Cosa scrivo

Rossetto e profumo.

La nonna, è, letteralmente, una signora d’altri tempi. Casalinga, dedita a marito e figli, restava con bigodini in testa e vestaglietta fino al rientro per pranzo di mio nonno. All’ora x, si precipitava a prepararsi, facendosi trovare truccata, pettinata e vestita di tutto punto, attirando gli strali della primogenita (mia mamma), che inorridiva e predicava un femminismo in divenire. Allo stesso tempo, nonna era quella che gestiva finanze e decisioni familiari, con cocciutaggine e determinazione. Una nonna adorata, da tutti noi nipoti, spesso confidente di segreti rivelati solo a lei, e resa partecipe delle nostre vite, con telefonate lunghe e chiacchierate con caffè appena riusciamo. Mi ha fatto amare l’opera e la musica classica, da quella prima “Carmen”, vista a quattro o cinque anni, con gli occhi assonnati e l’eccitazione qualcosa di bellissimo. Le opere viste con lei, sono tra i ricordi più felici della mia infanzia, insieme al bagno nella sua vasca e al batuffolo imbevuto del suo profumo da passare sui polso prima della nanna. Mi ha insegnato la felicità, ” bisogna allenarsi a goderla sempre, tutta, quando c’è, e a farne scorta per i tempi bui, così da ricordarsi che tornerà il sole.” me lo diceva sempre ed io le ho ciecamente creduto, per mia fortuna.
Adesso, passati i novanta anni, non esce più, neanche per il cinema vicino a casa, una delle sue passioni, condivise con l’amica di sempre, e qualche giorno fa mi ha detto, con un sorriso sbieco “si è seccato tutto, anche i miei trucchi, il mio rossetto. Ma tanto, non devo andare da nessuna parte”.
Per Natale, avrà un rossetto nuovo, da tenere accanto alle saponette profumate, e alla sua boccetta di “bien- etre”.

Una bellezza piccola.

Ci sono mattine in cui tutto sembra in salita, la lista di cose da fare e da scrivere si somma ai pensieri che rimbalzano in testa.
Poi sulla scrivania si appoggia un striscia di luce, che nonostante i vetri sporchissimi, arriva limpida. Cade perfetta sul caos di libri e appunti, e schiarisce gli oggetti che tengo vicini mentre lavoro. Le mensole del nonno, la ballerina equilibrista di mia zia, la piantina di ceramica della mia amica, la lampada da bambini, che ho comprato per me.
Questa bellezza piccola, mi mette in fila le idee. Un caffè e l’uva portata dai miei, mi coccolano un quarto d’ora che decido di prendermi. Fermo il tempo e le scadenze.
Respiro ancora, riparto.

Quando succede, è bellissimo.

Ieri sera, appena fuori dalla stazione, aspettando la mia amica N., veramente esausta dopo una giornata bella e intensa.
Una sveglia presto, e la colazione da sola, in silenzio, salutare un bimbo in pigiama, che si prepara ad una giornata coi nonni e Gigi il cane, il mio babbo, che mi vizia accompagnandomi in auto in stazione, e un treno di viaggiatori assonnati. Trovare Milano col sole che inizia ad affacciarsi tra la nebbia, e fare due passi al castello. Poi la mia amica R. con cui raccontarsi la vita, quasi sapendo e le sfumature reciproche, tanto ci intendiamo.
Ritrovare i ragazzi dopo l’estate, osare un po’, nel proporre subito un tema non semplice, ma sentirli, e sapere che potevo farlo. E la bellezza (e un po’ il sollievo) di vedere confermata la complicità tra loro, che avevo solo intuito e sperato.
Poi, aspettando il treno del ritorno, decidere, nonostante la testa piena di pensieri rimbalzanti, di fare almeno un salto in un posto bello con le amiche di sempre. Solo un’oretta, per ritrovarmi ragazzina.
A casa, nonni esausti e bimbo stanco e coccoloso, che appena mi ha vista mi ha seguita con solerzia in ogni spostamento, da l bagno alla stanza, regalandami racconti della sua giornata. Poi siamo crollati, nel lettone insieme, vizi di quando non c’è il papà.
E quando, in una delle mie (solite) sveglie notturne, ho sentito la zampetta della micia sul piede, una manina sulla guancia, e la luna fuori, con la luce che sbatteva sul balcone, ho sentito che ero dove volevo essere.
Quando succede, è bellissimo. Faccio in modo che accada spesso.

Relitti.

Qualche giorno fa, ho visto le foto di un’amica a Lampedusa. Foto di relitti, poetiche di una bellezza dolorosa, perché sapevo che erano resti di barchini su cui in tanti, troppi rischiano e perdono vite. Si intravedono oggetti, ci si leggono dentro storie che non so immaginare, non serve, perché sono vere. Le ho chiesto di poterne usare una, per scrivere un post. Poi ne sono morti ancora, e ancora succederà. E poi una guerra, ancora. E sembra non c’entri, è da un’altra parte. Ma ci vedo la stessa insensatezza umana, la medesima assenza di memoria. Come eravamo, come non dovremmo diventare. Metto a letto il mio bambino e sento il peso di un privilegio sfacciato, perché privo di merito. Essere cresciuta qui, per una giravolta di vita affatto scontata. Cerco di farne qualcosa di questo privilegio, metto insieme parole, cerco storie di cui avere cura, guardo quelle che incontro. Un piccolo modo, per trasformare il peso in qualcosa.

Grazie a Viaggiare a piedi scalzi, per la foto, e per i suoi viaggi, che io non saprei fare, ma che seguo da qui e in qualche suo racconto davanti a un succo di frutta bevuto insieme.

Più importante di un fiore

Un bimbo esausto, di scuola e di giochi, prima della nanna, con gli occhi quasi chiusi..

“Tu sei importante, più importante di un fiore, perché sei sempre così gentile con me.

E risolvi sempre la situazione, quando mi viene la tristezza. Tu sei mammastica.

Voglio farti un regalo, una cosa per te che hai per sempre. Compriamo dei brillantini?”

Cosa può fare una piccola mamma, di fronte a tanto amore? Commuoversi un pochino, coccolare molto, e comprare brillantini.

Ché, lo sa bene, la tristezza non potrà sempre risolverla, ma cercherà di fargli sentire che potrà anche trovare da solo la soluzione. Tanto lei, sarà sempre lì, qualche passo indietro, per godersi la sua corsa, e se avrà avuto abbastanza coraggio da non temere di perderlo, lui saprà volare lontano. E tornare, per qualche coccola. Quelle vanno sempre bene.

Nonni.

Penso ai miei nonni. Lui, da parte di babbo, falegname dalle mani fortissime, che su di me si posavano piene di tenerezza, mescolate ad odore di trucioli e caramelle d’orzo. Lei, da parte di mamma, che ancora ascolta i racconti di noi nipoti, dicendo, dall’alto dei novantatre anni “I miei figli mi annoiano, ormai sono vecchi. Invece voi, voi mi fate sognare”. E sognare mi ha fatto davvero, lei, quando non sapevo più come sopravvivere alla tristezza, mi ha insegnato la felicità.
Penso ai nonni del Meraviglio, due lontani e persi in vite che hanno lasciato poco spazio ad altri, anche se il piccolino riesce a regalargli qualche sorriso. E i due che conosco bene, che da quando è arrivato hanno seguito alla lettera la teoria per cui “noi la nostra parte di severità l’abbiamo già fatta. Adesso facciamo i nonni, e per il resto sono cavoli vostri”. Che gi hanno regalato un libro sull’ Odissea, in inglese, e con illustrazioni bruttarelle, che è uno dei suoi preferiti e quando lo leggiamo mi dice con gli occhi brillanti “questo, è quello dei nonni”.
Li sento parlare in modo tutto loro, raccontarsi cose piccole come avventure e cose grandi come fatto quotidiani. Hanno costruito un amore fatto di lunghe videochiamate e incontri speciali, in cui non esiste nient’altro se non loro tre, e il cane Gigi.
Quanto amore sanno fare, i vecchietti e i bambini insieme.

Ragù

Oggi, con Elia a casa, ancora malaticcio, abbiamo fatto il primo ragù della stagione. Abbiamo pelato, tritato, mescolato insieme, e questo cucinare lento, mentre lui mi riempiva di racconti e domande, mi ha fatto saltare nella cucina della mia casa fiorentina, la prima, quella dell’infanzia e dell’adolescenza appena iniziata. Cucina piena di ricordi, e luogo dove mia madre, riusciva a tessere un legame che andava oltre alle parole, a me tanto care, e utili, ma per lei faticose, quasi ostili, almeno quelle delle emozioni. Perché lei, i sentimenti li fa, li agisce, e non li racconta. Forse pudore o magari crede di sporcarli o di sminuirli, cercando parole per loro, probabilmente, tutte queste cose messe assieme. Non so, ancora non l’ho capito, ma in realtà poco importa, abbiamo linguaggi diversi, eppure troviamo il nostro terreno comune tra pentole e ricette, che ogni tanto ci scambiamo: le sue, rodate e che sanno di tempo e lentezza, le mie, colorate e piene di semi e mandorle. Insieme, chissà come, si incastrano bene.
Sarà che, diverse, si piacciono. Come noi.

Iniziare scrivendo di un ragù, e finire con chi mi ha insegnato a farlo. Quello e molto altro…

Per favore.

Pomeriggio, al parco. Pausa dalle bolle di sapone.
“Mamma?”
“Si?”
“Ma tutti moriamo?”
“Si amore”
“Ma da vecchietti?”
“Si spera di sì. A volte succede prima ma di solito si.”
“Si, certo, come il tuo fratello, quello piccolo. Ma tu, mamma, morirai?”
“Eh, da vecchietta (speriamo) si”
“Mmh. Mamma?”
” Si?”
” Facciamo una cosa?”
” Dimmi.”
” Facciamo che tu muori, ovviamente, come tutti. Però, per piacere, puoi farlo tra tantissimo tempo? Per favore.”
” Beh, direi che posso impegnarmi perché succeda tra tantissimo tempo.”
” Va bene dai. Se ti impegni, ce la fai di sicuro.
Ora, te lo dico, ti faccio il solletico. “
E solletico fu.
Elia e la fiducia sconfinata.
Io, la mamma sua, stecchita, tra un sorriso, molta emozione, e parecchie risate ché come lui, il solletico lo soffro anche da lontano.

Scuola e bianconigli.

Non ricordo il primo giorno di scuola, ma ho impressa la sensazione di spaesamento misto a curiosità. È la stessa che ritrovo, ad ogni inizio.

Penso con tenerezza ai bimbi adottati che si ritrovano in una scuola nuova per la prima volta; forse è una scuola diversa da quella a cui erano abituati, forse è proprio la prima scuola in cui si trovano, certo potrà essere straniante come situazione.

Vorrei dire loro di non avere paura, di prendersi il tempo per esplorare, conoscere e farsi conoscere, con i modi dei bambini, più o meno grandi, ma sempre tra pari.

Poi ci sono gli adulti, che di tempo ne hanno sempre troppo poco, e gli corrono dietro affannati, pensando di desiderare ore in più, sapendo già che non basterebbero (eccomi, ci sono anche io nel gruppo).

Scuole, spesso brutte, penso a quella di mio figlio, decisamente vecchia e un po’ squallida, eppure con quel fascino dei banchi piccoli, le seggioline e i cartelloni attaccati al muro, le grida nei corridoi, e gli zainetti colorati, troppi pieni e in precario equilibrio.

Aule in cui, a volte, mi sembra, ci si affacci fin troppo presto. Sono sincera non so bene come si dovrebbe o potrebbe fare, tanto più se ad arrivare sono bimbi in età già scolare, ma credo che pochi mesi non siano sufficienti, a creare la sicurezza necessaria. Attaccamento viene chiamato, e serve tutto, per potersi, poi staccare serenamente. Immagino che talvolta siano proprio i bimbi a chiedere la scuola, magari vedendo i fratellini /sorelline più grandi, o perché ci andavano anche prima.

Come fare? Me lo chiedo sinceramente, perché ricordo mio fratello, fuori della classe, sul suo banchino, da solo, perché non sapeva comprendere la parola”ombra” . I tempi sono cambiati, genitori e insegnanti più preparati e con strumenti utili ad accompagnare il percorso (penso alle linee guida e a i tanti testi sull’argomento), ma sento, leggo, vedo ancora tanti bambini soli, forse non più fuori dalla classe, ma comunque lasciati ai margini (ché poi è problema di tutti le fragilità, non solo quelle adottive).

Sarà che quando faccio formazione agli insegnanti, c’è tanta fatica, al netto dell’impegno, che se sono lì si da per scontato, ma li vedo realmente spauriti e quasi spaventati di fronte a dinamiche e storie che non sanno bene come affrontare. E lo capisco, anche da figlia e amica di prof., che agli insegnanti vengono richieste una serie di competenze diverse e complesse, che spesso potrebbero /dovrebbero essere integrate da figure professionali specifiche, ma che mancanza di soldi, informazioni burocrazie varie rendono difficoltose.

Tornando ai piccoli, che poi sono la parte principale, serve tempo, per rendere familiare uno spazio, meno spaventosa l’assenza e sopportabile l’attesa. Nuovi ritmi e nuove scoperte, paure conosciute da fronteggiare.

Non corriamo dietro al bianconiglio dei ” si dovrebbe” e lasciamogli il tempo di sentirsi bambini, anche quando sono più grandi, regaliamo il recupero dell’infanzia.

Informiamo chi di dovere e poi lasciamogli giocare la loro partita, anche inciampando, sempre presenti ma non sovrapposti a loro.

Non è semplice, e, troppo spesso, non è indolore, ma ne vale la pena, sempre.

Eccomi.

Eccomi, sono io.
Con gli occhi aperti, ma lo sguardo che sfugge, ché sono, profondamente, timida e mi imbarazzo se qualcuno mi guarda. Io, che mi emoziono e anche se ho scoperto che parlare, raccontare e raccontami mi piace e lo so pure fare, fino ad un secondo prima di iniziare, medito di un qualche mal di testa feroce, che mi faccia scappare via.
È che poi prendo fiato, respiro forte e inizio lo stesso.
Tante volte ho paura, e ostinatamente mi tuffo.
Sono io, che sorrido a bocca chiusa, dopo anni da ragazzina con l’apparecchio, e anche se ora i denti sono dritti, mi è rimasta l’abitudine, di sorridere sempre, ma un po’ di nascosto. Che poi, forse, è anche una delle cose che combatto, da che ho memoria. Non aver paura della felicità. A volte ci credo ancora, che non sia poi così vero, così possibile, che qualcosa accadrà di certo. Ho quasi timore, a pensarmi felice.
Sono io, che mi sento sempre un po’ fuori sincrono, troppo in anticipo o troppo in ritardo, e, che , ho imparato a starci, in questo tempo mio, come posso, come riesco, senza aver temere di aspettare da sola o di arrivare quando è già iniziato qualcosa. Mi dico che l’essenziale è esserci, e non l’ora di arrivo. Chissà se mi racconto storie…
Sono io, che amo le righe e pure i fiori, e fino a poco fa non avrei mai messo insieme le due cose, ma ora ho deciso che è il momento buono, per sparigliare le mie stesse carte, e allora mescolo, colori, fantasie, paure, allegrie.
Sono io che mi racconto attraverso le parole, e qualcuno mi dice, fai le storie (di Instagram) , fai i video, ché hai una bella voce e sorridi.
E chissà, se non mi viene un fortissimo mal di testa, prima o poi ci provo. Prima magari, che i poi, non si sa mai come vanno a finire.
Eccomi. Occhi aperti, sguardo che si nasconde di lato e un sorriso a bocca chiusa.
Sono io.