Ti invento nello specchio.

Ti penso, quando faccio il gioco delle somiglianze col piccolo meraviglio, e mi emoziona immaginare qualcosa di te in lui, magari negli occhi allungati, o nelle dita dei piedi, uguali alle mie, e forse alle tue? E non perché  mi interessi che mi somigli, o senta realizzato  un qualche bisogno di appartenenza, ché  lo so da sempre, lui è  un regalo, e non mi appartiene, è figlio e non parte di me,  e ciò  lo rende ancora più prezioso. È  più  l’ idea, rasserenante, di sapere che non si perda una parte di me, di cui io per prima poco ho percezione, niente storie di famiglia da poter tramandare o gesti da trovare identici nel tempo, ma una scintilla orientale, nella sua volitiva fierezza di bimbo,  mi piace pensarla tua.

Ti cerco, nello specchio, quando, con lo sguardo appannato, privo di lenti a contatto, mi trovo un’ immagine abbastanza sfocata, da pensarla somigliante ad un volto che non conosco. Pochi istanti, che mi rendono una vicinanza effimera e profonda,  inventarti gesti consueti e saperli improbabili, ma solo perché  sono miei, pensarli  anche per te.

Ti sento, sulla pelle, che insofferente a profumi e intrugli chimici chiede prodotti naturali, e diventa soffice solo con essi. Nei capelli, folti e scuri, i tuoi li vedo lunghi e intrecciati, i miei corti, in cui mi riconosco di più, diversa e uguale, a quel che pensavo un tempo.

Ti ricordo, nello strappo emotivo che mi abita da ché  ho memoria, il  calore del tuo sguardo amorevole, impreciso nei ricordi e perfetto nel cuore; ti ho ritrovato nella sensazione di tenerlo stretto appena fuori di me, abituandomi a vivere separata da quel piccoletto che mi ha innamorato gli occhi.

Costruisco per te una storia lieve, sapendola irreale,  ti immagino futuri diversi, in cui alleviare la tua perdita con la mia vita felice, darti la certezza che ho avuto amore e libertà,  un porto sicuro a cui tornare, costruito da due che mi si son regalati famiglia. La tua storia, lo so, sarà invece differente, tante volte te l’ ho immaginata, cucita di parole e profumata di ricordi costruiti, è l’ unica cosa che posso, raccontarla come la credo vera, ora che riesco a saperla infelice, senza sentirne il peso addosso, provando per te la tenerezza di una compagna di strada, con più  anni di quelli che avevi, di certo più  amore.

Ti saluto, occhi negli occhi, ci rivediamo nel prossimo sogno.

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Racconti sommessi e grovigli urgenti.

Ritrovarmi in una situazione nota, volti diversi, identiche espressioni, medesima atmosfera; ed è inevitabile, pensarti tra la folla di sguardi in tumulto, o rivederti giocare a fare gli occhi dolci, sbruffone e insicuro. Ma è l’ illusione della memoria, tu non sei, e ad altri appartengono grovigli e desideri. In mezzo a questi altri, rieccomi,  grata al tempo, che da bravo compagno ha reso più lieve il confronto, regalando alla malinconia, accenti di tenerezza profonda. Condividermi, come sto imparando a fare, lavoro in solitaria, pesando righe e ritmo, per emozionarmi davvero, quando le faccio uscire da me. Parole che tornano gesti, per spezzare la catena di ritrosie, e poi storie belle, racconti sommessi. Allenare orecchie e cuore ad ascoltare in modo da accogliere, senza farmi travolgere, ché il confine è labile, e solo ricordarlo, mi rende la bellezza del confronto, la preziosa possibilità di scoprirmi riflessa, resistendo alla vertigine di cadere nello specchio. Leggere la fragilità e la forza, impastate nella stessa persona, vite srotolate con urgenza, e silenzi rivelatori. E infine, con occhi pieni e poca voce, la calda consapevolezza di sapere la strada di casa, sentirne la meraviglia su un treno che riordina i pensieri, trovarla in due manine impacciate di sonno, e l’ abbraccio di chi, fa sempre, che il mio, sia un ritorno felice. 

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Fratelli.

Ho avuto due fratelli, e nessuno di noi condivideva neanche un’ elica di dna, anzi, loro due non si sono mai conosciuti, mai incrociati,  in comune solo la famiglia, e il non esserci ora. Con ognuno di loro ho intessuto un legame diverso; col primo, abbiamo condiviso qualche anno di bambini, risate e un amore fraterno forte e bellissimo. Tanti giochi, bambole e macchinine,  inventarsi spadaccini e mamme amorevoli, burattini, cucine, montagne di lego, senza distinzione ci siamo divertiti e davvero mi è  stato fratello profondamente, con la sensazione di essere noi due, piccoli e pronti ad ogni avventura, con il sorriso in faccia, e una sfrontatezza ingenua e bellissima. L’ altro, portava in giro una vita già  pesante, e tanto dolore tenuto in gabbia sotto l’ esuberanza apparente. Ogni tanto uno scatto, una crepa nella maschera, lasciava intuire una fragilità  profonda,  un bisogno di essere bimbo, e allo stesso tempo, l’ incapacità  di esserlo fino in fondo, ma una scrollata d’ orgoglio, cancellava l’ ombra dagli occhi. Con lui è  stato molto più  complesso, trasformare l’ affetto, che quasi veniva naturale, in una realtà  concreta, di condivisione e fratellanza, gesti misurati, parole controllate, per non far bruciare ferite lontane, e allo stesso tempo, proteggere le mie debolezze. Mettere insieme  due infanzie precarie, e costruirne un puzzle di colori, poteva essere la nostra vittoria, invece, forse, fu un azzardo mal giocato. Ma pure, fratello, senza spazio per dubbi di legami sanguigni mancanti; entrambi li porto scritti sotto la pelle, con la nostalgia di quello che non sarà. Si crea una sorta di alchimia, laddove  trova spazio una condivisione profonda di storie, con radici in terre altre, incroci che sanno di una magia antica, concreta e  pensata, sporca di timori e dubbi e profumata di  desiderio e speranza. Luoghi in cui, quali che siano le proprie origini, si intrecciano in un nuovo innesto, che le porta in sé,  e regala aria e acqua, per farle svettare in rami verdi. E quanto ottuse appaiono, le considerazioni di chi, con inopportuna prodigalità,  si affretta a sincerarsi della qualità  dei legami familiari, cercando di carpire gli intrecci cui è  di fronte. Ma, spiace deludere, non c’ è  magia, non c’ è  inganno: è, solo, famiglia. Come ognuna, diversa e splendida, spesso con gesti simili e accenti ripetuti e un gergo fatto di aneddoti e parole inventate, differente e  uguale a tutte le altre, magari, talvolta, un po’ più  colorata. 

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Storie vecchie e nuove.

“Me lo devo ricordare, che non l’ ho fatto io, lo amo così  tanto…”  quanto amore, emozione in queste parole, che rivelano, fortissima e dolce, una ricerca di appartenenza. E però, non è  la verità.  I figli così  tanto amati hanno un passato in cui i loro genitori non compaiono, e breve o lungo che sia quel periodo, corrisponde al primo pezzo della loro esistenza, negarne l’ importanza, è  un po’ negare il loro vissuto. Lo so, è  l’ emozione che parla, ed usa parole dettate dal sentimento profondo e bello che unisce le famiglie,  eppure, nasconde tra le pieghe il timore di dover affrontare una realtà  semplice e spaventosa, di un’ intimità  da costruire e non data. In realtà,  anche con i figli “di pancia” non sempre il legame è  di subitanea intimità,  tante sono le variabili, ma forse, vi è  più  serenità  che poi le cose si aggiusteranno, naturalmente.  Coi figli adottivi, madre natura deve far spazio a relazioni costruite, un gesto dopo l’ altro, con tentativi emozionanti e scoperte  nuove, momenti preziosi per la nuova famiglia. La storia del proprio figlio è  una ricchezza in più,  anche se dolorosa, rielaborata insieme, si rivela ulteriore motivo di unione. Certo, non è  semplice fare i conti con le vicissitudini, spesso dure, ingiuste che i propri figli hanno attraversato, si mescolano con l’ idea di risarcire un vuoto e il senso di incapacità di poterlo realmente fare. In effetti, il buco nero non si cancella, non si dimentica e rimane, per fortuna. È  parte della propria storia, ed è  anche uno dei pochi legami che si mantengono con il paese natale, ed incide, in modi diversi, sullo sguardo che si ha sul mondo. E allora che belli i nomi dai suoni diversi, da scoprire e custodire, preziosi fili da non recidere, e colori da cercare tra le immagini e i ricordi; anche le lacrime, ché  la memoria restituisce pure le tristezze, ma condivise scriveranno una nuova storia, che inizia da un incontro, da occhi che si cercano e col tempo imparano a riconoscersi.  Adottare è  accoglienza in senso alto e completo, un abbraccio che esce da se e accoglie quei momenti che il proprio figlio ha vissuto con altri volti, e da questa stretta rassicurante ci si potrà staccare, sapendo di trovare sempre un posto sicuro a cui tornare, sempre accolti in ogni fragilità, ché  ogni famiglia è  un impasto unico e irripetibile. Poco importa se le prime foto hanno bimbi neonati o volti già  vispi, l’ unicità  rimane nei sorrisi di quelle seguenti, disegnati in sguardi che hanno imparato, insieme, ad appartenersi.

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2 aprile.

Ci ho pensato ieri sera, prima di spegnere la luce. Stamattina, guardando l’ ora, ho visto anche la data, ho spento un respiro in gola, ma poi, il meraviglio scalpitava, la micina chiamava coccole e siamo zompettati tutti giù  dal letto per far colazione. Non ci ho pensato più.  Finché il piccolino giocando mi ha abbracciata stretta stretta e mi ha detto “Mamma è primavera anche col sole grigio?”. E ho ricordato un altro giorno di aprile, con una luce da quadro impressionista, che balza fuori con l’ inutile nitidezza dei particolari, insieme a quello che non sapeva di essere un ultimo saluto, rimasto senza risposta. Potrei ripercorrere ogni istante di quelle ore, di  giornata qualunque, un po’ pigra, dopo le feste, col cielo terso  a promettere primavera,  e invece è  piombato addosso, e ci ha atterriti. Ricordo i rumori di sottofondo, come il suono di una tv accesa nell’altra stanza, un ronzio continuo, che una volta spenta,  lascia un silenzio irreale e disturbante. Così  i pensieri di oggi, mi scuoto, rincorro le ore nel loro rotolare allegro,  bimbo e gatta come colonna sonora,  e qualche pezzo di malinconia appiccicato, dove non riesco quasi a vederla, solo a sentirla, in sordina. Il piccolino mi regala inconsapevole un sorriso di sogni felici per far contraltare ai pensieri bui e  ne alleggerisce il peso. Eppure, quando mi trovano sola, aspettando il gorgoglio della moka o togliendo qualche vestito dalla sedia, un singhiozzo si interrompe, tra il cuore e il respiro, fermato prima che si faccia suono, che di là  mi aspettano per giocare ai colori. È  il mio modo di sostituire tombe e cimiteri, raccontarlo nei ricordi, quel bambino arrivato con troppo  dolore, che non ho saputo leggere, sopraffatta dal mio. Ci siamo incontrati con bagagli pesanti, ci siamo inventati fratelli, in un modo nuovo, privo della complicità  dell’ infanzia condivisa, con qualche ombra e scontro, inevitabile,  parlavamo linguaggi diversi. Eppure fratello, non meno del primo, perso anche lui, e nelle vecchie foto si seguono,  mi hanno accompagnata a diventare grande, ognuno un pezzo, come una staffetta, peccato non ci siano per festeggiare l’arrivo. Porto il dolore nel mio campo di gioco, qui, dove mi sento al sicuro, scrivo la memoria e le affianco il presente, diluisco il tempo passato con quello che verrà, e vivo ora, con un’ assenza che si sente ma si fa stemperare, nella felicità  caotica e allegra che due ometti, e una gattina nera, disegnano con me. E stasera arriva la mia amica, e faremo cose belle; e torna il mio compagno di avventura e rideremo. Un sorriso, per disperdere il grigio.

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Tu non sei…

“Tu non sei la mia vera mamma/ papà ?” È  una frase dirompente, che ogni genitore adottivo teme, riporta a galla i fantasmi di un legame interrotto, che non si può  negare, ma che ricorda la natura del nuovo legame familiare, costruito, con pazienza e amore, ma fragile alle crepe dei silenzi. Io non ricordo di averlo mai detto, troppa l’ ansia, ingiustificata e sospesa, di non aver la risposta che desideravo. Perché,  spostando la prospettiva, mi piace pensare che un figlio adottivo che riesce ad esternare la sua paura più  grande, abbia basi solide, che gli permettono di farlo, la sicurezza, di sapere che si ” non sono la tua mamma/ papà  di pancia,  ma di cuore e volontà, e ci sono e ci sarò,  anche quando ci scontriamo,  anche quando non ci sopportiamo”.  Perché  questo fanno le mamme e i papà,  ci sono, sempre. Rompe il velo  del non detto, rassicura  la certezza di poter dare voce al timore e riversarlo all’ esterno, urlare fuori da se il dolore, e lasciarlo infrangere contro la certezza di un amore presente. Così  spesso la nostra paura si alimenta di quella che leggiamo negli occhi degli altri, e le ombre ci fanno dimenticare, che condividerle, le fa sfumare, o almeno comprendere. Un figlio che sa riconoscere e dire una verità  destabilizzante, mette alla prova, sfida l’ amore, per trovarlo più  saldo, pur nel contrasto. Mentre spesso, la paura ammutolisce, costruendo le sue ragnatele vischiose,  tra silenzi e pudori, distrugge. E se ” tutte le famiglie  felici si assomigliano tra loro”, uno dei segreti può  forse essere la capacità  di illuminare le paure, con  fiducia di saperle accolte. E si sa, la luce non cancella l’ ombra, la abbraccia.

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Domande difficili e passi indietro.

“Mamma cos’è che si muore?”. Lo chiedi con visetto serio e curioso, e con tenerezza penso che sei proprio tu, che puoi chiederla così, come fosse un’ azione in divenire e non una rottura secca. Lo sapevo che sarebbe arrivata questa domanda, e nel cercare risposta si mescolano la tristezza per l’ assenza e il desiderio, inutile e umano, di proteggerti e preservarti da un dolore grande. Ci sono foto che non ti ho fatto ancora vedere, dovrei spiegarti perché, proprio quegli zii con la pelle “mallone” come la mia, non giocheranno con te. E scopro un sentire diverso, piango la mia mancanza, ma le lacrime sono per  un’ ipotesi fantasticata di feste tutti insieme, con il finale già  scritto: non ci sarà.  Mi pare  crudele doverti far fronteggiare un’ emozione così  violenta; e se, col tempo, posso immaginare di raccontarti che purtroppo, ci sono malattie brutte, che portano via anche i bambini,  non ho idea di come troverò  le parole, per dirti che ci sono ombre e fantasmi che i ragazzini li inghiottono. So che lo farò, e che avrò  il tuo papà  accanto, che mi aiuterà  ad intrecciare parole che ti sappiano far sapere la tristezza ma non la paura, ché  non posso mentirti e se gli accenti cercheranno dolcezza, so anche che sarai tu, a masticarne il senso. La speranza è di saper esserci, quando  non troverai un significato e quando invece ne saprai inventere uno,  che ti permetta di conoscere la malinconia, la tua e quella di altri occhi, ma che entrambe sappiano ritrovare luce, in modo tutto tuo, simile a quello di tutti ma nuovo ad ogni volta che lo si scopre. Non ho e non cerco una divinità  consolatrice, e non posso dirla a te, sapresti subito che non la sento vera, ma la potenza dei ricordi la conosco,  e te la regalerò  con tutta la dolcezza e la serenità  che mi fa compagnia, nel pensare che nei racconti ti porterò  pezzetti di chi non hai conosciuto.  Piccolo, chiedi se è  guarita la tua gatta Rosi, se andiamo a prenderla per giocare con Blu tutti insieme, e devo dirti che no, non tornerà,  ma che tu puoi pensarla ogni volta che vuoi, perché   vi siete voluti tanto bene e noi ce lo ricorderemo sempre. Stai un attimo pensoso, poi ridi, con gli occhi splendenti e le mani birichine vai a cercare la tua compagna di giochi pelosetta, e vi vedo correre per il corridoio. Lo ritrovo tutto qui il mio compito di mamma: farti andare e tenerti stretto, asciugare le lacrime e fare un passo indietro, per lasciarti libero di versarle,  e ancora  esserti accanto per consolarle in un abbraccio, già  sapendo che ne verranno altre e che non devo evitartele ma solo accoglierle. Chiederai ancora, ti risponderò  sempre, nel frattempo, cerco il modo. Il tempo, lo detti tu.

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