Patti spezzati e foglioline verdi. 

Mi scorrono negli occhi fatti di cronaca, che dall’ inchiostro dei quotidiani mi saltano dentro, sento il dolore, lo smarrimento che provocano. Come sempre, ho necessità  di far riposare le emozioni, per cercare poi di srotolarle in pensieri da condividere. Madri che non solo abbandonano, ma giungono a togliere la vita a chi, poco prima cresceva in loro, certo, è  orribile immaginarlo.  Ma prima di questo, donne profondamente sole, nel loro disequilibrio, che non hanno saputo cercare aiuto, e che non sono state guardate con attenzione. Una gravidanza non è  fatto che lasci il corpo immutato, quanta distanza si può  essere creata tra queste donne e il mondo la fuori? Non si tratta di voler giustificare o assolvere,  ma di provare a sollevare lo sguardo, gettarlo lontano, scrutare oltre. L’ amore, il prendersi cura, sono un fatto solo in parte istintivo, e invece molto culturale ed esperienziale. È  come un patto tra generazioni, l’ amore si insegna e si impara,  e se, per qualche giravolta sbilenca della vita, si crea una rottura, è  molto difficile che si possa sanare, senza interventi esterni e tempestivi. In questo l’ adozione è  una risorsa,  al di là  della bellezza di divenire famiglia,  è  come un nuovo innesto, per cui si da un ramo spezzato la possibilità  di far crescere nuove foglioline. E se, da una parte, credo fondamentale, mettere in atto un supporto concreto e articolato, per permettere alla fragilità  umana di costruirsi di nuovo e unirsi in un nucleo, accogliendo e supportando le difficoltà  di genitori spauriti dalla vita, ma che con un appiglio, possono riuscire a renderla nuovamente piena, per sé e per i propri figli, dall’ altra, sono consapevole che la cura e le attenzioni che chiede un piccolino, sono, oltre che materiali, di ordine psicologico e affettivo, e ricucire certi strappi è  assai più  arduo. Perciò si, l’ adozione può  rinnovare quel patto tra generazioni, per il quale si trasmette ai figli amore e cura, sostegno, risate a bocca aperta e sgridate con sbattere di porte; tutto questo, ha poco, nulla, a che fare coi legame di sangue, e molto, con il desiderio di accudire quel dono prezioso che è  un figlio, crescergli  accanto e far si che trovi il suo modo di sprigionare meraviglia.

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Un ragazzino dagli occhi grandi.

Rivedermi ragazzina, rivederti ragazzino, come sei rimasto nei ricordi. E trovarmi una crudeltà da adolescente triste, ascoltare le tue parole, con nuova attenzione e reale accoglienza. Ai miei occhi adulti, appari per quello che eri, e non ho saputo vedere: un ragazzino dagli occhi grandi, che nascondeva la paura e l’ insicurezza dietro una sbruffonaggine tenera, e nelle tue parole sento una nota di rassegnazione sconsolata, premonitrice di quel che è stato. Il tempo ha reso il mio sguardo più  attento, ho sentito la tua voce rivelare verità  dolorose e passate in sordina, penso all’adulto che non sei diventato, cerco di fugare la malinconia con l’ impegno,  non sempre riesco, ma è  un buon modo di trasformare il dolore. Ascolto tante storie, alcune le intuisco dagli occhi, esitano, guardano intimoriti e pieni di speranza. Lo sanno già  che non è  semplice, spesso hanno percorsi pieni di fatica, e vorrebbero sapere se tutto finisce bene, e vissero felici e contenti. Non è  mai così,  come per nessuno, le strade sono intricate, e dentro la felicità  ci sono anche pozzi scuri profondissimi. Per uscirne, li si fa compagni di strada, li trasformiamo in pozzanghere,  in cui vedersi specchiati,  uguali e diversi da ciò  che eravamo. Mi piace pensare all’adozione come un viaggio, salite, discese, colline dolcissime ed emozioni forti; ogni tanto quanto fermata, a volte a sorpresa. E come per ogni viaggio, ci si può  preparare, credere di prevedere ogni imprevisto, ma l’ unica cosa per viverlo in ogni sfumatura, è  trovare il coraggio, lasciarsi sorprendere, e diventare famiglia, unica, imperfetta e per questo splendente.

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Non ringraziare.

Troppo spesso, sento e leggo, che i figli adottivi dovrebbero provare un senso di “gratitudine” nei confronti dei propri genitori, che poi, non è  altro che il proseguimento di un assioma per cui, i genitori adottivi “sono tanto buoni, ed hanno fatto un’ opera di bene”. Da piccola, ricordo di essere tornata a casa in lacrime dalla mamma, avendo sentito che le venivano fatti in complimenti,  per avermi “presa”. Solo il suo abbraccio mi calmò ma mi innervosisce sempre, quando l’ adozione viene associata ad una buona azione. Che poi, il desiderio di un figlio, poco ha a che fare con l’ altruismo, quanto piuttosto con un senso di amore così  forte e grande, da avere la necessità  di accogliervi dentro un’ altra personcina. Pensare che i figli debbano essere grati ai propri genitori mi pare una visione distorta, come in realtà credo la gratitudine un aspetto che dovrebbe essere estraneo ad ogni legame di amore. Ché, amare, è  scelta di libertà  e non dovrebbe mai sottendere ai lacci della riconoscenza. Le famiglie stanno in piedi perché  ci si accoglie proprio nelle fragilità,   farsi amare quando la vita scorre lineare è  semplice, ma nelle ombre, ci si avventura solo per mano a qualcuno che saprà  esserci, non sempre nel modo giusto forse, ma con ostinata determinazione a non lasciarci soli. E famiglia lo si è  in tanti modi differenti, ogni legame di affetto che sprigiona la sua forza, senza rumore, in punta di piedi e discrezione, o con scoppi di risa e baruffe  memorabili,  ma che sa donare presenza. Non è  facile, e non sempre l’ incastro funziona,  ci sono storie adottive in cui, ad un certo punto, qualcuno ha scelto male, ma, mai, questo errore lo si deve imputare a chi, meritava braccia aperte e si è  scontrato con dei muri. Non amo puntare il dito, lo trovo poco utile e controproducente, ma è  invece fondamentale, che non si confondano le acque; se qualcosa non ha funzionato, non si può accusare la parte più  fragile della storia. Avere un figlio, è  un dono, un privilegio, non un atto di bontà, in qualsiasi modo questo figlio arrivi, dovrebbe essere frutto di un  desiderio, perciò  privo di condizioni. E si, che i figli adottivi nutrono, spesso, un’ esasperato sentimento di riconoscenza, quasi a dover ricompensare chi li ha amati, a dimostrare che, anche se abbandonati, meritano amore. Ho dovuto avere mio figlio tra le braccia per sapere che non è  mai responsabilità  di un figlio, essere abbandonato; tante le cause e inutili i giudizi, ma certo mai è  imputabile ad un bimbo. Pare ovvio, ma se si è  provato quello strappo emotivo, il volo pindarico è  più  comune e scatena un senso di colpa, infondato e fortissimo. Guardo il piccolino, che cresce veloce, e chiede “Mamma, quando mi sgridi,  mi ami?” Ingoio il senso di colpa per le ( sporadiche e sacrosante) volte in cui lo riprendo, evito di ricordare il suo faccino coi lacrimoni che mi spingerebbe  a scusarmi, lo stringo più  forte, e insieme al suo papà diciamo “certo, quando ti sgridiamo, ti amiamo anche di più. È  difficile da capire magari, ma è  proprio così ” “si vabeh, leggiamo una storia adesso, vicni però”. È  questo che voglio per lui, che gli sia normale pretendere il mio amore, sentirsi sicuro che ci sarà  sempre, e che non pensi mai, di dovermi gratitudine; perché  ad amarlo non devo neanche pensare: come il respiro, sale, scende e non si arresta.  

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Raccontare tutto.

Il piccolino la sera, dopo il gioco della “cosa bella”, mi chiede spesso una storia “tutta mia mamma, no dei libri!”. Fortunello! Ché, da sempre, amo raccontare storie ai bimbi “tutte loro”, e per lui intreccio le nostre vite, addolcite dal “c’era una volta…” e con tristezze che si dissolvono in abbracci caldi. Sentire che la mamma è  arrivata da un paese col sole brillante, e i nonni hanno scordato il suo orsacchiotto in macchina dall’ emozione, e da grande ha incontrato il papà, il suo innamorato grande ( il piccolo è  lui, ovviamente), e poi è  arrivato lui, meraviglio, che come ogni bimbo felice vede in sé stesso il centro di tutte le storie, è  un racconto affascinante, che lo coinvolge e lo rende orgoglioso, perché  “la mamma malloncina, viene dal paese degli elefanti graaaaaaandi, e quando io sarò  grande, e lei piccola, la porto li con me”, finale dal rocambolesco scarto spazio-temporale,  di cui il piccolino pare convintissimo. Mi appare del tutto naturale raccontargli la mia storia, e consegnandola ai suoi occhioni attenti, me ne riapproprio anche io, piano  piano, con tempo di bimbo. Lasciando che gli avvenimenti si rivelino in ogni nuovo racconto, arricchimenti emozionanti, una puntata dopo l’ altra. Però,  ci sono le ombre, il dolore, ed io credo e voglio, raccontare anche questo, quando sarà  il momento, perché  è  parte  indissolubile di me,  e rinnegarlo non lo farebbe certo sparire,  piuttosto lo relegherebbe in pericolosi anfratti, da cui sfuggirebbe insinuandosi nelle crepe. Così, capisco profondamente, il timore di qualche  mamma e papà, “abbiamo  notizie, della sua vita prima di noi, ma sono piene di dolore, di rifiuto, come possiamo raccontarle? Sappiamo che dobbiamo, ma abbiamo paura”. Ed io lo so, solo il pensiero di suscitare pensieri di tristezza ai nostri bimbi fa spavento, perché  vorremmo proteggerli da tutto e tutti, e promettere loro un futuro senza fatica. Credo però,  che non sia questo il nostro compito, la vita non si può  evitare, tanto sa dove cercarci,  e ci trova sempre; sento profondamente che il piccolo Elia,  merita il mio coraggio di fare un passo indietro, per lasciarlo cadere, pronta a fornire un appiglio sicuro alle sue mani ,e poi, a cedere il passo al suo slancio, che non mi veda mai precederlo,  ma senta il rumore dei miei piedi, finché  gli servirà.  Si può  raccontare anche una storia di abbandono, di incapacità, se convinciamo mente e cuore ad  accogliere dentro di noi la consapevolezza sicura che il suo passato, anche doloroso, sarà ricchezza per il suo futuro, se sapremo accompagnarlo e tenerlo per mani,  mentre guarda e riconosce le sue ombre. Perché  alla fine, il fulcro di tutto è  l’ amore;   amore che si impara e si insegna, e che se non avviene, per contingenze faticose, questo passaggio tra generazioni,  non si può  trasmettere. Che chi non ha ricevuto tenerezza e cure, vicinanza emotiva, sostegno, e si trova solo a fronteggiare un’ impresa fantastica ma totalizzante, come crescere un figlio, non avrà modo di accudire,  di trasformare quel sentimento di protezione che pare innato, in gesti concreti e affetto  agito. Non si tratta più  di attribuire colpe o perdonare mancanze, ma di riempire di senso quella domanda che riecheggia dentro i figli adottivi “perché  non mi ha tenuto?” . Perché  non poteva, non ne aveva gli strumenti, emotivi e fisici, per poterlo fare al meglio, e allora, ha regalato l’ unica cosa che sapeva, l’ opportunità di imparare l’ amore, l’ occasione di crescere in un abbraccio. Con gesti e  parole di cura, mani piene di amore e  con fermezza paziente nell’ accogliere le turbolenze sfidanti, si può  costruire un’ intimità  nuova, priva di carne e sangue ma fisica, di pelle che si conosce e odore inconfondibile, che, finalmente, regala casa. Raccontare sempre, raccontare tutto. Sia quando si tratta di ricostruire ricordi vaghi, che quando si fronteggiano mancanze ben definite nella memoria; il gioco si ripete ogni volta e muta ad ogni tappa: riannodare fili spezzati, tesserne di nuovi, intrecciarli per una coperta sicura, i cui accoccolarsi insieme, nei giorni di tempesta, aspettando che torni sereno, perché  “Mamma,  il sole giallo giallo,  torna sempre? Io dico di sì!”. Dico di sì anche io, piccolo uomo. 

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Ti invento nello specchio.

Ti penso, quando faccio il gioco delle somiglianze col piccolo meraviglio, e mi emoziona immaginare qualcosa di te in lui, magari negli occhi allungati, o nelle dita dei piedi, uguali alle mie, e forse alle tue? E non perché  mi interessi che mi somigli, o senta realizzato  un qualche bisogno di appartenenza, ché  lo so da sempre, lui è  un regalo, e non mi appartiene, è figlio e non parte di me,  e ciò  lo rende ancora più prezioso. È  più  l’ idea, rasserenante, di sapere che non si perda una parte di me, di cui io per prima poco ho percezione, niente storie di famiglia da poter tramandare o gesti da trovare identici nel tempo, ma una scintilla orientale, nella sua volitiva fierezza di bimbo,  mi piace pensarla tua.

Ti cerco, nello specchio, quando, con lo sguardo appannato, privo di lenti a contatto, mi trovo un’ immagine abbastanza sfocata, da pensarla somigliante ad un volto che non conosco. Pochi istanti, che mi rendono una vicinanza effimera e profonda,  inventarti gesti consueti e saperli improbabili, ma solo perché  sono miei, pensarli  anche per te.

Ti sento, sulla pelle, che insofferente a profumi e intrugli chimici chiede prodotti naturali, e diventa soffice solo con essi. Nei capelli, folti e scuri, i tuoi li vedo lunghi e intrecciati, i miei corti, in cui mi riconosco di più, diversa e uguale, a quel che pensavo un tempo.

Ti ricordo, nello strappo emotivo che mi abita da ché  ho memoria, il  calore del tuo sguardo amorevole, impreciso nei ricordi e perfetto nel cuore; ti ho ritrovato nella sensazione di tenerlo stretto appena fuori di me, abituandomi a vivere separata da quel piccoletto che mi ha innamorato gli occhi.

Costruisco per te una storia lieve, sapendola irreale,  ti immagino futuri diversi, in cui alleviare la tua perdita con la mia vita felice, darti la certezza che ho avuto amore e libertà,  un porto sicuro a cui tornare, costruito da due che mi si son regalati famiglia. La tua storia, lo so, sarà invece differente, tante volte te l’ ho immaginata, cucita di parole e profumata di ricordi costruiti, è l’ unica cosa che posso, raccontarla come la credo vera, ora che riesco a saperla infelice, senza sentirne il peso addosso, provando per te la tenerezza di una compagna di strada, con più  anni di quelli che avevi, di certo più  amore.

Ti saluto, occhi negli occhi, ci rivediamo nel prossimo sogno.

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Racconti sommessi e grovigli urgenti.

Ritrovarmi in una situazione nota, volti diversi, identiche espressioni, medesima atmosfera; ed è inevitabile, pensarti tra la folla di sguardi in tumulto, o rivederti giocare a fare gli occhi dolci, sbruffone e insicuro. Ma è l’ illusione della memoria, tu non sei, e ad altri appartengono grovigli e desideri. In mezzo a questi altri, rieccomi,  grata al tempo, che da bravo compagno ha reso più lieve il confronto, regalando alla malinconia, accenti di tenerezza profonda. Condividermi, come sto imparando a fare, lavoro in solitaria, pesando righe e ritmo, per emozionarmi davvero, quando le faccio uscire da me. Parole che tornano gesti, per spezzare la catena di ritrosie, e poi storie belle, racconti sommessi. Allenare orecchie e cuore ad ascoltare in modo da accogliere, senza farmi travolgere, ché il confine è labile, e solo ricordarlo, mi rende la bellezza del confronto, la preziosa possibilità di scoprirmi riflessa, resistendo alla vertigine di cadere nello specchio. Leggere la fragilità e la forza, impastate nella stessa persona, vite srotolate con urgenza, e silenzi rivelatori. E infine, con occhi pieni e poca voce, la calda consapevolezza di sapere la strada di casa, sentirne la meraviglia su un treno che riordina i pensieri, trovarla in due manine impacciate di sonno, e l’ abbraccio di chi, fa sempre, che il mio, sia un ritorno felice. 

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Fratelli.

Ho avuto due fratelli, e nessuno di noi condivideva neanche un’ elica di dna, anzi, loro due non si sono mai conosciuti, mai incrociati,  in comune solo la famiglia, e il non esserci ora. Con ognuno di loro ho intessuto un legame diverso; col primo, abbiamo condiviso qualche anno di bambini, risate e un amore fraterno forte e bellissimo. Tanti giochi, bambole e macchinine,  inventarsi spadaccini e mamme amorevoli, burattini, cucine, montagne di lego, senza distinzione ci siamo divertiti e davvero mi è  stato fratello profondamente, con la sensazione di essere noi due, piccoli e pronti ad ogni avventura, con il sorriso in faccia, e una sfrontatezza ingenua e bellissima. L’ altro, portava in giro una vita già  pesante, e tanto dolore tenuto in gabbia sotto l’ esuberanza apparente. Ogni tanto uno scatto, una crepa nella maschera, lasciava intuire una fragilità  profonda,  un bisogno di essere bimbo, e allo stesso tempo, l’ incapacità  di esserlo fino in fondo, ma una scrollata d’ orgoglio, cancellava l’ ombra dagli occhi. Con lui è  stato molto più  complesso, trasformare l’ affetto, che quasi veniva naturale, in una realtà  concreta, di condivisione e fratellanza, gesti misurati, parole controllate, per non far bruciare ferite lontane, e allo stesso tempo, proteggere le mie debolezze. Mettere insieme  due infanzie precarie, e costruirne un puzzle di colori, poteva essere la nostra vittoria, invece, forse, fu un azzardo mal giocato. Ma pure, fratello, senza spazio per dubbi di legami sanguigni mancanti; entrambi li porto scritti sotto la pelle, con la nostalgia di quello che non sarà. Si crea una sorta di alchimia, laddove  trova spazio una condivisione profonda di storie, con radici in terre altre, incroci che sanno di una magia antica, concreta e  pensata, sporca di timori e dubbi e profumata di  desiderio e speranza. Luoghi in cui, quali che siano le proprie origini, si intrecciano in un nuovo innesto, che le porta in sé,  e regala aria e acqua, per farle svettare in rami verdi. E quanto ottuse appaiono, le considerazioni di chi, con inopportuna prodigalità,  si affretta a sincerarsi della qualità  dei legami familiari, cercando di carpire gli intrecci cui è  di fronte. Ma, spiace deludere, non c’ è  magia, non c’ è  inganno: è, solo, famiglia. Come ognuna, diversa e splendida, spesso con gesti simili e accenti ripetuti e un gergo fatto di aneddoti e parole inventate, differente e  uguale a tutte le altre, magari, talvolta, un po’ più  colorata. 

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