Tu non sei…

“Tu non sei la mia vera mamma/ papà ?” È  una frase dirompente, che ogni genitore adottivo teme, riporta a galla i fantasmi di un legame interrotto, che non si può  negare, ma che ricorda la natura del nuovo legame familiare, costruito, con pazienza e amore, ma fragile alle crepe dei silenzi. Io non ricordo di averlo mai detto, troppa l’ ansia, ingiustificata e sospesa, di non aver la risposta che desideravo. Perché,  spostando la prospettiva, mi piace pensare che un figlio adottivo che riesce ad esternare la sua paura più  grande, abbia basi solide, che gli permettono di farlo, la sicurezza, di sapere che si ” non sono la tua mamma/ papà  di pancia,  ma di cuore e volontà, e ci sono e ci sarò,  anche quando ci scontriamo,  anche quando non ci sopportiamo”.  Perché  questo fanno le mamme e i papà,  ci sono, sempre. Rompe il velo  del non detto, rassicura  la certezza di poter dare voce al timore e riversarlo all’ esterno, urlare fuori da se il dolore, e lasciarlo infrangere contro la certezza di un amore presente. Così  spesso la nostra paura si alimenta di quella che leggiamo negli occhi degli altri, e le ombre ci fanno dimenticare, che condividerle, le fa sfumare, o almeno comprendere. Un figlio che sa riconoscere e dire una verità  destabilizzante, mette alla prova, sfida l’ amore, per trovarlo più  saldo, pur nel contrasto. Mentre spesso, la paura ammutolisce, costruendo le sue ragnatele vischiose,  tra silenzi e pudori, distrugge. E se ” tutte le famiglie  felici si assomigliano tra loro”, uno dei segreti può  forse essere la capacità  di illuminare le paure, con  fiducia di saperle accolte. E si sa, la luce non cancella l’ ombra, la abbraccia.

Domande difficili e passi indietro.

“Mamma cos’è che si muore?”. Lo chiedi con visetto serio e curioso, e con tenerezza penso che sei proprio tu, che puoi chiederla così, come fosse un’ azione in divenire e non una rottura secca. Lo sapevo che sarebbe arrivata questa domanda, e nel cercare risposta si mescolano la tristezza per l’ assenza e il desiderio, inutile e umano, di proteggerti e preservarti da un dolore grande. Ci sono foto che non ti ho fatto ancora vedere, dovrei spiegarti perché, proprio quegli zii con la pelle “mallone” come la mia, non giocheranno con te. E scopro un sentire diverso, piango la mia mancanza, ma le lacrime sono per  un’ ipotesi fantasticata di feste tutti insieme, con il finale già  scritto: non ci sarà.  Mi pare  crudele doverti far fronteggiare un’ emozione così  violenta; e se, col tempo, posso immaginare di raccontarti che purtroppo, ci sono malattie brutte, che portano via anche i bambini,  non ho idea di come troverò  le parole, per dirti che ci sono ombre e fantasmi che i ragazzini li inghiottono. So che lo farò, e che avrò  il tuo papà  accanto, che mi aiuterà  ad intrecciare parole che ti sappiano far sapere la tristezza ma non la paura, ché  non posso mentirti e se gli accenti cercheranno dolcezza, so anche che sarai tu, a masticarne il senso. La speranza è di saper esserci, quando  non troverai un significato e quando invece ne saprai inventere uno,  che ti permetta di conoscere la malinconia, la tua e quella di altri occhi, ma che entrambe sappiano ritrovare luce, in modo tutto tuo, simile a quello di tutti ma nuovo ad ogni volta che lo si scopre. Non ho e non cerco una divinità  consolatrice, e non posso dirla a te, sapresti subito che non la sento vera, ma la potenza dei ricordi la conosco,  e te la regalerò  con tutta la dolcezza e la serenità  che mi fa compagnia, nel pensare che nei racconti ti porterò  pezzetti di chi non hai conosciuto.  Piccolo, chiedi se è  guarita la tua gatta Rosi, se andiamo a prenderla per giocare con Blu tutti insieme, e devo dirti che no, non tornerà,  ma che tu puoi pensarla ogni volta che vuoi, perché   vi siete voluti tanto bene e noi ce lo ricorderemo sempre. Stai un attimo pensoso, poi ridi, con gli occhi splendenti e le mani birichine vai a cercare la tua compagna di giochi pelosetta, e vi vedo correre per il corridoio. Lo ritrovo tutto qui il mio compito di mamma: farti andare e tenerti stretto, asciugare le lacrime e fare un passo indietro, per lasciarti libero di versarle,  e ancora  esserti accanto per consolarle in un abbraccio, già  sapendo che ne verranno altre e che non devo evitartele ma solo accoglierle. Chiederai ancora, ti risponderò  sempre, nel frattempo, cerco il modo. Il tempo, lo detti tu.

Mi fragoli? 

Lo guardi con occhi luminosi di amore, e lo so, a volte li sfiora l’ ombra della paura, quella che solo i genitori conoscono, ma tu la fai scappare, armato di coccole e risate e tranquillizzi anche me, con la quella sicurezza nuova, arrivata insieme ad una tenerezza gentile, che prima  intuivo soltanto, con cui ti prendi cura del piccolo meraviglio. Con fierezza racconti che son state tue, le prime braccia ad accoglierlo al mondo, e che subito aveva il singhiozzo, proprio come te. Nel gioco delle somiglianze ho sempre amato riconoscere in lui così tanto dei tuoi tratti, con la magia di vederti un po’ bimbo, attraverso nel suo nasino delicato e i capelli ramati. Con costanza, allegria e molto amore, avete tessuto un legame tutto vostro, condito di marachelle e prime scoperte, parole inventate e canzoni, un’ intesa bellissima e privata che si srotola nei vostri momenti insieme, ma che, sa accogliere anche me, quando con sguardi complici, mi raccontate le vostre avventure. Senza saperlo gli insegni a prendersi cura di chi ama, dei piccoli e fragili, e la micia ha così un paladino pronto a difenderla e coccolarla, con qualche sgridata di mezzo, che il piccolo ” flatellino maggiole” elargisce con allegra soddisfazione. Lo sai far correre forte, con occhi attenti e braccia spalancate per accoglierlo all’arrivo, e festeggi con sincero entusiasmo ogni traguardo che per lui sia importante. Ascolti le sue storie, lunghe e articolate e gli racconti il tuo tempo senza di lui, annullando le assenze della routine quotidiana, con questa presenza calda e sicura che gli regali da sempre. Tanti auguri a te, che ti inventi papà ogni giorno, e rendi semplice e bello essere famiglia. E auguri al mio babbo, che mi ha dato l’ idea di come può essere un bravo papà.

Un orsetto, un biscotto e l’ idea della felicità.

Un orsetto col pigiamino rosso e la papalina, dimenticato in macchina per la troppa emozione, e l’ unico biscotto plasmon della mia vita, stretto in mano e neanche finito; così arrivavo in un’ altra vita, trentuno anni fa, la prima di molte rinascite, quella che ha reso possibili le seguenti. Con il respiro leggero e fiducioso del mio piccolo vicino, e il ritmo ticchettante del pc  del suo papà, nella stanza accanto, sorrido alla piccolina impaurita che ero, e le racconto l’ amore che avrà. Gli occhi spauriti  mi scrutano sospettosi da una foto, si confondono con lo sguardo triste di ragazza, sembrano non crederci più che la felicità è anche per loro. Ma scorgo una luce, piccola e persistente in fondo ai due cerchi scuri, e lo so, che quella è la scintilla che li farà brillare di gioia. Abbraccio Elia, e con una coccola sulla guancina morbida, strappo al suo sonno un sorriso, e con lui, ridono gli occhi di bimba e ragazza, le stringo a me insieme a lui, poi, le lascio andare, sono state fondamentali, ma non sono più. Ho quello che non sapevo sperare, non ridevo, non piangevo, fin quando, nel grigio metallico di un aeroporto, mi è stato regalato un abbraccio stretto e forte, che portava l’ idea di una felicità possibile.

Estraneità  e radici.

Non ricordo con precisione quando l’ idea di vedere il luogo in cui sono nata si è  fatta per me tangibile, ma so con esattezza la sensazione di (illusoria) compiutezza che mi donava questa semplice certezza : l’ India era lì,  potevo andare, tornare, toccare, e tanto mi bastava. Col tempo, non bastò più,  avvertivo un fumoso senso di inadeguatezza,  spaventoso e attraente, nel suo distinguermi, in una realtà  in cui faticavo a trovare una dimensione. Desideravo partire, e nell’ incoscienza egocentrica dei miei sedici anni, avrei voluto partire sola, proteggermi dalla fatica emotiva che leggevo in faccia ai miei genitori, e di cui temevo di essere la causa, con il mio silenzio bisognoso di ritorno e certezze. Così,  pur partiti insieme, abbiamo vissuto viaggi diversi, ed è stata, ora lo so, un’ occasione persa, immolata alla paura non detta, alla tristezza non espressa, che, invece, si sarebbero sciolte sotto quel sole scottante e quelle notti di stelle, non abbastanza belle da soffocare le lacrime. Ricordo il mio zainetto rosso, in cui conservavo taccuino e lettore cd, sciarpa e cappello, e che, per un mese, restò  chiuso in fondo al letto, una volta tornati, custode di una presa di coscienza che temevo di fronteggiare. Mi trovai spaurita nei miei pochi anni, che pesavano però,  con un nuovo sentire, spiazzante e spaventoso: neanche quella terra accecante e fascinosa, brutale e ingiusta, bellissima, mi dava risposte. Un sentimento di estraneità profondissimo, che cercavo di negare a me stessa, e tornare, con più  domande, ancora una volta, senza un confortante senso di appartenenza. In quegli occhi luminosi truccati di nero, mi ero cercata, nei fiori odorosi, intrecciati a capelli simili ai miei, nelle stoffe variopinte, che movenze aggraziate non lasciavano cadere, nell’ incedere elegante, velato di riserbo ma cadenzato, come una danza eterna. I templi grandiosi e mistici, gli odori, sfacciati e persistenti, la natura abbacinante, e il caos cittadino, i suoni, i nomi, in ogni cosa avevo sperato di trovare una parte di me. Non la trovai, e il ritorno fu destabilizzante. Proprio questa percezione di assenza di equilibrio sancì l’ inizio di un viaggio più  lungo, affascinante e temibile. Sono partita alla scoperta di me stessa, e finalmente disarmata, con le mie paure nude,  esposte al mio cuore, prima che ai miei occhi. Ed ho scoperto, con meravigliato stupore, che non c’ erano risposte, perché  erano le domande ad essere sbagliate, e l’ unico luogo da indagare era in me, in quei nodi di rabbia, curiosità  e incertezza, in cui cullavo da sempre insicurezze e slanci repressi. È  servito tempo, coraggio e la disperata necessità  di vedere allo specchio un riflesso che mi somigliasse, ci sono state battute d’ arresto e sconforto, e compagni di viaggio che, talvolta inconsapevoli, mi hanno regalato punti di vista illuminanti, prospettive inconsuete e rivelatrici.  È  un viaggio in divenire, con tappe che si rinnovano e panorami da scoprire, ma ora non fanno più spavento; ho tessuto radici di amore e bellezza, non cercano terra, si dipanano coi pensieri, si nutrono di risate. Ho trovato la mia casa, la porto con me, si chiama famiglia: io, Lui, e un piccolo meraviglio. 

Ostinata determinazione.

Ci sono giorni in cui mi sembra di essere senza protezione alcuna, vulnerabile ed esposta, a me stessa, prima che agli altri. Priva di sicurezza mi cerco, in un riflesso sfocato che non rende l’ immagine di me che mi piace conoscere. Mi prende un senso di fragilità  estrema, e la paura di perdere la felicità  taglia il respiro e mi opprime con una coltre di malinconia ovattata. So il dolore, e le giravolte che fa la vita, e mi scopro addosso il timore di ciò che potrebbe essere. Che spavento, una felicità così bella, nella sua imperfezione e nei suoi slanci di vita pura, così come non avrei creduto fosse mai possibile, ed ora, che è così tangibile, il terrore di perderla, in un soffio, per uno dei casi che piombano sulle spalle, cogliendo il cuore di sorpresa e fermandolo, il tempo che serve a non poterlo più aggiustare dalla tristezza. Credo che sia una sensazione comune, per chi ha imparato presto che la vita ha regole sfuggenti, e non chiede il consenso per stravolgersi. Ed ogni rivoluzione lascia una scia di memorie; per me è un volto sfuocato, uno sguardo di amore, e la sensazione struggente di perderli; e ancora voci di bimbi, fratelli che maibsi sono incontrati e pure, si incrociano in me, unico contatto tra di loro, entrambe persi, pianti, mancanti anche nel futuro immaginato, con la nostalgia delle cose che non saranno.  È con fatica, che ancora raccolgo i frammenti e li rimetto insieme, invento incastri nuovi, li incollo di felicità, e li vernicio di nuova luce, ancora una volta, con determinata ostinazione, a vivere pienamente, la vita bella che ho disegnato, ombra e luce, tutte le volte sapendo, senza timore, che ci saranno nuovi puzzle da inventare.

Tanti colori.

“Mamma mia, perché  tu sei un colole  mallone? Io colole più  rosa, come papà,  e tu?”. L’ aspettavo questa domanda, ci penso dal giorno in cui ho saputo che saresti nato, e dal momento in cui ti ho visto, finalmente tu, ho iniziato a cercare le parole per raccontartelo. E ti ho detto una storia, iniziata in un paese dal sole caldo, e approdata qui, dai nonni che tu riconosci anche nelle foto da giovani, mentre me, non riesci a trovarmi, negli occhi smarriti che ho nelle fotografie. Tu hai l’ enorme fortuna di non dover provare quel senso di perdita; certo, dolori ne incontrerai anche tu, fa parte della vita, ma questo no, e ne è  conferma il tuo andare baldanzoso, nei tuoi tre anni, con curiosità  e grazia, mescolando senza timore slanci di coraggio e bisogno di coccole,  in un allegro gioco alla scoperta della vita, con la certezza fiduciosa che ci troverai, me e papà,  dietro ai tuoi passi, sorridenti nel vederti correre lontano. E quando, con divertita saggezza, mi dici “Mamma,  tutti siamo un diverso colore: io rosa, papà  bianco, tu mallone, mici Blu nerina,  è  pirché più  belli tanti colori!” mi commuove la naturalezza con cui, noti la differenza,  e ne vedi la bellezza. Credo che questo sia il senso profondo di accogliersi, diversi e perfetti, con occhi sorridenti e abbracci allegri. Negli anni da ragazzina,  pesavano questi tratti diversi, gli occhi allungati, la pelle color tabacco,  i capelli forti e poco docili. Vedevo le mie amiche provare i primi trucchi, e i colori pastello, suggeriti dalle mamme, su di loro esaltavano la freschezza  di ragazzine,  mentre a me regalavano un aspetto sgraziato. Annaspavo, cercando un’ identità  che fosse anche visiva, e non trovandola, ne ho sopito a lungo la necessità. Il tempo, qualche amica preziosa, e l’amore, mi hanno regalato più  consapevolezza di me, e la nuova certezza che posso ritrovarmi allo specchio, senza più  bisogno di cercare altrove.  Adesso, che so, sulla pelle e nel cuore, che sono più  belli, tanti colori. 

Umana fragilità. 

Altre ali spezzate, un dolore grande sulle spalle di chi resta, un dolore che sembra senza fuga, per chi non c’ è  più. E intorno parole, doverose talvolta, ma più  spesso taglienti, verso chi può  solo cercare di sopravvivere, e avrà  come compagno di viaggio domande cieche e angoscianti risposte. Non è  questo il tempo, di puntare dita ed emettere sentenze, nascosti sotto la rassicurante coltre del ” desiderio di comprendere”. Un motivo diverso da noi ci conferma solo nel nostro ruolo di genitori bravi ed attenti, che ” io non farei mai…” e ” io direi…” , che  ci assopiscono, pacificati,  della nostra normalità  così  speciale. Sarà  che in quell’abisso ci sono caduta, in un giorno d’ aprile che prometteva primavera, e ci ha gelato il cuore. E ricordo di avere detto, ma non ricordo cosa, di esser andata, e non ricordo come; per giorni, mi sono guardata vivere, come in una vecchia pellicola in bianco e nero, col suono attutito e un po’ gracchiante,  e le immagini sfuocate. Ero sorella, e non ho il coraggio di pensarmi madre, ad affrontare un buio tale.E certo, è  fondamentale prendere coscienza di ciò  che è  stato, e confrontarsi anche con lo smarrimento che provoca, senza nascondersi, ma credo che questo sia ben distante dal giudizio, inutile palliativo, per le nostre umane paure. E ancora, mi chiedo, quell’identificare con un termine una famiglia, quasi che nella diversità  sia rintracciabile necessariamente la nota stonata. L’ adozione, è  innegabile,  porta per mano un bagaglio di dinamiche articolate, non scontate e, spesso, troppo poco conosciute; fatiche di figli e genitori, che forse rimangono chiuse in sé  stesse, per pudore o timore. Ma vedo come unica via, aprire braccia e mente, per accogliere una fragilità  così  umana e spaventosa; così  simile al riflesso che il tempo potrebbe rivelarci, nelle sue sfumature di vita.

Trentuno, ipotetici.

wp-image-1617915178jpg.jpgOggi sarebbero stati 31, e non sapremo mai come sarebbero stati. Ci penso spesso negli ultimi anni, che non so immaginarti adulto, nei ricordi sei cristallizzato ragazzino, coi tuoi 16 anni, sbruffoni e disperati, la risata e gli scoppi di rabbia,  che sembravano vitali, e invece nascondevano fantasmi densi e vischiosi; e oggi, da anni, sul calendario non disegno più  il palloncino, quello rosso, dei compleanni di famiglia. E lo so, non è  a caso, che ho riempito le ore, cadenzato gli impegni, pure un corso in palestra, di quelli che non sono  routine, non nuoto, che fa correre i pensieri, né  tapis roulant, che segna i passi della testa, indicazioni in sequenza, spero, da dover seguire per non confondere destra e sinistra, come mio solito. Forse ti avrei preso in giro, perché  avevi passato i trenta, e ti avrei detto vecchietto, in realtà  non credo, eri tu, quello buffo e simpatico, egocentrico e vanesio,  e ti rivedo bimbo, davanti allo specchio grande, che affermi ” guarda come sono aliganti!”. Di solito lo evito, mi proteggo bene, il tempo è  stato un buon mentore, ma a volte mi coglie di sorpresa l’ immagine di quel che non sarà,  e sogno auguri al telefono, fatti da una vocina piccola e tenera, che inventa canzoni con parole fantastiche e ritmi trascinanti, e un pacchettino stropicciato ad aspettarti, una torta, la preferita del piccoletto,  ché  per lui, tutti i compleanni sono una festa sua. Conoscere la tua persona speciale, e rivelarle particolari buffi e imbarazzanti dell’ infanzia,  facendo finta di nascondertelo,  sapendo che ti racconterà  tutto, e ti dirà  ” lo sa tua sorella, che sei mio? “. E invece, non sarà.  Le sue piccole canzoni le terrò  con me, dopo la scuola un dolcetto, per festeggiare quello che è,  ho imparato a vivere solo per me, scrollando il peso di una felicità  incompiuta da realizzare. La mia piccola vittoria, ricordarti con dolcezza, un sorriso non più  amaro, e trovare un giorno le parole, per raccontare a lui, senza nascondere, con tutto il bello che è  stato. E la tristezza anche, accompagnata da un mantello di amore, per guardarla, senza paura, come quando salta nelle pozzanghere, stivaletti di gomma e un ombrellino colorato, che sembra rimbalzare da solo. Tanti auguri a te, tanti auguri a noi.

Dire il dolore, e trasformarlo.

Ho incrociato la notizia per caso, e il respiro si è  fermato, tra il naso e la gola, in apnea. Le parole mi scorrono sugli occhi, a dispetto del primo slancio a bloccare.  Ancora una fragilità  tale, da inghiottire una ragazzina, con pochi anni forse,  ma probabilmente già  tanta vita a far le spalle pesanti. Mi si spezza il cuore, ancora un po’. È  una notizia lontana, non conosco nessuno, e al tempo stesso so quel dolore, l’ ho impresso negli sguardi persi di mia madre, alle riunioni di famiglia, quando ci sono tutti, e i posti vuoti pesano di più,  lo so nelle similitudini di mio padre, che vede nel piccolo di casa bocconi di passato,  e lo sento, nei gesti normali,  quotidiani, che non trovano fratelli per condividerli. E però,  non è  questo che può  servire, sento necessità  di fare la mia parte, in qualche modo, trovare la chiave per trasformare questo appannamento di tristezza in qualcosa di vivo. Più  volte mi son chiesta se, e,  come, raccontare il dolore, la fatica, perché  non si trasformino in paura ma non vengano negati. Non è  stato immediato, è  servito tempo e cura, per trovare le parole, gli accenti, che rendessero la realtà  del mio vissuto, senza gettare un ombra di cupezza sulla mia storia. Ho cercato di calibrare i toni, per non cedere all’ emozione, ma renderla presente, cercare di donarmi, e allo stesso tempo proteggermi. È  un gioco di equilibrio, in cui cercare il centro tra ciò  che serve e quello che invece sarebbe solo sfogo personale. Non voglio mai impaurire,  ma condividere consapevolezza, perché  la fatica ha bisogno di essere detta, il dolore espresso e accolto, abbracciato. Non è risolutivo, le persone elaborano e si scontrano con le proprie tristezze in modi diversi, e forse, quando l’ età sembra piccola, ma  il cuore ha già  vissuto tanto, risulta ancora più  difficile, districarsi dai grovigli emotivi e proteggersi dai colpi esterni. Una fragilità  estrema, e così  dolorosa da non trovare risposta. E se saltano i battiti, alla sola idea di un buio così  forte, la testa cerca un spiraglio di luce da cui partire, per non rendere sterili, lacrime e domande.