Diventare grandi e trovare parole.

Un tempo non capivo, quando mio fratello scriveva nella sua ultima lettera, che lo avrebbero sempre visto come diverso, che sarebbe sempre stato straniero.

Sono cresciuta in una bolla rassicurante, con una cerchia di amici e familiari, con cui ci proteggevamo a vicenda, dalle miserie del mondo. Qualche mese fa, nella città in cui sono cresciuta, è stato ucciso un (altro) uomo, scelto tra la folla, perché il suo colore non corrispondeva alle preferenze di qualcun altro. Non è la prima volta, e non sarà l’ultima, ma ho aperto gli occhi, ho finalmente compreso, cosa lo spaventava tanto, e ha contribuito a non fargli avere prospettiva per il futuro.

Non lo sentivo, io, quanto può far male essere diversi, lo sapevo, certo, vedevo le occhiate sul bus, le borse tenute strette, i nasi arricciati con ostentazione, ma ero già più grandina forse, avevo avuto il tempo di farmi rassicurare dalla rete di sicurezza degli amici, quegli isolati atti di discriminazione erano raramente cattiveria reale, molto spesso ignoranza. Mi sono rifugiata nei libri, ho trovato tra le pagine la rassicurazione che la mia diversità non fosse una cosa brutta. Per mio fratello non è servito, non è bastato, la famiglia, gli amici, troppo dolore aggrovigliato si portavo dentro. E molto di più, ha incontrato sguardi obliqui e parole stonate, che dentro di lui, hanno trovato un’ eco crudele. Non me lo immaginavo che il mondo fuori da noi, potesse essere così spaventoso, le mie paure erano tutte dentro, le sue , certamente annidate in lui, hanno trovato uno specchio rumoroso all’esterno. Io non so, e credo non potrò mai sapere, esattamente, come a sedici anni, ci si possa togliere la vita; ipotizzo un miscuglio di dolore scritto dentro ed esasperazione adolescenziale, che non hanno trovato soluzione in alcun modo..

Per moltissimo tempo, ho creduto di dover vivere anche per lui, sono dovuta essere grande, per lasciare andare questo senso di responsabilità nella sua vita mancata, e comprendere che potevo vivere per me stessa.

È passato molto tempo, sedici anni, e mi manca, forse ora più di prima. All’ inizio la mancanza era un abisso melmoso, di rimpianti e ipotesi mozzate, ora, è una nostalgia struggente, per qualcosa che mi posso solo immaginare e non è mai stata.

Mi mancano entrambe, i miei fratelli, in modi diversi, ma per ognuno, cerco parole per raccontarli al piccolo Elia. Ci penso da quando è nato, non intendo mentirgli, e se per ora, gli è stato detto che i bimbi nelle foto con la sua mamma, erano amichetti, adesso che inizia a chiedere di più, troverò il modo di raccontargli la loro storia. Cercherò accenti dolci e tenerezza, ma da me, saprà chi erano e anche che non ci sono più, e che si, la sua mamma “li manca” molto e sempre, ma dicendoli a lui, li sente un po’ più vicini.

Quando ho iniziato a fare incontri con i genitori adottivi, avevo spesso timore di parlare dei miei fratelli, temevo di impaurire, giacché, per me sono parte della mia vita e chi mi conosce, sa che spuntano nei miei discorsi, ma, mi chiedevo, se sarei riuscita a far vedere dietro il dolore, contingente e personale, e a porre l’accento sulla necessità di ascolto, empatia e presenza di cui i figli adottivi hanno spesso maggiore bisogno. E tutto questo in senso propositivo, ché giudizi e spauracchi si ascoltano poco e funzionano ancor meno.

“I figli che arrivano, sono quello che sono sempre stati, e quindi, se li adottano (i genitori adottivi) devono sapere che non bisogna aspettarsi troppo da loro, non bisogna pretendere troppo”. Questo diceva mio fratello, in un documentario a cui partecipammo*, e questa frase, è un colpo secco, ogni volta che la ascolto; ma, al di là della storia di Anthony, credo che dia uno spaccato molto lucido, di quello che per alcuni figli, è un sentire molto forte.

Allora, forse, ho trovato il modo di non vivere al posto suo, né del mio piccolo fratellino Dominic, ma di sentirli presenti, trasformando il dolore per la loro assenza, in spinta ostinata a raccontare la loro storia, aggiungendo sfumature alla mia esperienza, rendendo rumoroso il pensiero di chi, ancora, non ha, forse, la solidità per farlo ma ha bisogno di voce. Siamo in molti, figli adottivi, ormai adulti, a spenderci in questo senso, ognuno ha il suo suono, per qualcuno, come per me, il proprio vissuto si intreccia strettamente con la propria professione, per altri è il piacere/ bisogno di condivisione, ed io credo fortemente che ognuno sia prezioso, anche solo per il fatto che maggiori sono le prospettive e più realistico sarà il quadro di insieme.

Di lavoro ce n’è ancora molto, come tutte le cose importanti, non è semplice, ma regala, sempre, bellezza.

* L’ insonnia di Devi, di Costanza Quatriglio, regista sensibile, e, da allora, amica-sorella.

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Di babbi, papà e meravigli bambini.

Quando sono arrivata in Italia, per un mese intero, non ho voluto mio padre vicino. Stavo aggrappata alla mamma, notte e giorno, tanto che lei, poveretta, si prese un’ influenza da stanchezza. Nel frattempo, babbo provava ad avvicinarsi, a prendermi in braccio, anche solo per farla riposare un po’, ma io, anche nel sonno me ne accorgevo, spalancavo gli occhi e gli dicevo “abidabidah”*, e mi giravo dalla parte opposta. Lui si struggeva ma a me, bimba cresciuta in un mondo di donne, di suore, gli uomini dovevano apparire molto estranei, e molto minacciosi. Poi, un giorno, ero con mia mamma dal parrucchiere, e più per abitudine che credendoci, lei mi porse a mio padre, già preparata a tenermi in braccio anche lì. Invece, chissà perché proprio in quel momento, mi feci prendere da lui, che per la prima volta poté stringere la sua bambina. Deve essere stato uno di quei momenti in cui si levita dalla gioia. Lo so adesso, che ho un bimbo che mi innamora, e soprattutto, lo ho imparato negli occhi di mio marito, che riserva al piccolo Meraviglio, una cura e una tenerezza giocosa, che avevo sempre intuito, e da quattro anni è un po’, è diventata certezza. Noi tre, io, il Meraviglio e il suo papà, siamo senza nonni o parentado vicino, e, pur con amiche-zie fondamentali e una babysitter che è di famiglia, accade abbastanza di frequente che, quando io sono via per lavoro, i miei due uomini, stiano da soli a casa. Nei loro racconti e nelle loro foto, sento la bellezza, unica, del loro amore, complementare al mio, diverso e, per questo, bellissimo. Qualcuno si stupisce, perché quando sono via ci sentiamo per il buongiorno e per la buonanotte, non chiamo mai per sapere come va, solo perché mi mancano. E mio marito non fa il “mammo” e tanto meno il “baby sitter” e non si lamenta perché lo “lascio solo col piccolo, e non ci sono neanche i nonni”, tutte cose che però mi hanno chiesto, più o meno in buona fede. Lui fa il papà, e lo fa benissimo, questo si, ma lo fa per scelta, con consapevolezza come tanti papà e come mio padre , che in effetti non faceva torte, (Lui grande si, un sacco e a detta di tutti, buonissime), ma ci ha sempre fatto sentire come la cosa più bella che gli fosse capitata. Il mio babbo, con la sua faccina da Pinocchio invecchiato, e gli occhi birichini, che si stupiscono e commuovono come quelli di un bimbo, con candore per ogni cosa bella, e indignazione per ogni ingiustizia; il mio Lui grande, che con Lui piccolo, è la mia famiglia, e mi ha fatto scoprire un amore allegro e senza filtri che non conoscevo. Due parole, babbo e papà, che hanno dentro lo stesso amore, il primo, per me sarà sempre il mio, ché a Firenze si dice così, ma anche il secondo, ormai, ha un suono dolce e che per me, sa di casa. Auguri a loro, e ai papà che aspettano di diventarlo, a quelli con una pancia da carezzare, e a quelli con una foto in mano, tutti con il timore di non essere all’altezza, con la speranza di sapere amare il nuovo arrivato. E, tutti, così indispensabili.

*abbiamo sempre pensato che fosse solo un vocalizzo infantile, seppur chiarissimo nel senso, invece, in Tamil Nadu, ci dissero che era proprio una parola, che significa “lasciami stare” o qualcosa di simile.

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Come una fiaba

È da quando sono piccola, che amo le storie. Quelle lette nei libri, che mi regalavano la certezza di una felicità reale, ascoltate di nascosto nelle chiacchiere in giro, raccontate. Ed una in particolare, mi accompagna da sempre. Quella nata da colori sgargianti e profumi intensi, quasi nauseanti, e un sole torrido, che scotta la pianta dei piedi. La mia. È iniziata fantasticando su chi potessero essere i miei genitori indiani, e, come molti bimbi, quando venivo sgridata, sognavo di qualche padre maharaja e madre principessa, che alla scoperta delle angherie subite dalla loro perduta piccina, accorressero a fare giustizia. Fantasie di bambina. Tra l’ altro, già allora, non vedevo alcuna contraddizione, tra il voler questi genitori principeschi e il tenermi stretti i miei genitori. Immaginavo una possibile convivenza di affetti, dove nessuno avrebbe tolto niente, mi sembrava così lineare, il mio affetto per tutti. Col tempo invece, questa certezza si è scontrata contro la paura, mia e di altri, paure non dette ma che leggevo, nei loro occhi, presi alla sprovvista dal mia necessità di sapere. La fiaba non esisteva più, avevo ormai troppa consapevolezza, per sapere che non c’ erano stati principi e principesse nel mio passato, ma molto dolore, inferto e subito, e il peso di un abbandono, a cui credevo possibile trovare un colpevole. Non riuscendo a trovarne uno, pensai di esserlo io, per molto tempo. Servì un viaggio in India, per iniziare a scrivere la mia storia con occhi nuovi. Indispensabile, anni dopo, un bimbo nella pancia, e poi tra le braccia, per trovare incastri nuovi e una visione d’ insieme. Nel mezzo molti libri, studio, persone. Adesso tengo la mia storia, quella mi racconto nel tempo, come una compagna di viaggio preziosa, che muta al cambiare del mio sentire, ma mantiene alcune certezze, a cui torno quando mi sento persa.

Da qui, e dal mio amore per fiabe e miti, è nata l’ idea dei laboratori di scrittura in ambito adottivo. Perché, se le vite di tutti, a me paiono storie da scrivere, certo quelle dei figli adottati, sono sempre emozionanti da raccontare, e spesso rocambolesche. La fiaba, con la sua struttura al tempo stesso ben definita, con elementi che ritornano, ma con maglie larghe in cui possano trovare spazio innumerevoli sfumature, mi è parsa un buon mezzo, per avvicinarsi al proprio vissuto, con una sorta di rete di protezione. È provare l’opportunità di raccontare alle proprie paure, incertezze o curiosità di bambini, una storia che non nasconde, ma elabora anche i passaggi dolorosi o sconosciuti. Nelle storie di adozione, ci sono vuoti di informazioni, notizie vaghe o invece dettagliati ricordi di un’altra vita, sia essa di mancanze o serenità perdute, tutte componenti che meritano ascolto, e spazio dentro ciascuno. Trovo emozionante provare a costruire la propria storia, regalandosi il tempo di maneggiarla, con la cura dovuta, e la fantasia per farla volare alta, slegata dalla sola verità di informazione, una storia leggera, che suoni familiare a sé stessi, che tenga in sé ogni parte di noi. Raccontarsi per riappropriarsi di tutti i pezzi, provare a ricomporli, con carta e penna, le dita dirette interpreti dei pensieri, tenendo traccia di tutto ciò che si scrive, per poterci tornare, per trasformare o magari per confermare la propria storia. una narrazione che sia strumento, da utilizzare liberamente e declinata nella forma che più ci è vicina e ci risuona dentro.

Da un po’ di tempo, racconto al piccolo Elia la mia storia, a lui piace molto, e ancor di più gli piace raccontarmela; così mi consegna una nuova fiaba tutta per me, in cui io sono piccola e sola, nella Lalindia, e lui col papà, viene a prendermi, cavalcando un elefante e sconfiggendo leoni, tigri e coccodrilli. Alla fine, mi chiede sempre “sei felice che ti ho portato qui, da Lalindia?”. Ed io sempre rispondo “molto felice, per fortuna che sei arrivato tu a salvarmi”, ancora non sa quanto sia vero, come tutti i bimbi, agisce, prima ancora di sapere, o forse sapendolo, così in profondità da non aver necessità di spiegarlo.

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Troppi ricordi ?

A volte me lo chiedono “con i bimbi grandi è più difficile?” e si potrebbe e dovrebbe dire così tanto, con cosi tanta attenzione, che spesso mi limito ad un sintetico ” come ogni persona, tutti i bimbi e le storie sono differenti, ci sono molte variabili”. E restiamo così, insoddisfatti, sia io che il mio interlocutore, un po’ frustrati dal non avere una risposta esaustiva da dare ed ascoltare. La realtà è che non ho una risposta pronta, giusta per tutti.

Chi arriva più grande, si porta dentro ricordi, una (o più) lingua, sapori e cultura, diversi modi di esprimere emozioni, pezzetti preziosissimi di sé. Sarà fondamentale essere consapevoli di questo, cercare di decodificare i segnali, saper leggere richieste di attenzioni e amore, anche di fronte a rigidità o rifiuti. Costruire intimità sarà forse un percorso più lungo, ma che potrà rivelare il desiderio di trovare fiducia nuovamente e affidarsi, tornare figli o forse sentirsi tali per la prima volta. La memoria di quel che è stato può, certamente, avere come compagne malinconia e sofferenza, ma l’ assenza di ricordi può essere destabilizzante allo stesso modo, facce diverse della stessa medaglia, con la medesima necessità di elaborazione, per poter guardare avanti, forti del proprio vissuto.

Ho ben presente, il senso di instabilità profondo, che mi teneva stretta da ragazzina, quando annaspavo tra il desiderio di avere informazioni, la certezza, di una ricerca impossibile, e la paura di poter scoprire realtà dolorose. Di informazioni ne ho ricevute pochissime, le uniche esistenti, e di realtà dolorosa ne sono intrise, ma adesso, non spaventano, quanto, piuttosto, portano con sé, molta tenerezza e compassione, per circostanze e vissuti così lontani dal mio, e al tempo stesso, così profondamente parte di ciò che sono.

Se penso a mio fratello, ai suoi anni trascorsi in India, densi di ricordi che schizzavano fuori, quando neanche lui voleva, lo prendevano alla sprovvista, e nessuno è riuscito a far loro spazio, né lui, troppo piccolo e con occhi già troppo vissuti, né noi, che uscivamo da altro dolore, tra paura di rivivere dolori troppo grandi e slanci verso il futuro, illudendoci tutti che si sarebbero addolciti, col solo aiuto del tempo. Ricordo il viaggio in India, la mia smania di vedere e la sua rassegnazione, ché lui sapeva e forse non avrebbe voluto, non ha fatto in tempo a costruirne forza dai suoi mostri. Per la me- sorella, non aver condiviso la primissima infanzia con lui, avere in quegli anni, entrambi già sperimentato assenze e mancanze, ha reso più complesso riconoscersi fratelli, è stato un groviglio di sentimenti duri, ognuno impegnato a fare i conti con le proprie ombre. Poi, quando per me iniziava a dissiparsi la nuvola di egocentrismo adolescenziale, e forse iniziavamo a pensarci come persone, che potevano anche condividere alcuni dubbi e farsi forza nelle similitudini, proprio allora, non ci siamo riusciti. Quanto l’ ho odiato, per non averci dato la possibilità di essere adulti insieme. Quanta tenerezza, quanta timore, a volte, di rivedere lo stesso sguardo negli occhi di altri ragazzini.

La nostra storia, la portiamo scritta, nei corpi che devono imparare di nuovo ad essere abbracciati, nelle lacrime, che possono scorrere, perché – dobbiamo imparare anche questo – c’è qualcuno che le saprà asciugare, nei capricci che potremo fare e negli sguardi, che a volte si perdono, ma sanno trovare in sé nuovi modi di trasformare la fragilità in forza. La chiamano anche resilienza, e certo, noi figli adottivi, la facciamo nostra compagna di viaggio.

Poi ci sono i regali belli, come gli incontri con che rendono luce alle ombre, le famiglie felici, con le loro fragilità, e fatiche, ma così belle, nei sorrisi indossati con consapevolezza.

Lo sanno, lo sappiamo, che non è semplice; e non importa.

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Il nome, legame tra mondi diversi.

“Il nome di un uomo non è  come un mantello che gli si può  strappare o cacciare di dosso, ma una veste perfettamente adatta, o come la pelle concresciutagli che non si può  graffiare senza far male anche a lui”   Goethe

Oggi mi sono imbattuta in questa frase, e mi ha fatto pensare ad alcune persone adottate che, a dispetto di tratti marcatamente stranieri hanno nomi italiani. E spesso, raccontano di nomi originali sostituiti o affiancati da più pronunciabili nomi italiani, e devo ammettere un certo disagio di fronte a questa pratica. Lo capisco, solitamente viene fatto, in buona fede,  per semplificare  qiestioni burocratiche o per evitare storpiature del nome in lingua straniera, ritenendo che questo faciliterà la quotidianità. Credo però,  che il nome, sia un pezzo fondamentale di un essere umano, e tanto più  per un figlio adottivo. A partire dal fatto che, il nome, nella lingua del paese in cui siamo nati, rappresenta un legame con quella terra, e ancor prima, con chi, quel nome lo ha scelto per noi. Ritengo un regalo, e un segno di rispetto, il fatto che i miei genitori non abbiano aggiunto un nome, italiano, a quello indiano, e poco ha importanza che il mio sia  abbastanza semplice, viene comunque alterato e storpiato variamente, ma è  il mio, mi ci riconosco profondamente. Nell’ intervento sul nome, leggo due cose principalmente: da un lato, il desiderio di semplificare le cose al proprio figlio, proteggendolo da equivoci e derisioni; dall’ altra, una latente negazione di quel che il nome rappresenta,  il non riuscire ancora a guardare la diversità  del proprio figlio, e del modo in cui si è  divenuti famiglia.  Non è  un giudizio, li trovo inutili, ma forse può  essere uno spunto, per ripensare a cosa ha spinto alla decisione di dare un nuovo nome al proprio bimbo/a.  In entrambe i casi, credo che si agisca in base ad un sentimento di protezione, nel primo, verso i propri figli, dimenticando però  che per loro quella verità,  quel legame col passato vale mille volte gli inghippo burocratici, e nel secondo, verso se stessi, proteggendosi, incosciamente, da una storia passata di cui non si fa parte, ma che occorre avere presente, e soprattutto accogliere, in quanto parte fondamentale del vissuto del proprio figlio/a. Credo fortemente, che una vita trascorsa a proteggersi, perda molto del suo sapore, anche perché  dolori e fatiche prescindono le nostre muraglie, e ho scoperto che il modo di fronteggiarsi è  passando dentro,  spogliandosi dalle proprie armature, attraversare gli eventi e scegliere di guardarli con onestà  e gentilezza, verso gli altri e verso se stessi. Per altro, i figli adottivi hanno fatto della resilienza  una compagna di strada,  e quello che può  aiutare è  qualcuno che, con fiducia, si ferma un passo dietro a loro, pronto a sostenerli nelle loro piccole e grandi battaglie, ma senza sovrapporsi a loro, riconoscendone la diversità  e accogliendone ogni parte. Il nome è  legato strettamente all’ identità,  ne rappresenta uno degli aspetti più  immediati ed evidenti, è una delle prime scelte che viene fatta per noi. Quelli dei figli venuti da altri corpi e altre storie, meritano ancora di più,  rispetto e cura, come le cose preziose, che li accompagnano tra mondi diversi, un filo a cui aggrapparsi per trovare equilibrio, camminando  vite nuove. 

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Suggestioni al museo.

Qualche giorno fa, ero a Firenze, ed avendo un po’ di tempo, sono andata al nuovo museo degli Innocenti. L’ ho trovato davvero bello, interessante e, soprattutto, emozionante. Ho trovato commovente leggere le storie archiviate, le annotazioni su bimbi, sul loro arrivo all’istituto e sull’evoluzione del loro percorso. Sono custoditi anche i piccoli oggetti che venivano trovati o consegnati assieme ai piccolini, e pezzi di memoria e appigli per ritrovamenti futuri. Nell’estrarre i cassettini in cui sono riposti, col nome scritto davanti, ho provato una sorta di pudore,  nell’entrare in quelle vite passate, scoprendone piccoli tesori.

Mi sono chiesta, per l’ ennesima volta, come sarebbe, avere qualche informazione in più,  una foto, il ricordo di una voce, e, quasi non mi azzardo a pensarlo,  tanto so impossibile l’ eventualità,  una persona fisica da conoscere.img_20171201_133313-011196999093.jpeg Non lo saprò  mai, le notizie sono poche e vaghe, solo un nome, e una suora che diceva somigliassi, a quella ragazza di ventiquattro anni, che chiedeva elemosina al tempio, e mi ha tenuta con se fino a quattordici mesi, finché  ha potuto, finché  è  riuscita. La mia mamma indiana. Non ho ricordi, ma la sensazione di essere stata amata, di un volto sorridente sopra il mio, di un abbraccio. E poi, quella seguente di uno strappo lacerante, in cui quello sguardo amorevole non c’ era più.  Mi chiedo cosa sia stato di lei, e da madre, non oso avvicinarmi ad immaginare lo strazio di lasciare il proprio figlio, quale che sia la causa. L’ unica cosa che posso fare è  sperare per lei un destino migliore, di quello che il raziocinio mi fa pensare. Che abbia trovato un modo, per avere una vita serena. Ed è  doloroso sapere, che probabilmente non è  stato così.  Quanto a me, dal istante in cui ho tenuto il piccolo meraviglio tra le braccia, ho capito che non dovevo scegliere, che non serviva dare e togliere importanza a nessuna delle quattro persone che, ognuno a suo modo e a suo tempo, hanno fatto sì  che io sia qui, me stessa, a vivere la vita che ho scelto. Quanta tenerezza per chi non ricordo, ma è  in qualche parte di me, e quanta vicinanza, con chi invece  è  sempre qui accanto. E, in senso lato, è  questo che vorrei e che cerco, col mio fido compagno di avventura, di regalare al piccoletto: la consapevolezza che abbiamo in noi spazio per molti amori, molte storie differenti, e non servono giudizi di valore, ma accogliere la bellezza che vediamo attorno a noi.

 La cosa più  commovente nelle mie ore al museo, è  stata piccola, forse rischia quasi di passare inosservata, dato che accompagna un passaggio di scale, e poco più.  Ci sono le registrazione di voci, di bimbi e di donne. Si sentono gli schiamazzi, le urla, le risate, la vita registrata  in quelle stanze. Sono rimasta catturata e mi sono fermata  sui gradini, ad ascoltare. Sarà  che la voce è  una delle cose più  labili, e che più  si dimenticano, e allo stesso tempo una delle più  potenti nel caratterizzare una persona. Sono evocative le voci, gli accenti,  il modo in cui si flette nelle frasi. Ecco, sentirle lì, mi ha regalato un impressione vivida di vite vere, che si srotolavano in quello spazio.  È  stato una bella scoperta, il nuovo museo, qualcosa che mi è  piaciuto davvero tanto, in una città  da cui sono fuggita, e che solo ora, a tratti, riesco ad apprezzare.

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Uscire da sé. 

Ne hanno parlato molto e ho letto molti dibattiti accesi in proposito, perciò  alla fine, l’ ho visto anche io, il video in cui la Litizzetto si rivolge ad un figlio/a adottivo/a, e mi è  piaciuto. Vi sono, in quella lettera, termini o concetti che non condivido pienamente? Si, anche più  di uno, ma nel complesso, mi è  sembrato un buon modo di affrontare l’ argomento “adozione”, tenendo conto che il video era inserito in un programma di intrattenimento di prima serata su una rete generalista. Mi è  sembrata una lettera piena di emozione, e mi sono un po’ stupita leggendo la quantità  e la veemenza delle critiche che ha suscitato. Non era un saggio, né  una lezione, ma un’ esperienza raccontata.  A molti non è  piaciuto, tra le altre cose, l’utilizzo del termine “rinascita” riferito ai figli adottivi (o in affido). Lo capisco, ci si può leggere una volontà,  più  o meno consapevole,  di sminuire l’ importanza delle origini, e dei legami del proprio figlio, una negazione, che in effetti si trova in alcune famiglie. A me però,  contestualizzando il testo, è  parso più  il desiderio di enfatizzare il bello di un modo di divenire famiglia diverso, forse un po’ ingenuamente, ma non con intenti negativi.  Ovviamente  ciascuno fa da cassa di risonanza  a ciò  che ascolta con i propri filtri, professionali e personali, ma credo che sia importante tenere presente due piani di pensiero, che non confliggono, anzi, a me paiono complementari, ma è  utile saper distinguere.  Infatti, nei confronti sulle tematiche adottive (ma probabilmente in ogni campo che metta in gioco il fattore “umano”) spesso sembra di assistere ad un fronteggiarsi di schieramenti, in cui alla fine rischia di perdersi il focus, nell’ intento di portare avanti il proprio pensiero. Leggo poca capacità di uscire dal proprio vissuto, ed avere una visione d’ insieme; certo è  fondamentale tenere conto delle storie personali, e rappresentano una base da cui partire, ma forse, riuscendo ad allargare lo sguardo ad una visione più  ampia, anche fatta di contraddizioni, di modi di agire dettati soprattutto da timori e insicurezze, più  che da reale mala fede, si potrebbe pensare che ognungo cerca la serenità  in modi differenti e se diamo risalto alle storie personali,  il rispetto è  dovuto anche a quelle che raccontano vissuti lontani dai nostri.  Questo non per minimizzare la gravità di alcuni casi, trovo, sempre, fondamentale che si affrontino i fallimenti,  le difficoltà e le ferite delle situazioni controverse e negative. Ma pare rara, la capacità  di empatizzare anche con ciò  che è  altro da noi, e che magari ci fa risuonare vecchi fantasmi. Sarà che, da quando vivo anche io l’ avventura di essere genitore, non riesco a non pensare anche a loro, a quelle quattro persone, che in modo diverso mi hanno dato la possibilità  di essere, qui e ora, a costruire la mia felicità.  Nelle parole della Littizzetto,  io leggo una madre innamorata, così  tanto, dei suoi figli, che a me il qualcosa che stride, é  piuttosto il  ” sei più figlio”, che sottintende un confronto che trovo un po’ assurdo, come se ci fosse un metro di giudizio a cui far riferimento, mentre adottare un figlio a me pare, semplicemente un modo di diventare famiglia, in cui “diverso” è  una caratteristica e non un giudizio di valore. Ma anche questo mi sembra comprensibile, il pubblico di una prima serata televisiva, probabilmente poco sa di adozione e  delle sue dinamiche, perciò  mi pare apprezzabile il gettare una luce, positiva, sull’ argomento.  È in questa prospettiva, “ri-nascita” mi pare la speranza di poter vedere felicità  negli occhi di un figlio, sapendo che prima ci possono essere state situazioni faticose. Credo ci possano essere altre sedi e altre professionalità  a cui far riferimento per il confronto su termini e tematiche, in fondo se l’ intento è  far ” cultura dell’ adozione”, ci sono più  ambiti per farlo e mi pare utile modulare messaggi e sfumature anche in base al contesto.  Per chi sente parlare per le prime volte di adozione,  credo possa essere utile anche un monologo che infonde fiducia, dato che poi, la realtà  entra nelle nostre vite con la sua splendida imprevedibilità,  ma sono altre storie e altri i luoghi in cui elaborarle, che un programma televisivo.

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