Troppi ricordi ?

A volte me lo chiedono “con i bimbi grandi è più difficile?” e si potrebbe e dovrebbe dire così tanto, con cosi tanta attenzione, che spesso mi limito ad un sintetico ” come ogni persona, tutti i bimbi e le storie sono differenti, ci sono molte variabili”. E restiamo così, insoddisfatti, sia io che il mio interlocutore, un po’ frustrati dal non avere una risposta esaustiva da dare ed ascoltare. La realtà è che non ho una risposta pronta, giusta per tutti.

Chi arriva più grande, si porta dentro ricordi, una (o più) lingua, sapori e cultura, diversi modi di esprimere emozioni, pezzetti preziosissimi di sé. Sarà fondamentale essere consapevoli di questo, cercare di decodificare i segnali, saper leggere richieste di attenzioni e amore, anche di fronte a rigidità o rifiuti. Costruire intimità sarà forse un percorso più lungo, ma che potrà rivelare il desiderio di trovare fiducia nuovamente e affidarsi, tornare figli o forse sentirsi tali per la prima volta. La memoria di quel che è stato può, certamente, avere come compagne malinconia e sofferenza, ma l’ assenza di ricordi può essere destabilizzante allo stesso modo, facce diverse della stessa medaglia, con la medesima necessità di elaborazione, per poter guardare avanti, forti del proprio vissuto.

Ho ben presente, il senso di instabilità profondo, che mi teneva stretta da ragazzina, quando annaspavo tra il desiderio di avere informazioni, la certezza, di una ricerca impossibile, e la paura di poter scoprire realtà dolorose. Di informazioni ne ho ricevute pochissime, le uniche esistenti, e di realtà dolorosa ne sono intrise, ma adesso, non spaventano, quanto, piuttosto, portano con sé, molta tenerezza e compassione, per circostanze e vissuti così lontani dal mio, e al tempo stesso, così profondamente parte di ciò che sono.

Se penso a mio fratello, ai suoi anni trascorsi in India, densi di ricordi che schizzavano fuori, quando neanche lui voleva, lo prendevano alla sprovvista, e nessuno è riuscito a far loro spazio, né lui, troppo piccolo e con occhi già troppo vissuti, né noi, che uscivamo da altro dolore, tra paura di rivivere dolori troppo grandi e slanci verso il futuro, illudendoci tutti che si sarebbero addolciti, col solo aiuto del tempo. Ricordo il viaggio in India, la mia smania di vedere e la sua rassegnazione, ché lui sapeva e forse non avrebbe voluto, non ha fatto in tempo a costruirne forza dai suoi mostri. Per la me- sorella, non aver condiviso la primissima infanzia con lui, avere in quegli anni, entrambi già sperimentato assenze e mancanze, ha reso più complesso riconoscersi fratelli, è stato un groviglio di sentimenti duri, ognuno impegnato a fare i conti con le proprie ombre. Poi, quando per me iniziava a dissiparsi la nuvola di egocentrismo adolescenziale, e forse iniziavamo a pensarci come persone, che potevano anche condividere alcuni dubbi e farsi forza nelle similitudini, proprio allora, non ci siamo riusciti. Quanto l’ ho odiato, per non averci dato la possibilità di essere adulti insieme. Quanta tenerezza, quanta timore, a volte, di rivedere lo stesso sguardo negli occhi di altri ragazzini.

La nostra storia, la portiamo scritta, nei corpi che devono imparare di nuovo ad essere abbracciati, nelle lacrime, che possono scorrere, perché – dobbiamo imparare anche questo – c’è qualcuno che le saprà asciugare, nei capricci che potremo fare e negli sguardi, che a volte si perdono, ma sanno trovare in sé nuovi modi di trasformare la fragilità in forza. La chiamano anche resilienza, e certo, noi figli adottivi, la facciamo nostra compagna di viaggio.

Poi ci sono i regali belli, come gli incontri con che rendono luce alle ombre, le famiglie felici, con le loro fragilità, e fatiche, ma così belle, nei sorrisi indossati con consapevolezza.

Lo sanno, lo sappiamo, che non è semplice; e non importa.

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Il nome, legame tra mondi diversi.

“Il nome di un uomo non è  come un mantello che gli si può  strappare o cacciare di dosso, ma una veste perfettamente adatta, o come la pelle concresciutagli che non si può  graffiare senza far male anche a lui”   Goethe

Oggi mi sono imbattuta in questa frase, e mi ha fatto pensare ad alcune persone adottate che, a dispetto di tratti marcatamente stranieri hanno nomi italiani. E spesso, raccontano di nomi originali sostituiti o affiancati da più pronunciabili nomi italiani, e devo ammettere un certo disagio di fronte a questa pratica. Lo capisco, solitamente viene fatto, in buona fede,  per semplificare  qiestioni burocratiche o per evitare storpiature del nome in lingua straniera, ritenendo che questo faciliterà la quotidianità. Credo però,  che il nome, sia un pezzo fondamentale di un essere umano, e tanto più  per un figlio adottivo. A partire dal fatto che, il nome, nella lingua del paese in cui siamo nati, rappresenta un legame con quella terra, e ancor prima, con chi, quel nome lo ha scelto per noi. Ritengo un regalo, e un segno di rispetto, il fatto che i miei genitori non abbiano aggiunto un nome, italiano, a quello indiano, e poco ha importanza che il mio sia  abbastanza semplice, viene comunque alterato e storpiato variamente, ma è  il mio, mi ci riconosco profondamente. Nell’ intervento sul nome, leggo due cose principalmente: da un lato, il desiderio di semplificare le cose al proprio figlio, proteggendolo da equivoci e derisioni; dall’ altra, una latente negazione di quel che il nome rappresenta,  il non riuscire ancora a guardare la diversità  del proprio figlio, e del modo in cui si è  divenuti famiglia.  Non è  un giudizio, li trovo inutili, ma forse può  essere uno spunto, per ripensare a cosa ha spinto alla decisione di dare un nuovo nome al proprio bimbo/a.  In entrambe i casi, credo che si agisca in base ad un sentimento di protezione, nel primo, verso i propri figli, dimenticando però  che per loro quella verità,  quel legame col passato vale mille volte gli inghippo burocratici, e nel secondo, verso se stessi, proteggendosi, incosciamente, da una storia passata di cui non si fa parte, ma che occorre avere presente, e soprattutto accogliere, in quanto parte fondamentale del vissuto del proprio figlio/a. Credo fortemente, che una vita trascorsa a proteggersi, perda molto del suo sapore, anche perché  dolori e fatiche prescindono le nostre muraglie, e ho scoperto che il modo di fronteggiarsi è  passando dentro,  spogliandosi dalle proprie armature, attraversare gli eventi e scegliere di guardarli con onestà  e gentilezza, verso gli altri e verso se stessi. Per altro, i figli adottivi hanno fatto della resilienza  una compagna di strada,  e quello che può  aiutare è  qualcuno che, con fiducia, si ferma un passo dietro a loro, pronto a sostenerli nelle loro piccole e grandi battaglie, ma senza sovrapporsi a loro, riconoscendone la diversità  e accogliendone ogni parte. Il nome è  legato strettamente all’ identità,  ne rappresenta uno degli aspetti più  immediati ed evidenti, è una delle prime scelte che viene fatta per noi. Quelli dei figli venuti da altri corpi e altre storie, meritano ancora di più,  rispetto e cura, come le cose preziose, che li accompagnano tra mondi diversi, un filo a cui aggrapparsi per trovare equilibrio, camminando  vite nuove. 

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Suggestioni al museo.

Qualche giorno fa, ero a Firenze, ed avendo un po’ di tempo, sono andata al nuovo museo degli Innocenti. L’ ho trovato davvero bello, interessante e, soprattutto, emozionante. Ho trovato commovente leggere le storie archiviate, le annotazioni su bimbi, sul loro arrivo all’istituto e sull’evoluzione del loro percorso. Sono custoditi anche i piccoli oggetti che venivano trovati o consegnati assieme ai piccolini, e pezzi di memoria e appigli per ritrovamenti futuri. Nell’estrarre i cassettini in cui sono riposti, col nome scritto davanti, ho provato una sorta di pudore,  nell’entrare in quelle vite passate, scoprendone piccoli tesori.

Mi sono chiesta, per l’ ennesima volta, come sarebbe, avere qualche informazione in più,  una foto, il ricordo di una voce, e, quasi non mi azzardo a pensarlo,  tanto so impossibile l’ eventualità,  una persona fisica da conoscere.img_20171201_133313-011196999093.jpeg Non lo saprò  mai, le notizie sono poche e vaghe, solo un nome, e una suora che diceva somigliassi, a quella ragazza di ventiquattro anni, che chiedeva elemosina al tempio, e mi ha tenuta con se fino a quattordici mesi, finché  ha potuto, finché  è  riuscita. La mia mamma indiana. Non ho ricordi, ma la sensazione di essere stata amata, di un volto sorridente sopra il mio, di un abbraccio. E poi, quella seguente di uno strappo lacerante, in cui quello sguardo amorevole non c’ era più.  Mi chiedo cosa sia stato di lei, e da madre, non oso avvicinarmi ad immaginare lo strazio di lasciare il proprio figlio, quale che sia la causa. L’ unica cosa che posso fare è  sperare per lei un destino migliore, di quello che il raziocinio mi fa pensare. Che abbia trovato un modo, per avere una vita serena. Ed è  doloroso sapere, che probabilmente non è  stato così.  Quanto a me, dal istante in cui ho tenuto il piccolo meraviglio tra le braccia, ho capito che non dovevo scegliere, che non serviva dare e togliere importanza a nessuna delle quattro persone che, ognuno a suo modo e a suo tempo, hanno fatto sì  che io sia qui, me stessa, a vivere la vita che ho scelto. Quanta tenerezza per chi non ricordo, ma è  in qualche parte di me, e quanta vicinanza, con chi invece  è  sempre qui accanto. E, in senso lato, è  questo che vorrei e che cerco, col mio fido compagno di avventura, di regalare al piccoletto: la consapevolezza che abbiamo in noi spazio per molti amori, molte storie differenti, e non servono giudizi di valore, ma accogliere la bellezza che vediamo attorno a noi.

 La cosa più  commovente nelle mie ore al museo, è  stata piccola, forse rischia quasi di passare inosservata, dato che accompagna un passaggio di scale, e poco più.  Ci sono le registrazione di voci, di bimbi e di donne. Si sentono gli schiamazzi, le urla, le risate, la vita registrata  in quelle stanze. Sono rimasta catturata e mi sono fermata  sui gradini, ad ascoltare. Sarà  che la voce è  una delle cose più  labili, e che più  si dimenticano, e allo stesso tempo una delle più  potenti nel caratterizzare una persona. Sono evocative le voci, gli accenti,  il modo in cui si flette nelle frasi. Ecco, sentirle lì, mi ha regalato un impressione vivida di vite vere, che si srotolavano in quello spazio.  È  stato una bella scoperta, il nuovo museo, qualcosa che mi è  piaciuto davvero tanto, in una città  da cui sono fuggita, e che solo ora, a tratti, riesco ad apprezzare.

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Uscire da sé. 

Ne hanno parlato molto e ho letto molti dibattiti accesi in proposito, perciò  alla fine, l’ ho visto anche io, il video in cui la Litizzetto si rivolge ad un figlio/a adottivo/a, e mi è  piaciuto. Vi sono, in quella lettera, termini o concetti che non condivido pienamente? Si, anche più  di uno, ma nel complesso, mi è  sembrato un buon modo di affrontare l’ argomento “adozione”, tenendo conto che il video era inserito in un programma di intrattenimento di prima serata su una rete generalista. Mi è  sembrata una lettera piena di emozione, e mi sono un po’ stupita leggendo la quantità  e la veemenza delle critiche che ha suscitato. Non era un saggio, né  una lezione, ma un’ esperienza raccontata.  A molti non è  piaciuto, tra le altre cose, l’utilizzo del termine “rinascita” riferito ai figli adottivi (o in affido). Lo capisco, ci si può leggere una volontà,  più  o meno consapevole,  di sminuire l’ importanza delle origini, e dei legami del proprio figlio, una negazione, che in effetti si trova in alcune famiglie. A me però,  contestualizzando il testo, è  parso più  il desiderio di enfatizzare il bello di un modo di divenire famiglia diverso, forse un po’ ingenuamente, ma non con intenti negativi.  Ovviamente  ciascuno fa da cassa di risonanza  a ciò  che ascolta con i propri filtri, professionali e personali, ma credo che sia importante tenere presente due piani di pensiero, che non confliggono, anzi, a me paiono complementari, ma è  utile saper distinguere.  Infatti, nei confronti sulle tematiche adottive (ma probabilmente in ogni campo che metta in gioco il fattore “umano”) spesso sembra di assistere ad un fronteggiarsi di schieramenti, in cui alla fine rischia di perdersi il focus, nell’ intento di portare avanti il proprio pensiero. Leggo poca capacità di uscire dal proprio vissuto, ed avere una visione d’ insieme; certo è  fondamentale tenere conto delle storie personali, e rappresentano una base da cui partire, ma forse, riuscendo ad allargare lo sguardo ad una visione più  ampia, anche fatta di contraddizioni, di modi di agire dettati soprattutto da timori e insicurezze, più  che da reale mala fede, si potrebbe pensare che ognungo cerca la serenità  in modi differenti e se diamo risalto alle storie personali,  il rispetto è  dovuto anche a quelle che raccontano vissuti lontani dai nostri.  Questo non per minimizzare la gravità di alcuni casi, trovo, sempre, fondamentale che si affrontino i fallimenti,  le difficoltà e le ferite delle situazioni controverse e negative. Ma pare rara, la capacità  di empatizzare anche con ciò  che è  altro da noi, e che magari ci fa risuonare vecchi fantasmi. Sarà che, da quando vivo anche io l’ avventura di essere genitore, non riesco a non pensare anche a loro, a quelle quattro persone, che in modo diverso mi hanno dato la possibilità  di essere, qui e ora, a costruire la mia felicità.  Nelle parole della Littizzetto,  io leggo una madre innamorata, così  tanto, dei suoi figli, che a me il qualcosa che stride, é  piuttosto il  ” sei più figlio”, che sottintende un confronto che trovo un po’ assurdo, come se ci fosse un metro di giudizio a cui far riferimento, mentre adottare un figlio a me pare, semplicemente un modo di diventare famiglia, in cui “diverso” è  una caratteristica e non un giudizio di valore. Ma anche questo mi sembra comprensibile, il pubblico di una prima serata televisiva, probabilmente poco sa di adozione e  delle sue dinamiche, perciò  mi pare apprezzabile il gettare una luce, positiva, sull’ argomento.  È in questa prospettiva, “ri-nascita” mi pare la speranza di poter vedere felicità  negli occhi di un figlio, sapendo che prima ci possono essere state situazioni faticose. Credo ci possano essere altre sedi e altre professionalità  a cui far riferimento per il confronto su termini e tematiche, in fondo se l’ intento è  far ” cultura dell’ adozione”, ci sono più  ambiti per farlo e mi pare utile modulare messaggi e sfumature anche in base al contesto.  Per chi sente parlare per le prime volte di adozione,  credo possa essere utile anche un monologo che infonde fiducia, dato che poi, la realtà  entra nelle nostre vite con la sua splendida imprevedibilità,  ma sono altre storie e altri i luoghi in cui elaborarle, che un programma televisivo.

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Neve e auguri.

Nevica e sono felice. Oggi ti sei svegliato con un sorriso enorme, eri nel lettone, in mezzo a noi, e neanche mi sono accorta di quando sei arrivato, sei bravissimo ad accocolarti nel mezzo, una manina sulla guancia di papà e una sul mio orecchio. Quando dormi sembri ancora più piccolino, e invece, sono già quattro anni che sei qui e hai trasformato le nostre vite. Fin da subito, hai fatto capire che avresti scombinato i piani, hai aspettato dieci giorni, papà ha usato quasi tutte le due settimane di ferie che aveva preso. E mi hai costretta, ad una simbiosi immediata e totale, noi due da soli, per giorni interi che ricordo appannati di stanchezza ed euforia. E nonostante la mancanza di sonno e lo spaesamento, nel momento in cui smettevo di seguire i libri letti e i consigli vari, ma solo, mi fermavo ad ascoltati, tu e non un bimbo teorico, ma il piccolo esserino, allegro e caparbio che mi teneva stretta, allora tutto sembrava chiaro, mi hai guidata in un territorio nuovo e affascinante, mi hai fatto nascere mamma, mi hai svelato papà il mio compagno di strada. È sempre stato così, noi ti diamo solo poche regole, per la convivenza con gli altri e per la tua sicurezza, ma tutto il resto ci indichi tu come farlo. Sei testardo e determinato, allegro e timidissimo, annusi le persone e, col tuo istinto bambino, le capisci subito. Mi hai portato fuori da me stessa, scoprendomi più forte di quanto immaginassi, e a volte, il tuo amore puro che ti leggo negli occhioni, quasi mi spaventa dalla fiducia totale di cui è ammantato. Ma tu, sai subito renderlo solo bello, mi fai coraggiosa, e più buffa, mentre ti seguo nelle tue avventure. Cerco di proteggerti dalle mie paure, accolgo le tue, provo a raccontarti luci e ombre, metto in prospettiva per te i miei dolori; lo so che, quando me li vedi addosso, mi abbracci stretta e mi dici “tu sei la mia mamma per sempre” e da qualche parte dentro di te, sai che a quel “per sempre”, sei stato tu a togliere la paura di non vederlo realizzato, devi saperlo, perché le tue manine mi stringono in modo perfetto. Cerco di far che anche il mio abbraccio sia così per te, abbastanza forte  per farti sentire sicuro, e nello stesso momento, che sappia sciogliersi facilmente per lasciarti andare. Il 13 novembre è anche la mia festa, e non per il solito egocentrismo materno, che porta ad anticiparvi le risposte e parlare al plurale delle vostre vittorie, ma perché quella notte, arrivando, mi hai fatto nascere madre. Ricordo di averti tenuto con me tutta la notte, nel lettino dell’ ospedale, non riuscivo a metterti nella culetta trasparente, ti ho respirato ogni istante, finche ci siamo addormentati insieme, per la prima di molte volte. Amo di te ogni aspetto, adoro e ammiro, tutto ciò in cui sei diverso da me e papà, e mi intenersicono, i tratti che condivido con uno dei due, con te riesco a perdonare anche i mie spigoli, ti consegnò anche quelli, e già so, che saprai far meglio. Auguri a noi, piccolo tesoro, e grazie a te. Per sempre, per tutto.

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Paure da guardare.

Ogni tanto, ho paura. Come quando Elia mi chiede “Perché, tu mamma, eri da sola da piccina? Eri marachella? Ti avevano messo a pensare un pochino? Ma poi, ti davano grandi abbracci per fare pace? No?”. Guardo il suo faccino, più  curioso che serio, fiducioso che ci sia una spiegazione, che la sua mamma saprà  dargliela. E annaspo, metto in fila le parole che mi son ripetuta tante volte, da quando è  nato mi preparo alle sue domande. Mi appaiono ora così  vuote le mie possibili risposte. Solo una cosa mi è  chiara, dopo molto tempo: non è  colpa dei bambini, non era colpa mia. E questo voglio che lo sappia, perché  è  un bambino anche lui, e deve sentirsi al sicuro dal senso di responsabilità  distorto che mi ha fatto compagnia, per un bel pezzo di vita. Vorrei proteggerlo dall’ idea che i bambini possono rimanere soli, e per me, per dirlo a lui, poco importa il motivo; so che il pensiero che, da qualche parte, i bimbi possono rimanere senza mamma e papà,  per lui, come per ogni bimbo, è  destabilizzante.  Non voglio buttargli addosso il peso della mia storia, le mie ombre. Forse è  la cosa più  difficile, non tanto raccontare la verità,  quanto metterla in prospettiva,  darle un senso, non nasconderne la tristezza, ma non lasciare che sia spaventosa. Ed è  tanto più  difficile, quanto più se ne conoscono i buchi neri, e il pensiero strisciante, che proprio ora, che tutto appare così  allegro, caotico e perfetto,  accada qualcosa a riportarmi coi piedi per terra. Conosco bene la sensazione di instabilità,  per anni l’ ho combattuta, ferocemente ho cercato di prevedere, controllare, ogni imprevisto creava una crepa. Eppure, nonostante i miei sforzi, qualcosa gli ho trasmesso, io che amo di lui, ogni parte che non mi somiglia. Una, che mi stupisce sempre, è  che nel sonno, socchiude gli occhi, come a controllare che tutto sia come l’ha lasciato, e mi intenerisce riconoscergli il mio stesso timore di svegliarsi solo, e in un altro luogo. “Dimmelo sempre se vai via da me, mamma, così  so che torni”; l’ ho sempre fatto, a costo di svegliarlo e di qualche lacrima da distacco, se devo uscire lo saluto e gli dico che poi ci racconteremo cosa abbiamo fatto. E  non è,  solo, per i libri di pedagogia che suggeriscono di agire così, ma perché  conosco la sensazione di allarme nel trovarmi sola senza avvertimento, all’ improvviso. Per questo cerco parole serene per lui, perché  in qualche modo ha sentito le mie paure, e allora, non posso nasconderle, insieme le guarderemo, le mie e le sue, contando sempre su un compagno di strada, il suo papà  che sa essere accanto a noi, con allegria e amore, portandomi un po’ di leggerezza. Guardo il suo visetto,  aspetta un risposta. “Topolino, ero sola, perché  sai, l’ amore si insegna, e se nessuno ti ha insegnato a coccolare un bambino, anche se vorresti tanto, non sai come fare. Però  tute le mamme in fondo, lo sanno, che i bimbi hanno bisogno di coccole, e fanno in modo che anche il loro bambino abbia molte coccole e amore, anche se sarà  da un’ altra mamma e un’ altro papà. Così  la mia mamma indiana ha pensato che per me ci volesse qualcuno che sapeva fare le coccole, e così sono venuta dai nonni.”. Continua a guardarmi, poi, con fare pensoso “Infatti mamma, i miei nonni Bobi, sono bravi a fare le coccole.  Anche i dolcetti. Però  mamma, non sei venuta tu, ti ricordi? Sono io venuto a prenderti, è  così  la storia. Adesso vado a fare il mio lavoro dei disegni. Tu fai le tue cose, mamma, poi me le racconti “. È non sa, che davvero mi ha presa, portandomi fuori da me, insegnandomi una felicità  concreta, che mi commuove quando la riconosco. Grazie a lui, accade sempre più  spesso. 

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Naturalezza costruita.

La passione per le storie, mi ha regalato di conoscerne tante, di incrociare sguardi e riconoscere sorrisi, ho incontrato tante famiglie, tanti figli, ed è  molto bello vedere quanto e come le cose stiano cambiando. I genitori adottivi negli ultimi tempi, mi paiono più  consapevoli, e più  pronti al confronto, più  aperti e anche, più  informati e partecipi. Però.  Noto a volte, che, fermo restando l’ amore, è  così  forte il desiderio di non commettere errori, che si sacrifica un po’ di naturalezza. Quella che da la libertà di essere imperfetti, di non avere risposte sempre sagge, di non riuscire a contare fino a dieci, e perdere la pazienza, perché  siamo umani e succede, fortunatamente a tutti. Lo capisco, la nuova famiglia appare, ed è, un dono prezioso e desiderato, con un equilibrio da costruire e proteggere, che troppo spesso può  apparire precario, e magari allora si misura una parola in più,  si trattiene uno sbuffo, ingoiandolo. Spesso aiuta, fermarsi prima di agire, riflettere qualche secondo,  a volte qualche minuto o anche ora, serve a tutti, ma altrettanto importante, è  creare intimità. Una vicinanza emotiva e fisica, di pelle che si conosce,  profumi da farsi entrare dentro, costruire una memoria comune, di sbagli, errori, che si possono  commettere, perché  si sapranno perdonare. La libertà  di sapersi accolti, imperfetti e bellissimi, in ogni sfumatura. Lasciare che che la testa dimentichi cosa va fatto, e farsi guidare dall’ istinto, che talvolta sa meglio di noi, cosa serve. Sono famiglie in bilico, non perché  insicure, sono spesso saldissime, ma sempre alla ricerca di un equilibrio tra pensieri e sentire, funamboli per scelta, occhi ai piedi, per non perdere la strada, braccia aperte, pronti a volare alto, oltre alle proprie paure. Una cara amica, mamma di due ragazzi, nelle baruffe familiari, tra disordine o compiti da svolgere, esclama “Non vi ho fatti, ma vi disfo!” E trovo perfetto, il modo in cui, mettendo sul tavolo l’ evidenza, si vada oltre, alla sostanza. Senza lasciarsi intimorire dal fatto che i legami familiari siano basati non sul sangue ( come ancora si reputa tanto importante) ma sulla volontà  di essere insieme,  famiglia. E allora si può  regalarsi una naturalezza costruita, e da ridefinire ad ogni mutamento, ma alla fine, questo vale davvero per ogni relazione a cui si dedichi un po’ di noi stessi. Si è  famiglia in così  tanti modi, e una parte del puzzle è  fatta di sbagli clamorosi, di gaffes, parole e silenzi al momento meno opportuno, pezzetti fondamentali, che rendono il quadro finale reale, e non idealizzato, o edulcorato, ché  l’ intimità  delle famiglie, è  sempre sporca di vita e non teme le spiegazzature.

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