Cosa scrivo

Sei proprio tu.

E così, stamattina mi sono preparata, col mio cappottino rosa e molta emozione, sono uscita con un abbraccio e un bacio ai miei ometti, e ho preso un bus mezzo deserto.

Ti ho sentito e ti ho visto, e ho saputo che si, sei proprio tu, e ti stiamo aspettando.
Il nome, anche questa volta, lo ha trovato il papà, e, anche questa volta mi è piaciuto tanto, subito.

Allora stai ancora un po’ al calduccio, che qua fuori è un gran caos, e la tua mamma si è messa i guantini di lattice per proteggerti in autobus, e una signora, con una vita parecchio triste, le ha anche gridato ” stai a casa, disgraziata” .

Ma la tua mamma, quasi non l’ha sentita, era troppo impegnata ad ascoltare te, e poi a telefonare alla sua nonna, per mantenere la promessa che sarebbe stata la prima (dopo Lui grande e Meraviglio) a sapere chi è in viaggio per noi.
Tuo fratello, appena rientrata a casa, mi ha dato un abbraccio e ti ha parlato “evviva! Finalmente so chi sei!” ha detto, sicuro e diretto, perché sostiene che voi bambini vi capite subito.
Il tuo papà, mi ha sorriso, mi ha dato un bacio e ha preparato il pranzo.

Io farò la mia parte, niente sforzi, anche niente passeggiate (ma tanto, te lo racconteremo, in questo tempo, nessuno può passeggiare)e molte coccole e paroline dolci per te; tu fai la tua parte, cresci bene e non fare scherzi.

Hai un papà splendido e un fratellino grande che è il più Meraviglio che potessi desiderare per te, e la mamma, lei ti ama già infinitamente, dalla prima volta che ha saputo che c’eri. Ti aspettiamo, mio piccolo Federico.

Cose da ricordare.

Lui piccolo, che una mattina, aspettando per fare i compiti esclama “Ah, sono triste, la mia fantasia mi ha abbandonato”. “topolino, posso fare qualcosa per te?” “non lo so. Ho come, come un nodo stretto, qui nella gola, che non se ne va. Vorrei tanto piangere e non ci riesco.” e il nodo alla gola è venuto anche a me. Per fortuna, un pochino lo abbiamo sciolto, in un pianto liberatorio, mentre stava facendo un disegno.” mi mancano le maestre, mi mancano i miei amici, mi manca anche la mensa “.

Lui piccolo, che si stringe a me ancora più forte, ride per la pancia che cresce e si mette in mezzo, poi le fa una carezza, e dice “ehi tu, non combinare belle e buone alla mamma!”.

Lui piccolo, che copre la micia con il suo plaid e le accomoda il cuscino, poi sgrida il papà che non ha messo il cerotto su un taglietto e, prontamente rimedia, aggiungendo qualche cerottino su ferite piccole e sparse. Poi, soddisfatto, butta le numerose cartine di scarto.

Lui che, con premura e solerzia, si accerta che tutti e tre, abbiamo la nostra colazione preferita, e se rimane un ultimo spicchio di frutta, la regala con gli occhi brillanti.

Lui che soffre moltissimo non poter correre e saltare, se non nella striscia di cemento prima del cancelletto, unico sfogo possibile.

Lui che però, dice “mi manca la scuola, ma che fortunato che sono, ho voi!”

Lui che fa elenchi lunghi e dettagliati di cose da vedere e fare insieme quando “sarà finita questa influenza molto fortissima”.

Lui che quando vede i video delle maestre, tiene il telefono nelle manine, e fa quel sorriso emozionato, a labbra strette e sguardo furbetto, che gli spunta sul viso quando si commuove un po’.

Lui che è, come tanti altri, un bimbo che si fa coraggio, vive una realtà falsata, di relazioni solo familiari, e di nessuna esperienza nel mondo là fuori.

Lui che chiede il batti-pugnetto durante i compiti o qualche altra impresa, e poi la sera, tra le lenzuola di sonno, deve darmi bacetti sugli occhi e sul nasino “per tenerti sempre con me, anche quando dormo”.

Piccolo mio, spero che finisca il prima possibile, che tu possa crescere anche nella tua vita lontano da me, per poi raccontarmene i pezzi che vuoi. Perché lo so, che tu cresci lo stesso, ma si diventa grandi potendo allontanarsi un po’.

Festa del papà.

Ai papà che aspettano con una carezza sulla pancia, e a quelli che lo fanno con una foto in mano; a quelli che ci si trovano quasi per caso e a quelli che lo scelgono e magari penano un po’ prima di esserlo; a quelli che fin da subito si sentono padri e a chi ha bisogno di un po’ più tempo, ma poi si scoprono tutti innamorati dei propri figli. A chi è tenuto stretto per mano, e a chi rimane indelebile nei ricordi.
Al mio babbo, per come è stato e al Meraviglio, per come sarà. A Lui grande, per come è.
Lui, che si sveglia accerchiato da una micia coccolona e da un bimbo chiacchierino, entrambi nel lettone alle prime luci. Lui che prepara colazioni e costruisce oggetti e giochi con la stessa perizia e concentrazione. Lui che racconta libri di storia, ascolta racconti di cartoni animati e che sacrifica, sorridendo, la sua privacy in bagno, in cambio del suo bimbo che “ti faccio un po’ di compagnia, eh papà?”. Lui grande che è un papà splendido anche perché è un compagno di strada, sa lasciarmi andare senza sentirsi mai un “mammo o un baby sitter” ed essendo, sempre, un padre presente e molto tenero. Lui grande che impasta torte e biscotti, pialla legno, suona e canta mentre il Meraviglio balla sulla vita, felice di quegli occhi, che lui diceva “castagni”, fissi su di sé.
Auguri ai papà, anche al mio indiano, che chissà se lo ha mai saputo di essere padre, o se proprio sapendolo se ne è andato.
Auguri perché nessuno lo insegna, come si fa, un po’ si prende dall’esempio, un po’ lo si pensa, molto lo insegnano i figli, ad ascoltarli sono le guide migliori.

Cose che mancano.

Mi mancano cose piccole, quelle annidate in quella che sembrava routine e che adesso mi sembra privilegio.

Mi manca portare Elia a scuola e, all’uscita riprenderlo e, con la merenda in borsa, portarlo al parco, annullandomi per un’ora, in cui il mio compito è solo guardare, applaudire e incoraggiare, a ripetizione.
Ho sveglie più lente e con un piccolino che spesso, mi fa trovare la colazione pronta, e il mio compito è svegliarmi piano, mentre lui chiacchiera e io devo solo ascoltare, annuire e mostrare stupore al racconto dei suoi sogni.

Mi manca il caffè con un’amica, le rare camminate un po’ a vuoto, per le vie della città, e comprare fiori freschi.
Ho una tazza di tisana bollente, da tenere tra le mani, un po’ per scaldarmi, un po’ per sentirne il profumo, prima di berla mentre parlo al telefono. Ho lo yoga fatto in camera, con accanto la micia e il Meraviglio che esegue le posizioni in modo giocoso e prefetto. I fiori, quelli non sono sostituibili, ma sarà una delle prime cose da fare, appena possibile, che si, si possono ordinare, ma non è lo stesso, e preferisco aspettare.

Mi manca, un po’ di solitudine, sembra contraddittorio in assenza di socialità esterna, ma io amo scegliere di avere del tempo da sola.
Ho la vocina del Meraviglio che sale su da Lui grande e lo chiama “papino”, mentre fanno progetti di costruzioni di cartone, colla e taglierino.

Mi manca, una cosa frivola e forse sciocca, come entrare nei negozio per bambini, e curiosare nel reparto bebè, pensando a chi sarà e anche a trovare qualcosa per il fratello grande che mi aspetta.
Ho un bimbo Meraviglio, che sta mettendo da parte il suo librini cartonato, il suo doudou, e i pupazzi da neonato e mi dice “laviamo tutto bene, così sarà tutto pronto per quando arriva fratellina!”

Mi manca, vestirmi carina e sentire i passi che risuonano nelle scarpette colorate che Lui grande dice sono buffe, ma carine.
Ho ancora vestiti che mi stanno bene, anche con la pancia, e Lui grande che mi dice” sei bella”.

Mi manca, dare per scontate tutte queste cose che prima facevo, godendole ma anche rimandandole, quando sembrava ci fossero cose molto più urgenti.
Ho, più consapevolezza, e la possibilità di scegliere di apprezzare profondamente e ogni volta che mi sarà possibile, tutte quelle cose scontate che mi mancano.

Ho i miei ometti vicini, che mi fanno sentire molto amata, una gatta che è felicissima di averci sempre vicini, soprattutto Lui grande, il suo amore; ho una casa che amo, e che proprio in questo periodo si accende al tramonto di una luce perfetta, che cade sul pavimento, inonda le stanze e mi incanta.

Mi manca il mio lavoro, fatto soprattutto di relazioni, mi mancano certezze, e la serenità che vorrei per far nascere questo qualcuno che ancora non conosco.
Ho un ufficio in casa che mi somiglia molto, e che sto costruendo un pezzettino dopo l’altro, per trovarmi. Ho paura, di come non sarò, e di come potrebbe non essere, ma so che in qualche modo, invece, andrà bene.

Mi manca e mi mancheranno molte cose.
Ho la consapevolezza che torneranno, le cose che mancano, e spero, di saperle accogliere come meritano.

Arrivi e primi pupazzi.

Il primo pupazzo che ha stretto il Meraviglio lo ha comprato il suo papà, e ricordo bene come, nella culla, fossero grandi uguali, il bimbo e il suo amico peluche. Credo che abbia avuto tirate di orecchie e di coda e anche qualche ciucciatina alle zampine. Tutt’ora, rimane sul suo lettino da grande, insieme ad altri, ma per me, “Lina porcellina” è legata a lui piccino, per sempre. Da qualche parte, in uno scatolone nel sottotetto, c’è un altro pupazzo, ben più vecchio e un po’ malconcio. Un orsetto, con pigiama e papalina di un rosso sbiadito dai lavaggi e dai traslochi. Il naso cucito e gli occhietti teneri. Mi segue da sempre, in ogni spostamento. È il peluche che venne dimenticato in auto, da due genitori emozionati e un po’ svampiti, che, a Linate, tentarono di rimediare con un biscotto. L’unico “Plasmon” della mia vita. Trentaquattro anni fa atterravo in Italia, il Meraviglio sostiene che per fortuna l’aereo è arrivato proprio qui, che, altrimenti, come avrei fatto ad essere la sua mamma, proprio la sua? Lui grande dice che, in qualche modo mi avrebbe trovata comunque, ma che, effettivamente, così è stato meno rocambolesco.
Per me, è il mio non-compleanno, che ho iniziato a festeggiare davvero solo da grande, una volta andata a vivere da sola, in un’altra città. Forse per quelle emozioni ingarbugliate, per cui la felicità della ricorrenza, si mescola all’ indelebile senso di “sliding doors”, che prima mordeva forte ma non trovava spazio per poter essere detto, senza portarsi dietro qualche senso di colpa. Invece, una volta sola, se non adulta, ho preso tutto e ho festeggiato, ogni anno, prima con le amiche, poi anche con Lui grande, ora pure con il Meraviglio. Ho capito che potevo rendere omaggio a tutto insieme, che non dovevo scegliere il modo giusto di sentire, ma che avevo posto per ogni sfumatura. Adesso che ho in me anche lo spazio per i miei figli, per un filo di storia tutto nostro, che posso tenere in mano fin dall’inizio, ora, festeggio con qualcosa in più. La leggerezza di sapere che è andata bene, ma forse sarebbe andata bene lo stesso, in altro modo, in un’altra vita, ma avrei potuto trovare il mio senso. E questo, non fa più male e non fa più paura.

Visite e mascherine.

Cose a cui pensare. Stamattina sono stata a fare una visita. Nonostante l’atmosfera surreale, il quartiere quasi totalmente vuoto, c’era un sole bellissimo e un cielo azzurro, proprio da inizio primavera. Avevo messo una gonna rossa, la maglia a righe e il cappottino, che anche se solo per dovere, uscire par sempre un po’ una festa, di questi tempi. Beh, sia all’andata, che al ritorno, ho incontrato solo musi lunghi, facce scure e imbronciate. Lo capisco, è un periodaccio, e siam tutti un po’ nervosi, per la socialità nulla, per le preoccupazioni varie, ognuno le sue, ma credo davvero che sorridersi, possa essere un modo per manifestarsi solidarietà, empatia.
A distanza certo, ma con le facce aperte, o almeno non ombrose e scorbutiche, ché i sorrisi sono contagiosi e anche se non c’è un motivo preciso, meglio scambiarsi un sorriso che un mugugno.
Da notare, i sorrisi, la cordialità, li ho trovati in l’ambulatorio, dietro le mascherine e i guanti di lattice, con gli occhi brillanti, un po’ preoccupati ma pronti a rassicurare. Non credo sia un caso.

Lingua madre

Lingua madre, madre lingua. Per me è sempre stato l’italiano, la prima lingua parlata. Ma certo i primi suoni sono stati altri. Due parole mi porto dentro, il mio nome “Devi”, di cui custodisco in un quaderno la trascrizione in tamil (o meglio, la versione originale), e l’unica parola pronunciata, pare abbastanza spesso, appena arrivata “abidabidah” suonava. E per anni ho creduto che fosse un verseggiare da bimbetta, fino a scoprire che invece aveva un significato ben preciso: “allontanati, vai via”.
Poco mi importa stabilire quale sia da ritenere l’effettiva “lingua madre”, d’altronde, di una ho respirato i suoni, l’altra la amo e la utilizzo da che ho ricordi nitidi. Tengo però entrambe con me, intrecciate strette, come il nome che amo profondamente, e le parole scritte nei libri che mi hanno salvata innumerevoli volte. In ogni piega di questo intreccio, trovo parti di me, le riconosco da capo, ad ogni giravolta che la vita mi fa fare.

Attese faticose.

Ci sono momenti, in cui mi sento estremamente fragile, di vetro, totalmente esposta agli eventi. Questo periodo, intenso sotto molti aspetti, mi costringe a un tempo rallentato, che mi frena e mi impaurisce. Il lavoro, con le tante cose che amo fare, i progetti sempre più reali, e le mie amate passeggiate, i giochi al parco con Elia, persino lo yoga, tutto deve rallentare, perché, me ne accorgo chiaramente, non ce la faccio.

Mi arrabbio, e piango lacrime nervose. Poi ne piango altre, di inadeguatezza e sensi di colpa. Perché lo so, si sta avverando un desiderio che avevamo da tanto, e so che in realtà, adesso è davvero questo che conta. Mi sento anche un po’ stupida a saperlo esattamente solo quando ho paura che possa accadere qualcosa che spezzi il sogno.

In bilico, tra quello che sono, che vorrei essere e quello che invece sarò e devo ancora scoprire. Perché Elia mi ha rivoluzionato profondamente e sento che anche chi si sta facendo spazio dentro di me, sta già compiendo la sua rivoluzione personale.
Nove mesi all’inizio sembrano lunghissimi, e invece quanto servono, tutti, giorno per giorno, per realizzare il cambiamento, per fare spazio, fisico ma soprattutto emotivo, mentale, ad un nuovo componente della famiglia.
Spaventevole (come dice il Meraviglio) e bellissimo.

Stamattina ho comprato una piantina nuova, chissà se riuscirà a sopravvivere, povera lei. Questa volta metterò il memo sul telefono per curarla, ché a me il rito delle piantine da controllare, che sia ogni giorno a una volta a settimana, non mi viene proprio. Perciò provo a farlo come mi riesce meglio. Programmo.
Ché invece ci sono cose che non si organizzano e non si incasellano.

Come questa attesa, che attraverso con un po’ di timore e molta curiosità, sperando di ritrovare al di là qualche pezzo di me custodito nel tempo, per poi iniziare a ricostruirmi.

Nuova e diversa, ancora un volta più simile a quella che sarò divenuta.

Complimenti e modestia.

“Oggi la maestra mi ha detto che il mio disegno è proprio bello. Ha detto che sono un’artista. Ma, diceva per scherzetto eh mamma? “.
“oh no topino, se te lo ha detto è perché lo pensava. E tu, in effetti sei molto bravo a disegnare, perché ti piace tanto e lo fai spesso, ti diverti a farlo.”
“davvero mamma? Oh che bello, che felicità!”.

Sono cresciuta con il mantra del “non montarti la testa”, ” hai fatto il tuo dovere”, condito da un pudore vecchio stampo, per cui ci si vergognava, imbarazzava per i complimenti o gli apprezzamenti fatti ai figli. Il che, su di me, bambina e poi ragazzina con l’autostima sotto le scarpe ha provocato un’ effetto a catena devastante. La modestia come modus vivendi, a non permettersi quasi di sognare più in alto, come fosse sempre segnale di poca umiltà, arroganza o prepotenza.

Con lui e con chi arriverà, decido invece di non lesinare riconoscimenti e incitazioni, entusiasmo alle conquiste e complimenti. Ché poi quando la vita picchia duro, un po’ di autostima, non risolve ma aiuta parecchio.
Tanto i bambini lo sanno, lo provano direttamente che non va sempre bene, hanno le loro piccole e grandi delusioni, le battute di arresto, le difficoltà. Sono piccoli, non immuni dalle frustrazioni.

Ed io non voglio proteggerlo da queste, non voglio impedirgli di sbagliare, cadere e riprovare. Ma voglio che sappia che se sarò accanto a lui per ogni caduta, sarò anche pronta a fare balletti e urletti di gioia per ogni successo, che desidero possa accogliere le lodi con soddisfazione. Credo che, alla lunga, la consapevolezza dei proprio pregi, possa far accettare meglio e come naturali anche quelle che sono fragilità.

Perché alla fine, sono sempre l’altra faccia della medaglia. E io amo, le facce nascoste delle medaglie. Raccontano le storie più interessanti e più vere. E promettono meraviglie.

Feriti e rotti.

Feriti e rotti, come pupazzi in mano d’altri, senza alcuna speranza se non la salvifica aspettativa di qualcuno che rimetta i cocci al proprio posto? O ancora, in attesa che i pezzi si rimettano a posto, con molta buona volontà, magari da soli, perché nessuno ci può comprendere.

Non credo. E non penso che possa identificare tutte le  persone adottate, ma neanche chi adottato non è ed è ferito in altri modi, senza scala di dolore che le ferite restano tali e non ha senso fare a gara a chi le ha più profonde.

Feriti e rotti, nella misura in cui, il dolore ti spezza la fiducia e arena i sogni, trasformandosi in cicatrici incise dentro e fuori, ma, non in senso deterministico. E non da soli.

Feriti perché le storie spezzate lasciano tracce, indelebili, che significa che faranno parte di noi, per sempre, ma non che determineranno le nostre vite, per sempre.

Viene chiamata “ferita dell’abbandono” ed è innegabile, che, declinata in modi diversi, sia presente nel vissuto delle persone adottate. Ma, la distinzione fondamentale sta nel ritenere che tale frattura determini a priori tutto ciò che verrà dopo. Non è detto, non sempre, e non allo stesso modo. E questo non perché alcune vite appaiono più risolte di altre, o perché invece si vedano lotte faticose senza apparente via di uscita.

Ammetto, il sentire parlare di “figli rotti dentro”, pur comprendendo il dolore che annida tra una lettera e l’altra, mi stride, per il movimento di responsabilità che (apparentemente?) viene riversato principalmente o unicamente sui portatori di queste ferite, come potessero essere solamente soli a fronteggiarle. Non ho soluzioni, e non credo di poter immaginare la fatica fisica ed emotiva che può portare vedere un figlio dimenarsi nelle difficoltà, perciò non mi spingo a giudicare. Ma non posso non chiedermi se, tra i modi di stare accanto a questi dolori, si pensi a quanto sia indispensabile un lavoro su se stessi, in quanto persone e genitori, in quanto componenti di quella famiglia che ha visto saltar le proprie dinamiche. Perché non accade dal niente, spesso è difficile, incredibilmente difficile carpirne i segnali, ma ci sono. E i meccanismi, possono essere lavorati da tutti, non solo dai “figli rotti”.

Temo non ci siano soluzioni o metodi che funzionino per tutti, a prescindere, e proprio oggi che avrebbe compiuto trentaquattro anni lui che non c’è da anni e non è stato più figlio, fratello, che non è diventato zio e mi ha lasciato senza qualcuno con cui condividere in quel modo unico e imperfetto l’essere grandi insieme che sa di famiglia e di vite condivise, ha un peso maggiore, l’assenza di risposte. Ma mi guardo indietro e dolorosamente mi accorgo che non si era visto niente, di qualcosa che però, era presente in modo prepotente.

Non è facile scriverlo e non avvalla in alcun modo l’idea che si sarebbe potuto cambiare il corso delle cose, ma, provando ad astrarre il personale, con fatica, non posso negare il chiedermi se qualcosa si potesse intuire, e chissà…

Rimane, a combattere il senso di impotenza, l’idea che il continuo mettersi in discussione, profondamente, costantemente, accettando di ridiscutere le proprie certezze infinite volte, capovolgendosi, sia l’unica strada, non per risolvere e aggiustare, ma per stare accanto, con la maggiore consapevolezza possibile.

Difficilissimo, ma, devo crederlo, possibile.