Cosa scrivo

Papà come piccione viaggiatore.

Lui piccolo, che prima di dormire è il momento delle confidenze.
“Mamma mi mancherai quando sarai in ospedale che nascerà F. “
“Lo so topetto, anche tu mi mancherai molto. Ma vedrai, saranno pochi giorni, tu sarai a casa coi nonni e il papà la sera tornerà da te. E poi, faremo le videochiamate, così ci raccontiamo tutto”
” Si, è vero. Però ho un’altra idea, potremo scriverci delle lettere e papà ci farà da messaggero. Come i piccioni viaggiatori ma a lui non gli leghiamo i foglietti alle zampine, gliele mettiamo nello zainetto, d’accordo? “
” Questa idea mi piace moltissimo”
“Adesso dobbiamo trovare una bella carta per scriverci le nostre letterine.”

Questa è una delle cose in cui mi rivedo profondamente nel Meraviglio, passione per la carta e per i segni da tracciare sopra, con cura e scelta, ché le lettere sono sempre preziose. Se poi la carta è bella, e la sceglie un piccoletto, ancora di più.

Di secondi figli.

E tu? Che pensi, che fai li dentro? So che senti tuo fratello che ti parla, e il tuo papà che ti accarezza, perché fai saltelli e ti avvicini a loro. Senti anche la micia, e a volte hai il singhiozzo e ci fai ridere un sacco. È una vertigine pensare che ormai si tratta di qualche manciata di giorni e ci conosceremo.

Chissà se lo senti, che sei già tanto amato e che stiamo cercando, ognuno a modo suo, di prepararti il tuo posto qui: papà vernicia e leviga, il tuo fratellino prepara il posto per la palestrina di stoffa che ha assolutamente voluto prendere per te, la micia provando senza pudore ogni cosa a misura di bimbi, che le deve parere a misura sua, come una novella riccioli d’oro (ma con molto pelo nero da debellare).

Io non so se sono brava come loro, riordino fuori per provare a non cedere all’ ansia, sono combattuta tra la paura di tutto e il coraggio un po’ incosciente; mi terrorizza partorire di nuovo, e allo stesso tempo so, che in qualche modo nascerai. Non so essere serafica e serena, mi chiedo se sarò in grado di esserti madre come vorrei. Rassicuro loro per trovare calma, ma non so se sono convincente. Da sempre son più brava e indulgente con gli altri che con me stessa.

Una cosa sola la so dentro, da sempre, ed è quello a cui mi aggrappo, una certezza nel caos: tu porti ancora più amore, e sarai secondo solo per tempismo, ché in famiglia non esistono file da seguire ma solo ricchezze e peculiarità da seguire e alimentare.

Te lo prometto, come anche per tuo fratello, non ci saranno paragoni, niente “prima o dopo, meglio o peggio”, mi impegno a vederti nella tua unicità, a cercarla sempre, anche quando sembrerà più faticosa, anche e sopratutto quando sarà diversa da tutti.

Saprò sbagliare, e mi alleno da quando sono mamma a saper chiedere scusa e lo farò, ché se la perfezione dei genitori non serve, l’onestá di ammettere gli errori la trovo indispensabile, tanto più con i più piccoli.

Mi preparo a farmi rivoluzionare, tu prendimi per mano, che io ho un po’ paura, ma so anche che tu, mio piccolissimo, il tuo posto qui fuori lo hai già pronto, dal primo momento che ti abbiamo saputo.

Ti aspetto,

Mamma

Io.

Mi cerco e mi chiedo come mi troverò dopo, divisa tra il timore di non sapermi ricomporre e la curiosità di scoprire come lo farò questa volta.

Perché lo so che non sono fatta per fare solo la madre e temo quei mesi in cui, inevitabilmente mente e corpo sono (quasi?) totalmente dediti alla nuova vita. Ho paura della solitudine, del ritrovarmi a parlare solo di bambini o di farlo io per prima, annoiando chiunque oltre me stessa.

Paura di dover ricominciare tutto, di lasciare i progetti a cui tengo in attesa per troppo tempo, di sbagliare a dire troppi si e di sbagliare altrettanto dicendo troppi no.
Di restare ferma, con la testa prima di tutto, con idee atrofizzate dal non trovare uscita.

Mi dicono che sarà diverso, perché è un secondo bimbo, e un pochino si è già rodati.
Io so che devo allenarmi a delegare, su più fronti, vincere il brivido dell’indispensabilità, lasciare che altri si prendano cura, anche di me, e imparare la libertà di non poter far tutto, priva però del senso di colpa che, da sempre, mi accompagna quando non riesco a soddisfare quelli che sono i miei standard.
Fare un passo indietro, per prepararmi a saltare ancora, più lontano e più in alto.

Mi chiedo se saprò cercarmi, se mi riconosceró lo sguardo nuovo e se mi piacerà quel che vedrò. Perché, bisogno l’ho avuto sempre, se non di piacermi, di sapermi me stessa.

Lui piccolo.

Tu, che in questo periodo hai tanto bisogno di sentirci vicini, che fai coccole alla pancia e sussurri segreti “al fratellino mio”, e mi abbracci chiedendomi, come sto e se sono felice, perché tu, mi dici, lo sei molto, ma se lo sono anche io, lo sei di più.
Tu che quando ti guardo mi sento esattamente a metà, tra il vederti piccolo e il saperti in crescita, tra il sentirti dentro e la voglia di scoprirti nei tuoi pensieri nuovi.

Proprio tu, che ogni tanto hai lacrime da consolare, ma prima vuoi sfogarti in cameretta, per tornare solo quando, ancora coi lacrimoni tra le ciglia, ti sei però un po’ calmato. E quanto è difficile, e quanto è importante, lasciarti piangere un pochino anche solo, contando i tuoi singhiozzi e trattenendo il respiro, senza entrare ma rassicurandoti, quando poi ti tuffi tra le mie braccia, che si, piangere va bene sempre, ed io ti lascerò lo spazio anche per farlo da solo, ma sarò lì, ad un passo di voce, per stringerti forte appena lo vorrai.

Tu che senti, ovviamente, che ci sarà un cambiamento e alterni gioia e tenerezza ad un bisogno di rassicurazioni che mi strugge.
E quando mi chiedi, con un po’ di esitazione, se anche se stai crescendo e arriva il fratellino, sarai sempre un po’ il mio piccolo, vorrei che sapessi quanto, il si che ti dico, è un impegno vero.

Perché a volte ti sembrerà che non sia così, e che ti vengano chieste cose troppo grandi, e forse avrai ragione, lo so, gli sbagli capitano.
Ma io ti prometto, che cercherò di ricordarmi gli anni che hai, e di non vederti più cresciuto solo per confronto con chi arriverà dopo. Perché quanto lo ricordo, quei “tu che sei la grande “, quel senso di responsabilità, che forse mi sono io stessa cucita addosso ma che non ho mai amato, pur assecondadolo, per indole diligente. Non lo desidero per te. Proverò a farti essere grande e piccolo secondo i tuoi tempi e solo per te, talvolta inciamperó, ma confido nel tuo essere una buona guida da seguire, anche in questa nuova avventura.

Mio piccolo, mio grande bambino, che mi hai regalato di esserti accanto,
tu, che ridi con gli occhi e con i piedi saltellanti, e ti prendi cura di tutti quelli a cui tieni.
Tu, proprio tu, che sei il mio Meraviglio, tienimi la mano, che insieme corriamo forte.

Con amore,
Mamma.

Rivoluzione.

Lui grande finisce di fare il fasciatoio, è un po’ preoccupato per me, e molto emozionato, si prende cura di noi, con tenerezza e buffaggini e asseconda il mio bisogno di preparativi.

Lui piccolo sceglie regalini per il fratellino, coccola la pancia e le da bacetti, mi dice sempre “sai che stai proprio bene con questa bella panciottina? Sei bella mamma”. Poi fa scorta di attenzioni e coccole, chiacchiera di tutto e mi racconta idee per invenzioni tutte sue.

Io, alterno frenesia e pensieri rimbalzanti da tenere insieme e momenti di stanchezza totale e insormontabile, preparo le ultime cose, cerco di non farmi prendere dalla fifa e dall’ansia, e mi godo gli ultimi momenti in cui io e il piccolissimo siamo ancora due in una.

Ormai manca poco, e sarà rivoluzione. La seconda più incredibile della vita.

Ho paura. Non vedo l’ora.

Io e Lui grande.

L’amore non dà nulla all’infuori di sé, né prende nulla se non da se stesso.
L’amore non possiede né vuol essere posseduto,
Perché l’amore basta all’amore.
(Kahlil Gibran)

Io e Lui grande, che abbiamo pochissime foto da soli, che ci diciamo “ti amo” spesso e volentieri, e inventiamo nomignoli buffi, che fanno ridere il Meraviglio.

Noi che da quindici anni sappiamo che possiamo partire da soli, per ritrovare pezzetti in solitaria, e abbiamo scelto dove tornare, sempre e migliori ogni volta.

È passata l’ora, e quindi è già ieri, che in fila con mobiletti da montare per il piccolissimo, abbiamo raccontato a un lui piccolo saltellante, di come il papà fosse tornato prima dalle vacanze, e la mamma lo aspettasse, con un abito colorato e le stelline negli occhi.

Ci siamo detti che festeggeremo, da soli, e speriamo di farcela, ché soli, da qualche mese non lo siamo proprio mai e invece è bello, qualche volta.
Perché siamo emozionati e un po’ sospesi, in questo tempo di attesa e nuovi equilibri, e abbiamo voglia di dircelo, e anche di ritrovarci spensierati, con la testa leggera e un briciolo di incoscienza che faccia dire “come sempre, ce la faremo”.

E mentre avvitiamo e cerchiamo soluzioni per il nido in evoluzione, guardo questo quarantenne che inizia ad avere qualche filo bianco, tra la barba, come io d’altronde, ne ho tra i capelli, e penso che l’amore per me è questo, sapere che oggi è meglio di ieri, e domani sarà meglio di oggi.
Non perché non ci siano le tempeste, ma perché so che vogliamo navigarle insieme.

Tanti auguri a noi, che, ancora più di prima, allungando la mano, sappiamo a memoria le dita che incontreremo e allo stesso tempo siamo curiosi di scoprirne nuovi intrecci possibili; stringerle e pensare che sono perfette per noi.

Tanti auguri a Lui grande

Tanti auguri a te, che sei il mio Lui, grande, e hai iniziato la mattina con una caccia al tesoro, guidato da un piccoletto saltellante, che non ha voluto aspettare la colazione, ma subito ti ha trascinato nella ricerca.

Auguri a te, che di compleanni “dedicati e allegri” ne hai pochi da ricordare, e se ti penso bambino mi riempie una tenerezza struggente. Quel bambino lo intravedo, nelle pieghe degli occhi, a volte giocherelloni, a volte pensosi, che sanno vedere negli intersizi delle banalità, e nel chiedersi perché, senza accontentarsi mai delle risposte, incalzante nel desiderio di capire, ma profondamente umano, nel comprendere le debolezze altrui. Con le tue sei meno gentile, ma per quello ci sono io, da qualche anno un Meraviglio che ti adora, e un piccolissimo in arrivo.

Buon compleanno a te, che sei “scorderello”, e dimenticheresti qualcsiasi oggetto, nonostante i quattro piani a piedi da dover rifare, ma ho imparato che è perché la tua attenzione, la dedichi ad altro, con dedizione e cura.

Auguri a te, che hai una creatività anarchica e dirompente, che per manifestarsi ha necessità di strumenti diversi, a cui ti avvicini, allontani e ritorni a fasi alterne.

A te che sei impaziente, e allo stesso tempo tranquillone, che la mattina imporresti ritmi concitati per uscire velocemente, e poi ti fermi un’ora a bere il primo caffè fuori, ma ormai so come fare, svegliandomi prima, e prendendomi il tempo che voglio.

Buon compleanno a te che non ami le formalità, le feste comandate e i riti sterili, ma che attraverso il nostro meraviglio stai scoprendone i lati più dolci, e ti fai guidare nel creare i nostri rituali, che, ormai lo apprezzi anche tu, fanno casa e famiglia, basta costruirli somiglianti a noi.

A te, che sei il mio Lui grande, e che mi regali di essere la me più reale, più fragile e forte, proprio perché so di averti accanto.
A te, auguri, amore mio.

Mamma di pancia, mamma di cuore.

In ambito adottivo vengono utilizzate spesso, ma sono due definizioni che trovo, da sempre, non solo stucchevoli nei toni, ma anche e soprattutto portatrici di concetti tronchi e deprivati di valore.
Capisco che possano apparire un modo semplice per dare nome a sentimenti complessi. Ma la complessità non deve spaventare, ma aprire porte nuove e vie più interessanti.


Utilizzare questi due termini non rende giustizia a nessuna delle due figure, di fatto rendendole manche voli entrambe di aspetti fondamentali.
Relegare l’una a solo corpo e magari istinto, togliendo tutto ciò che è sentimento ed emozione e dall’altra parte privare la cosiddetta “mamma di cuore” di una corporeità che pur non essendo legata alla gravidanza fisica è però un tassello importante del rapporto di intimità profonda che si costruisce col proprio figlio adottivo, sminuisce tutte e restringe lo sguardo, rendendolo miope e segmentario.


È ormai risaputo, che per quanto breve possa essere il periodo, il legame tra madre e figlio (ma anche i padri dovrebbero o potrebbero essere inclusi, anche se con modalità differenti) inizia già dalla gravidanza e si accresce e intensifica nei vari mesi, mesi in cui una donna trasmette visceralmente alla vita che le sta crescendo dentro tutta la gamma di emozioni e sentimenti, pensieri che si possono immaginare. E quel “di pancia” che forse si può legare all’istinto ma non a tutta la complessità che la maternità porta con sé ( comprendendo anche tutta l’ambivalenza, la difficoltà e la fatica di chi poi, si trovi per i più svariati motivi, a non crescere il proprio figlio/a) lo trovo una mancanza di riconoscimento, dell’importantanza di quel legame antico.

Allo stesso modo, quanto mi suona sminuente la definizione “di cuore”, come se il rapporto tra una mamma (ma ribadisco anche un papà) e suo figlio/a divenuti tali per adozione, sia privo di quelle sensazioni tattili, fisiche e concrete, che invece sono importanti per costruire insieme la propria storia. I gesti pratici, di cura, accudimento, affetto, fanno parte anche di questo legame, che penso rischioso declinare solo mentale o sentimentale.

Inoltre, fermarsi a queste due definizioni, un pò macchiettistiche, potrebbe far pensare ad una divisione, altrettanto forzata, delle “aree di competenza” a cui volgere (anche solo) il pensiero in caso di necessità, ovvero, tutto ciò che attiene all’identità corporea e fisica , rimandarlo in automatico e qualcuno che è lontano nel tempo e/ o nello spazio (a prescindere dalle motivazioni per cui lo è) e dall’altra parte, ricondurre tutto ciò che attiene all’emozione e al sentimento, a chi è presente ma non esaurisce in sé tutto quanto.
Appare chiaro che, in ogni caso, ci si troverebbe con delle mancanze da non poter colmare, alimentate da questa dualità di visione un po’ miope.

Siamo, in quanto esseri umani, un’unione indissolubile di mente e corpo (semplificando) ed è importante ricordare che ogni relazione profonda che intessiamo, non può prescindere da una delle due componenti, a rischio di perdere una parte fondante di sé.

Perciò ci sono madri che hanno dato la vita, con tutto ciò che questo implica, a livello fisico ed emotivo, con tutto ciò che avranno trasmesso ai propri figli (e, a rischio di ripetermi, senza cercare ed il votazioni irrealistiche, comprendo sensazioni e gesti sia positivi che negativi) e ci sono madri che poi questi figli/ e li crescono e li amano, costruendo con loro un rapporto altrettanto fondato su mente e corpo.

Come dicevo all’inizio, sembra più semplice la dicotomia “di pancia ” vs “di cuore”, al contrario è semplicistica, ma la vita e le relazioni che la abitano, per fortuna, sfuggono alla banalizzazione e necessitano invece di sguardo articolato e complesso, che cerchi almeno di avvicinarsi, quanto più possibile, alle sfumature variegate di cui sono composti.

Prendere tempo.

Giorni che dovrebbero essere di ripresa, in cui ributtarsi nella vita fuori, seppur con qualche accorgimento. E in effetti è così, anche io esco, anche per piacere e non solo con uno scopo ben certificato, godo dell’aria aperta e di ritrovare i passi in città.

Eppure, mi sento ancora bloccata, con i pensieri che non fluiscono come vorrei, le parole, tante, che si affastellano invece di trovare ordine e un senso di incompiutezza che mi pare ovatti tutto.

Potrei, e forse dovrei, usare questo tempo per fermarmi, per dedicarmi ai miei bimbi, quello che mi diventa grande davanti e quello che mi cresce dentro. Lo faccio, ed è bello davvero. Ma non basta, così come non è mai bastato. Non certo per non amore o poca dedizione, ma proprio perché mi so una madre peggiore se non ho il tempo e il modo in cui essere solo me, con le mie parole da scegliere e le idee in cui metterle dentro.
Sarà che sono ben consapevole che appena il piccolissimo arriverà da noi, ci sarà almeno un periodo bolla, in cui necessariamente mi accoccoleró , per conoscerci e per trovare nuovi equilibri a quattro voci.

E allora vorrei avere ora la lucidità e la calma per fare, per ricordarmi dove venirmi a cercare quando sarò pronta a lasciare evaporare la bolla e a ritrovarmi nel mondo di tutti.
È un po’ la sensazione che non ho saputo spiegare sul momento, a delle (care, carissime davvero, sorelle anzi) amiche, che qualche mese fa, ridevano del mio rifiuto categorico all’acquisto, ma soprattutto all’utilizzo, di uno di quei giacconi sportivi in cui si può inserire il bimbo in una specie di tasca. Lì per lì , non ho capito neanche io fino in fondo il mio “no” assoluto, al netto del gusto personale, che non mi ha mai trovato nell’armadio un capo simile.
Solo dopo qualche tempo, ho avuto certezza del motivo reale: banalmente, non posso snaturarmi. Perché lo so, diventare madre, che sia la prima o la enne volta, almeno all’inizio, ti risucchia in un viaggio totalizzante, in cui un po’ ci si perde, ci si trasforma.

E allora, nel momento in cui si è poi pronte a cercarsi di nuovo, ho bisogno di sapere che potrò farlo anche tirando fuori dall’armadio dei pezzi della me di prima. Non per rimpiangerla ma per scoprire in cosa si sta trasformando. E farlo indossando il mio cappottino rosa, invece di un giaccone, aiuta. Tanto i marsupi “stanno bene con tutto” e i bimbi dentro non se ne accorgono.

Provo allora a prendere tempo senza pensare che mi stia sfuggendo, metto i pensieri su carta, con la penna blu, come da ragazzina, e poi ritorno, con qualche idea e parole che sto inventando. Le tengo tutte, così non ci perdiamo.

Lui lo sa che sono io?

Un weekend fatto solo per noi, con gitarelle sui colli o al parco, a goderci finalmente luce, aria e qualche amico. Posare lo sguardo su di lui,mentre cresce in fretta e allo stesso tempo ritrovarlo piccolo, in equilibrio perfetto tra i balzi avanti delle nuove autonomie e le coccole tenerissime. Vederlo con la sua amica piccola F. con cui è paziente, allegro e dolce, lui, che fin da piccolo ha un garbo tutto suo coi piccolini e i fragili, che me lo rende commovente, quando appoggia la mano sulla pancia e sorride “secondo te lo sa che sono io a salutarlo? ” “Di sicuro lo sa topolino” “Bene, perché quando arriva, cosi mi riconosce “.
Il pomeriggio sentirli dormire nel lettone, loro due e la micia, mentre bevo il mio the, e respiro un po’ di di silenzio.