iniziavi il tuo viaggio dentro di me, eri poco più di un pensiero, non sapevo di te e saltellavo da un treno all’altro, in quello che sarebbe stato l’ultimo periodo di città diverse e abbracci forti.

Tre mesi fa, aprivi gli occhi sul mondo, e mi rendevi madre per la seconda volta, una mamma con un amore grande, una consapevolezza maggiore e una serenità tutta nuova.

Ieri hai compiuto tre mesi, e il tuo fratellino grande, che ti ama di amore privo di gelosie e ricco di tenerezza e allegria ha cantato e ballato con te, facendoti ridere e gorgheggiare.
La gelosia magari poi arriverà e la accoglieremo, perché tra fratelli è piuttosto normale, ma per ora vedervi così, insieme, è uno dei regali più belli.

È magica questa seconda volta, come lo è stata la prima ma in modo diverso.
Se con il Meraviglio era l’emozione di un amore nuovo e sconvolgente, con te è la conferma di questo con in più la serenità dell’ (almeno un poco) esperienza.

Ci sorridi e ci conquisti dopo ogni pianto urlante (perché hai fame, sempre fame) e coccolarti è diventata una attività di famiglia.
Ascolti tuo fratello che ti legge storie e ti racconta il vostro mondo bambino in un modo tutto suo, perfetto.

Da tre mesi la nostra vita è piu allegra, tenera e divertente.

Grazie, piccolissimo, scoprire di nuovo il mondo con te è bellissimo. Se mi cerchi, io ci sono.

Con amore,
Mamma.

I giorni di fatica.

Oggi è un po’ più difficile.

Mi mancano le amiche, poterle abbracciare e darsi appuntamento fuori, per parlare di tutto e di niente e ridere forte.
Ma siamo tutti prudenti e rimandiamo, oppure ci vediamo con mascherine e distanza e pur se questa è una buona soluzione, si avverte qualcosa fuori sincrono, una stonatura nel trattenersi, che sta diventando (purtroppo) abitudine. E mi chiedo quando torneremo a stringerci senza esitazioni, senza timore di arrecarsi danno, a salutarci con un bacio e prenderci le mani. Non è essenziale forse, e di fronte alla contingenza di questo tempo metto diligentemente in pausa un po’ di socialità, ma talvolta, è davvero un peso grande.

Oggi poi è l’ #adopteeremembranceday è un pensiero corre a chi non c’è, sopraffatto dalle ombre e dai fantasmi di un dolore ben mascherato.

Ci provo.

Parole per costruire

Le parole costruiscono realtà, e mi stupisco (forse pecco di ingenuità?) nel constatare che, ancora, alcuni genitori adottivi non hanno contezza di concetti fondamentali e utilizzano terminologie inesatte e fuorvianti che, temo, rispecchiano una visione irrealistica e limitata. La buona fede non mi pare più una giustificazione possibile. Una attenuante forse, ma solo se , poi, c’è il desiderio di mettere in discussione le proprie idee, una volta che vengono confutate con tanto di spiegazione.

Invece, spesso, ci si trova davanti ad un muro di gomma, che si nasconde e si trincera dietro l’idea del “si è sempre fatto/detto così ” o “in fondo non c’è niente di male ” avallando l’idea che si tratti di filosofeggiamenti inutili e magari pure un po’ pretenziosi.
Siamo in tanti a dirlo, con diversi punti di vista, differenti ruoli, ma è un cambiamento fondamentale da portare avanti.

Le parole costruiscono e un genitore (adottivo e non, ma forse in caso di adozione mi aspetterei e auspicherei più consapevolezza) dovrebbe avere cura di esse. Anche e soprattutto perché dalle sue parole, si costruirà il vocabolario, emotivo e non, di suo figlio/a, le sue parole sono la prima finestra da cui si affaccerà sul mondo. Facciamo che sia una realtà ricca di sfumature, mobile e mutante, e non ferma in stereotipi ormai datati.

P. S. Non mi riferisco a qualcuno in particolare, ma alle tante frasi e parole lette e ascoltate nel tempo.

Due mesi di piccolissimo.

Due mesi dopo, non riesco neanche a pensare a come era prima di te. Prima che tu entrassi nelle nostre vite in modo così dirompente, con la tua determinazione a farti spazio, a reclamare attenzioni da tutti, armato di occhi enormi e sorrisi disarmanti.

Com’era prima? Senza le tue manine intorno al collo, senza la tua testolina a disegnare nuove forme per la mia spalla, senza sentire le tue guancine sotto le dita?
So come era, ma non me lo ricordo.
Come eravano, con qualche ora di sonno in più, a immaginarti senza ancora conoscerti?

Ci hai incantati, tutti e tre, ci hai rubato i cuori e li tieni stretti, a suon di coccole e sguardi ammaliatori.

Anche tuo fratello, che pure si è trovato il tempo nostro almeno dimezzato, ti ama follemente e dice “teniamolo a giocare qui vicino sul tappeto, ma qui, non in camera. Noi giochiamo tranquilli, ma anche lui sta con noi ” E tu ricambi con sorrisini solo vostri e sguardi ammirati.
Ed io mi beo, di questo amore grande, che ritengo un privilegio vedere crescere e trasformarsi.

Due mesi che uscendo fuori, ti sei fatto spazio dentro, per sempre.
Buon complimese piccolissimo,

conoscerti è una bellezza.

Solitudine cercata.

Un bimbo di latte e coccole che dorme nel lettone, tutto vicino al suo papà e uno di stelle sul soffitto e abbracci stretti, con le ciglia lunghe, nella sua cameretta.

Fuori una delle tante albe di questi giorni, si fa attendere, mi sono alzata prima, oggi.
Una tazza calda, e il silenzio.

È una delle cose più preziose ultimamente, il silenzio e qualche momento di solitudine.
Ché, ho realizzato, ho necessità di stare da sola, per non isolarmi, nel senso per cui solitudine e isolamento si trovano, per me, ad essere quasi antitetici. Se nella prima c’è il mio rifugio, il luogo dei pensieri e del tempo che mi regalo, il secondo odora di gabbia e staticità.
E in questo cercare solitudine tendo ad isolarmi e a sentirmi sola.
Nel trovarmi sola con me stessa, mi riconosco e so assecondare, dopo, la necessità di vivermi con gli altri.

Il confine pare labile, nella pratica, ma ne ho imparato la differenza nettissima.
È poi, forse, solo il normale oscillamento tra dentro e fuori (di sé) che se non bilanciato, ognuno a suo modo, porta scontento.

Il mio è declinato sulla necessità di godermi del tempo solitario, di pensieri messi in fila, magari accompagnati dai passi che camminano per la città.
Ah il lusso di una passeggiata senza meta, ad incrociare le vie per caso, e ritrovarsi in luoghi familiari come fossero nuovi, e con lo stesso stupore, ritrovare come vecchi amici, angoli mai visti.

Un bimbo di latte e coccole, uno di stelle e abbracci, Lui grande che dorme.

Fuori l’alba che è arrivata, dentro, io che la guardo, la tazza vuota in mano, e un po’ di tempo vuoto rubato per me.

Non sempre facile.

Un Meraviglio che fa un compiti col papà, e poi va con lui a giocare a palla e fare la spesa.

Un piccolissimo che, in preda alle coliche, piange disperato tutto il giorno, ma che a sera, finalmente passato il mal di pancia, dorme beato, nel suo pigiamino pulito, in braccio alla mamma, dopo aver ricevuto coccole da papà e fratello maggiore.

Un Lui grande, che chiede “cosa posso fare per te? ” e in questa domanda c’è tutto il senso di quello che già fa. Poi gioca, corregge compiti e coccola, me e loro.
“Cosa posso fare per te? ” “Lo fai già. Ci sei.”

Io, che dopo tutto il giorno passato a consolare un Meraviglio un po’ in carenza di attenzioni e un piccolissimo piangente, sono riuscita a fare una doccia, cenare con una zuppa di pomodoro e adesso, bere una camomilla con in braccio un piccino dormiente.

Un sabato sera tutto nostro.

Non è sempre facile. È sempre bello. Indispensabile.