Storie vecchie e nuove.

“Me lo devo ricordare, che non l’ ho fatto io, lo amo così  tanto…”  quanto amore, emozione in queste parole, che rivelano, fortissima e dolce, una ricerca di appartenenza. E però, non è  la verità.  I figli così  tanto amati hanno un passato in cui i loro genitori non compaiono, e breve o lungo che sia quel periodo, corrisponde al primo pezzo della loro esistenza, negarne l’ importanza, è  un po’ negare il loro vissuto. Lo so, è  l’ emozione che parla, ed usa parole dettate dal sentimento profondo e bello che unisce le famiglie,  eppure, nasconde tra le pieghe il timore di dover affrontare una realtà  semplice e spaventosa, di un’ intimità  da costruire e non data. In realtà,  anche con i figli “di pancia” non sempre il legame è  di subitanea intimità,  tante sono le variabili, ma forse, vi è  più  serenità  che poi le cose si aggiusteranno, naturalmente.  Coi figli adottivi, madre natura deve far spazio a relazioni costruite, un gesto dopo l’ altro, con tentativi emozionanti e scoperte  nuove, momenti preziosi per la nuova famiglia. La storia del proprio figlio è  una ricchezza in più,  anche se dolorosa, rielaborata insieme, si rivela ulteriore motivo di unione. Certo, non è  semplice fare i conti con le vicissitudini, spesso dure, ingiuste che i propri figli hanno attraversato, si mescolano con l’ idea di risarcire un vuoto e il senso di incapacità di poterlo realmente fare. In effetti, il buco nero non si cancella, non si dimentica e rimane, per fortuna. È  parte della propria storia, ed è  anche uno dei pochi legami che si mantengono con il paese natale, ed incide, in modi diversi, sullo sguardo che si ha sul mondo. E allora che belli i nomi dai suoni diversi, da scoprire e custodire, preziosi fili da non recidere, e colori da cercare tra le immagini e i ricordi; anche le lacrime, ché  la memoria restituisce pure le tristezze, ma condivise scriveranno una nuova storia, che inizia da un incontro, da occhi che si cercano e col tempo imparano a riconoscersi.  Adottare è  accoglienza in senso alto e completo, un abbraccio che esce da se e accoglie quei momenti che il proprio figlio ha vissuto con altri volti, e da questa stretta rassicurante ci si potrà staccare, sapendo di trovare sempre un posto sicuro a cui tornare, sempre accolti in ogni fragilità, ché  ogni famiglia è  un impasto unico e irripetibile. Poco importa se le prime foto hanno bimbi neonati o volti già  vispi, l’ unicità  rimane nei sorrisi di quelle seguenti, disegnati in sguardi che hanno imparato, insieme, ad appartenersi.

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2 aprile.

Ci ho pensato ieri sera, prima di spegnere la luce. Stamattina, guardando l’ ora, ho visto anche la data, ho spento un respiro in gola, ma poi, il meraviglio scalpitava, la micina chiamava coccole e siamo zompettati tutti giù  dal letto per far colazione. Non ci ho pensato più.  Finché il piccolino giocando mi ha abbracciata stretta stretta e mi ha detto “Mamma è primavera anche col sole grigio?”. E ho ricordato un altro giorno di aprile, con una luce da quadro impressionista, che balza fuori con l’ inutile nitidezza dei particolari, insieme a quello che non sapeva di essere un ultimo saluto, rimasto senza risposta. Potrei ripercorrere ogni istante di quelle ore, di  giornata qualunque, un po’ pigra, dopo le feste, col cielo terso  a promettere primavera,  e invece è  piombato addosso, e ci ha atterriti. Ricordo i rumori di sottofondo, come il suono di una tv accesa nell’altra stanza, un ronzio continuo, che una volta spenta,  lascia un silenzio irreale e disturbante. Così  i pensieri di oggi, mi scuoto, rincorro le ore nel loro rotolare allegro,  bimbo e gatta come colonna sonora,  e qualche pezzo di malinconia appiccicato, dove non riesco quasi a vederla, solo a sentirla, in sordina. Il piccolino mi regala inconsapevole un sorriso di sogni felici per far contraltare ai pensieri bui e  ne alleggerisce il peso. Eppure, quando mi trovano sola, aspettando il gorgoglio della moka o togliendo qualche vestito dalla sedia, un singhiozzo si interrompe, tra il cuore e il respiro, fermato prima che si faccia suono, che di là  mi aspettano per giocare ai colori. È  il mio modo di sostituire tombe e cimiteri, raccontarlo nei ricordi, quel bambino arrivato con troppo  dolore, che non ho saputo leggere, sopraffatta dal mio. Ci siamo incontrati con bagagli pesanti, ci siamo inventati fratelli, in un modo nuovo, privo della complicità  dell’ infanzia condivisa, con qualche ombra e scontro, inevitabile,  parlavamo linguaggi diversi. Eppure fratello, non meno del primo, perso anche lui, e nelle vecchie foto si seguono,  mi hanno accompagnata a diventare grande, ognuno un pezzo, come una staffetta, peccato non ci siano per festeggiare l’arrivo. Porto il dolore nel mio campo di gioco, qui, dove mi sento al sicuro, scrivo la memoria e le affianco il presente, diluisco il tempo passato con quello che verrà, e vivo ora, con un’ assenza che si sente ma si fa stemperare, nella felicità  caotica e allegra che due ometti, e una gattina nera, disegnano con me. E stasera arriva la mia amica, e faremo cose belle; e torna il mio compagno di avventura e rideremo. Un sorriso, per disperdere il grigio.

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Tu non sei…

“Tu non sei la mia vera mamma/ papà ?” È  una frase dirompente, che ogni genitore adottivo teme, riporta a galla i fantasmi di un legame interrotto, che non si può  negare, ma che ricorda la natura del nuovo legame familiare, costruito, con pazienza e amore, ma fragile alle crepe dei silenzi. Io non ricordo di averlo mai detto, troppa l’ ansia, ingiustificata e sospesa, di non aver la risposta che desideravo. Perché,  spostando la prospettiva, mi piace pensare che un figlio adottivo che riesce ad esternare la sua paura più  grande, abbia basi solide, che gli permettono di farlo, la sicurezza, di sapere che si ” non sono la tua mamma/ papà  di pancia,  ma di cuore e volontà, e ci sono e ci sarò,  anche quando ci scontriamo,  anche quando non ci sopportiamo”.  Perché  questo fanno le mamme e i papà,  ci sono, sempre. Rompe il velo  del non detto, rassicura  la certezza di poter dare voce al timore e riversarlo all’ esterno, urlare fuori da se il dolore, e lasciarlo infrangere contro la certezza di un amore presente. Così  spesso la nostra paura si alimenta di quella che leggiamo negli occhi degli altri, e le ombre ci fanno dimenticare, che condividerle, le fa sfumare, o almeno comprendere. Un figlio che sa riconoscere e dire una verità  destabilizzante, mette alla prova, sfida l’ amore, per trovarlo più  saldo, pur nel contrasto. Mentre spesso, la paura ammutolisce, costruendo le sue ragnatele vischiose,  tra silenzi e pudori, distrugge. E se ” tutte le famiglie  felici si assomigliano tra loro”, uno dei segreti può  forse essere la capacità  di illuminare le paure, con  fiducia di saperle accolte. E si sa, la luce non cancella l’ ombra, la abbraccia.

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Domande difficili e passi indietro.

“Mamma cos’è che si muore?”. Lo chiedi con visetto serio e curioso, e con tenerezza penso che sei proprio tu, che puoi chiederla così, come fosse un’ azione in divenire e non una rottura secca. Lo sapevo che sarebbe arrivata questa domanda, e nel cercare risposta si mescolano la tristezza per l’ assenza e il desiderio, inutile e umano, di proteggerti e preservarti da un dolore grande. Ci sono foto che non ti ho fatto ancora vedere, dovrei spiegarti perché, proprio quegli zii con la pelle “mallone” come la mia, non giocheranno con te. E scopro un sentire diverso, piango la mia mancanza, ma le lacrime sono per  un’ ipotesi fantasticata di feste tutti insieme, con il finale già  scritto: non ci sarà.  Mi pare  crudele doverti far fronteggiare un’ emozione così  violenta; e se, col tempo, posso immaginare di raccontarti che purtroppo, ci sono malattie brutte, che portano via anche i bambini,  non ho idea di come troverò  le parole, per dirti che ci sono ombre e fantasmi che i ragazzini li inghiottono. So che lo farò, e che avrò  il tuo papà  accanto, che mi aiuterà  ad intrecciare parole che ti sappiano far sapere la tristezza ma non la paura, ché  non posso mentirti e se gli accenti cercheranno dolcezza, so anche che sarai tu, a masticarne il senso. La speranza è di saper esserci, quando  non troverai un significato e quando invece ne saprai inventere uno,  che ti permetta di conoscere la malinconia, la tua e quella di altri occhi, ma che entrambe sappiano ritrovare luce, in modo tutto tuo, simile a quello di tutti ma nuovo ad ogni volta che lo si scopre. Non ho e non cerco una divinità  consolatrice, e non posso dirla a te, sapresti subito che non la sento vera, ma la potenza dei ricordi la conosco,  e te la regalerò  con tutta la dolcezza e la serenità  che mi fa compagnia, nel pensare che nei racconti ti porterò  pezzetti di chi non hai conosciuto.  Piccolo, chiedi se è  guarita la tua gatta Rosi, se andiamo a prenderla per giocare con Blu tutti insieme, e devo dirti che no, non tornerà,  ma che tu puoi pensarla ogni volta che vuoi, perché   vi siete voluti tanto bene e noi ce lo ricorderemo sempre. Stai un attimo pensoso, poi ridi, con gli occhi splendenti e le mani birichine vai a cercare la tua compagna di giochi pelosetta, e vi vedo correre per il corridoio. Lo ritrovo tutto qui il mio compito di mamma: farti andare e tenerti stretto, asciugare le lacrime e fare un passo indietro, per lasciarti libero di versarle,  e ancora  esserti accanto per consolarle in un abbraccio, già  sapendo che ne verranno altre e che non devo evitartele ma solo accoglierle. Chiederai ancora, ti risponderò  sempre, nel frattempo, cerco il modo. Il tempo, lo detti tu.

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Mi fragoli? 

Lo guardi con occhi luminosi di amore, e lo so, a volte li sfiora l’ ombra della paura, quella che solo i genitori conoscono, ma tu la fai scappare, armato di coccole e risate e tranquillizzi anche me, con la quella sicurezza nuova, arrivata insieme ad una tenerezza gentile, che prima  intuivo soltanto, con cui ti prendi cura del piccolo meraviglio. Con fierezza racconti che son state tue, le prime braccia ad accoglierlo al mondo, e che subito aveva il singhiozzo, proprio come te. Nel gioco delle somiglianze ho sempre amato riconoscere in lui così tanto dei tuoi tratti, con la magia di vederti un po’ bimbo, attraverso nel suo nasino delicato e i capelli ramati. Con costanza, allegria e molto amore, avete tessuto un legame tutto vostro, condito di marachelle e prime scoperte, parole inventate e canzoni, un’ intesa bellissima e privata che si srotola nei vostri momenti insieme, ma che, sa accogliere anche me, quando con sguardi complici, mi raccontate le vostre avventure. Senza saperlo gli insegni a prendersi cura di chi ama, dei piccoli e fragili, e la micia ha così un paladino pronto a difenderla e coccolarla, con qualche sgridata di mezzo, che il piccolo ” flatellino maggiole” elargisce con allegra soddisfazione. Lo sai far correre forte, con occhi attenti e braccia spalancate per accoglierlo all’arrivo, e festeggi con sincero entusiasmo ogni traguardo che per lui sia importante. Ascolti le sue storie, lunghe e articolate e gli racconti il tuo tempo senza di lui, annullando le assenze della routine quotidiana, con questa presenza calda e sicura che gli regali da sempre. Tanti auguri a te, che ti inventi papà ogni giorno, e rendi semplice e bello essere famiglia. E auguri al mio babbo, che mi ha dato l’ idea di come può essere un bravo papà.

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Un orsetto, un biscotto e l’ idea della felicità.

Un orsetto col pigiamino rosso e la papalina, dimenticato in macchina per la troppa emozione, e l’ unico biscotto plasmon della mia vita, stretto in mano e neanche finito; così arrivavo in un’ altra vita, trentuno anni fa, la prima di molte rinascite, quella che ha reso possibili le seguenti. Con il respiro leggero e fiducioso del mio piccolo vicino, e il ritmo ticchettante del pc  del suo papà, nella stanza accanto, sorrido alla piccolina impaurita che ero, e le racconto l’ amore che avrà. Gli occhi spauriti  mi scrutano sospettosi da una foto, si confondono con lo sguardo triste di ragazza, sembrano non crederci più che la felicità è anche per loro. Ma scorgo una luce, piccola e persistente in fondo ai due cerchi scuri, e lo so, che quella è la scintilla che li farà brillare di gioia. Abbraccio Elia, e con una coccola sulla guancina morbida, strappo al suo sonno un sorriso, e con lui, ridono gli occhi di bimba e ragazza, le stringo a me insieme a lui, poi, le lascio andare, sono state fondamentali, ma non sono più. Ho quello che non sapevo sperare, non ridevo, non piangevo, fin quando, nel grigio metallico di un aeroporto, mi è stato regalato un abbraccio stretto e forte, che portava l’ idea di una felicità possibile.

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Estraneità  e radici.

Non ricordo con precisione quando l’ idea di vedere il luogo in cui sono nata si è  fatta per me tangibile, ma so con esattezza la sensazione di (illusoria) compiutezza che mi donava questa semplice certezza : l’ India era lì,  potevo andare, tornare, toccare, e tanto mi bastava. Col tempo, non bastò più,  avvertivo un fumoso senso di inadeguatezza,  spaventoso e attraente, nel suo distinguermi, in una realtà  in cui faticavo a trovare una dimensione. Desideravo partire, e nell’ incoscienza egocentrica dei miei sedici anni, avrei voluto partire sola, proteggermi dalla fatica emotiva che leggevo in faccia ai miei genitori, e di cui temevo di essere la causa, con il mio silenzio bisognoso di ritorno e certezze. Così,  pur partiti insieme, abbiamo vissuto viaggi diversi, ed è stata, ora lo so, un’ occasione persa, immolata alla paura non detta, alla tristezza non espressa, che, invece, si sarebbero sciolte sotto quel sole scottante e quelle notti di stelle, non abbastanza belle da soffocare le lacrime. Ricordo il mio zainetto rosso, in cui conservavo taccuino e lettore cd, sciarpa e cappello, e che, per un mese, restò  chiuso in fondo al letto, una volta tornati, custode di una presa di coscienza che temevo di fronteggiare. Mi trovai spaurita nei miei pochi anni, che pesavano però,  con un nuovo sentire, spiazzante e spaventoso: neanche quella terra accecante e fascinosa, brutale e ingiusta, bellissima, mi dava risposte. Un sentimento di estraneità profondissimo, che cercavo di negare a me stessa, e tornare, con più  domande, ancora una volta, senza un confortante senso di appartenenza. In quegli occhi luminosi truccati di nero, mi ero cercata, nei fiori odorosi, intrecciati a capelli simili ai miei, nelle stoffe variopinte, che movenze aggraziate non lasciavano cadere, nell’ incedere elegante, velato di riserbo ma cadenzato, come una danza eterna. I templi grandiosi e mistici, gli odori, sfacciati e persistenti, la natura abbacinante, e il caos cittadino, i suoni, i nomi, in ogni cosa avevo sperato di trovare una parte di me. Non la trovai, e il ritorno fu destabilizzante. Proprio questa percezione di assenza di equilibrio sancì l’ inizio di un viaggio più  lungo, affascinante e temibile. Sono partita alla scoperta di me stessa, e finalmente disarmata, con le mie paure nude,  esposte al mio cuore, prima che ai miei occhi. Ed ho scoperto, con meravigliato stupore, che non c’ erano risposte, perché  erano le domande ad essere sbagliate, e l’ unico luogo da indagare era in me, in quei nodi di rabbia, curiosità  e incertezza, in cui cullavo da sempre insicurezze e slanci repressi. È  servito tempo, coraggio e la disperata necessità  di vedere allo specchio un riflesso che mi somigliasse, ci sono state battute d’ arresto e sconforto, e compagni di viaggio che, talvolta inconsapevoli, mi hanno regalato punti di vista illuminanti, prospettive inconsuete e rivelatrici.  È  un viaggio in divenire, con tappe che si rinnovano e panorami da scoprire, ma ora non fanno più spavento; ho tessuto radici di amore e bellezza, non cercano terra, si dipanano coi pensieri, si nutrono di risate. Ho trovato la mia casa, la porto con me, si chiama famiglia: io, Lui, e un piccolo meraviglio. 

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