Scuola e bianconigli.

Non ricordo il primo giorno di scuola, ma ho impressa la sensazione di spaesamento misto a curiosità. È la stessa che ritrovo, ad ogni inizio.

Penso con tenerezza ai bimbi adottati che si ritrovano in una scuola nuova per la prima volta; forse è una scuola diversa da quella a cui erano abituati, forse è proprio la prima scuola in cui si trovano, certo potrà essere straniante come situazione.

Vorrei dire loro di non avere paura, di prendersi il tempo per esplorare, conoscere e farsi conoscere, con i modi dei bambini, più o meno grandi, ma sempre tra pari.

Poi ci sono gli adulti, che di tempo ne hanno sempre troppo poco, e gli corrono dietro affannati, pensando di desiderare ore in più, sapendo già che non basterebbero (eccomi, ci sono anche io nel gruppo).

Scuole, spesso brutte, penso a quella di mio figlio, decisamente vecchia e un po’ squallida, eppure con quel fascino dei banchi piccoli, le seggioline e i cartelloni attaccati al muro, le grida nei corridoi, e gli zainetti colorati, troppi pieni e in precario equilibrio.

Aule in cui, a volte, mi sembra, ci si affacci fin troppo presto. Sono sincera non so bene come si dovrebbe o potrebbe fare, tanto più se ad arrivare sono bimbi in età già scolare, ma credo che pochi mesi non siano sufficienti, a creare la sicurezza necessaria. Attaccamento viene chiamato, e serve tutto, per potersi, poi staccare serenamente. Immagino che talvolta siano proprio i bimbi a chiedere la scuola, magari vedendo i fratellini /sorelline più grandi, o perché ci andavano anche prima.

Come fare? Me lo chiedo sinceramente, perché ricordo mio fratello, fuori della classe, sul suo banchino, da solo, perché non sapeva comprendere la parola”ombra” . I tempi sono cambiati, genitori e insegnanti più preparati e con strumenti utili ad accompagnare il percorso (penso alle linee guida e a i tanti testi sull’argomento), ma sento, leggo, vedo ancora tanti bambini soli, forse non più fuori dalla classe, ma comunque lasciati ai margini (ché poi è problema di tutti le fragilità, non solo quelle adottive).

Sarà che quando faccio formazione agli insegnanti, c’è tanta fatica, al netto dell’impegno, che se sono lì si da per scontato, ma li vedo realmente spauriti e quasi spaventati di fronte a dinamiche e storie che non sanno bene come affrontare. E lo capisco, anche da figlia e amica di prof., che agli insegnanti vengono richieste una serie di competenze diverse e complesse, che spesso potrebbero /dovrebbero essere integrate da figure professionali specifiche, ma che mancanza di soldi, informazioni burocrazie varie rendono difficoltose.

Tornando ai piccoli, che poi sono la parte principale, serve tempo, per rendere familiare uno spazio, meno spaventosa l’assenza e sopportabile l’attesa. Nuovi ritmi e nuove scoperte, paure conosciute da fronteggiare.

Non corriamo dietro al bianconiglio dei ” si dovrebbe” e lasciamogli il tempo di sentirsi bambini, anche quando sono più grandi, regaliamo il recupero dell’infanzia.

Informiamo chi di dovere e poi lasciamogli giocare la loro partita, anche inciampando, sempre presenti ma non sovrapposti a loro.

Non è semplice, e, troppo spesso, non è indolore, ma ne vale la pena, sempre.

Eccomi.

Eccomi, sono io.
Con gli occhi aperti, ma lo sguardo che sfugge, ché sono, profondamente, timida e mi imbarazzo se qualcuno mi guarda. Io, che mi emoziono e anche se ho scoperto che parlare, raccontare e raccontami mi piace e lo so pure fare, fino ad un secondo prima di iniziare, medito di un qualche mal di testa feroce, che mi faccia scappare via.
È che poi prendo fiato, respiro forte e inizio lo stesso.
Tante volte ho paura, e ostinatamente mi tuffo.
Sono io, che sorrido a bocca chiusa, dopo anni da ragazzina con l’apparecchio, e anche se ora i denti sono dritti, mi è rimasta l’abitudine, di sorridere sempre, ma un po’ di nascosto. Che poi, forse, è anche una delle cose che combatto, da che ho memoria. Non aver paura della felicità. A volte ci credo ancora, che non sia poi così vero, così possibile, che qualcosa accadrà di certo. Ho quasi timore, a pensarmi felice.
Sono io, che mi sento sempre un po’ fuori sincrono, troppo in anticipo o troppo in ritardo, e, che , ho imparato a starci, in questo tempo mio, come posso, come riesco, senza aver temere di aspettare da sola o di arrivare quando è già iniziato qualcosa. Mi dico che l’essenziale è esserci, e non l’ora di arrivo. Chissà se mi racconto storie…
Sono io, che amo le righe e pure i fiori, e fino a poco fa non avrei mai messo insieme le due cose, ma ora ho deciso che è il momento buono, per sparigliare le mie stesse carte, e allora mescolo, colori, fantasie, paure, allegrie.
Sono io che mi racconto attraverso le parole, e qualcuno mi dice, fai le storie (di Instagram) , fai i video, ché hai una bella voce e sorridi.
E chissà, se non mi viene un fortissimo mal di testa, prima o poi ci provo. Prima magari, che i poi, non si sa mai come vanno a finire.
Eccomi. Occhi aperti, sguardo che si nasconde di lato e un sorriso a bocca chiusa.
Sono io.

Amami, diversa.

È da un po’ che mi frullano in testa considerazioni sul tema, poi, un’amica, ha scritto un post, che condivido nei contenuti, in risposta ad una lettera aperta di “Mamme per la pelle” uscita su un quotidiano, e mi ha sollecitato a mettere in ordine un po’ di idee. Non scriverò nel merito della lettera, perché già il post di Esperance è molto puntuale, sono, le mie, riflessioni a lato, su cui mi soffermo da tempo.

Prima, e ovvia, considerazione è che parlando di adozione si mescolano e intersecano temi e ambiti diversi, e se li si riesce a tenere presenti, avendo chiarezza di quali siano, li ritengo tutti utili e validi a far avanzare il confronto.

Uno dei pensieri che mi girano in testa è quanto due atteggiamenti che appaiono quasi in antitesi, siano invece frutto della medesima origine.
Il tema comune è la diversità, intesa spesso come somatica, ma che estenderei a più livelli (culturale, linguistica, di vissuto etc).
Da un lato, questa diversità viene quasi sentita, da parte dei genitori, come propria, nella denuncia di episodi accaduti ai propri figli. Fatti gravi, che in questi tempi grigi accadono sempre più frequentemente. Ma, la differenza è tra il sentire e l’essere. E, ci tengo a dirlo, il primo è essenziale, perché le battaglie (culturali e non) si sono sempre vinte solo quando non erano esclusivamente i diretti interessati a lottare. Ma deve lasciare lo spazio principale all’essere, a chi è diverso o si sente tale in prima persona e non per vicinanza. Perché, spingendo un po’ oltre alla reazione empatica ed emotiva di un genitore che protegge il proprio figlio, si trova qualcosa che, mi suona come nota stonata, una sottile appropriazione della narrazione di sé, che fatta per interposta persona e spesso inconsapevolmente e in buona fede (a questa credo sempre) perde anche un poco di forza (a mio avviso).
Dall’altra parte si trova una diversità quasi negata, in nome di un amore grande che rende “uguale a noi”, “non vedo il suo colore, per me non fa differenza” “è come se fosse nato qui”. Capisco perché accade e sono certa che siano frasi dettate dalla necessità di costruire appartenenza, talvolta da entrambe le parti. Un’ assimilazione del cuore, che però deve sapere avere uno sguardo profondo e lasciare questa parte, per accogliere proprio ciò che è, invece, differente da sé. Soprattutto crescendo, la necessità di essere visti, nelle proprie diversità (reali o percepite tali) diventa, spesso, impellente.
Amami diversa/o.
Una diversità riconosciuta, vista e accolta senza aggiunte. Siamo famiglia e siamo tutti diversi. Mi sembra un passo ulteriore, fondamentale.

Altro fatto è quello, a cui accennavo prima, di, forse per immediatezza del messaggio e amor di sintesi, per cui si identifica la diversità con il colore della pelle. E anche qui, mi pare che si possa inciampare in vario modo.
Primo perché, sembra scontato, ma forse serve ripeterlo, le persone adottate sono e/o si sentono diverse per fattori molteplici, e non è a caso che la questione identitaria ne riguarda se non tutte, la maggior parte (con adozione nazionale o internazionale) e il colore della pelle è solo uno tra le tante questioni che si trovano ad affrontare. È certo importante, non in quanto diversità ma perché il corpo ha ricordi scritti dentro, anche quando la memoria manca o si appanna, abbiamo ricordi emotivi che ci riportano, anche, quel pezzo di noi. Portiamo a spasso la nostra storia, a volte senza saperla noi stessi, e la ritengo una ricchezza, una certezza rassicurante: a dispetto di noi, il corpo capisce, sente, è.
Perché trovo che sia questo il punto, non l’importanza del DNA o del legame di sangue ma l’essere la propria storia, anche quella di cui non si hanno notizie o invece quella di cui le notizie sono dolorose, e faticose. Il corpo ci accompagna attraverso la nostra storia, è un filo rosso tra il primo e il dopo, che agisce nel presente, e ci proietta nel futuro.

Infine una riflessione sulla narrazione di sé.
Raccontare la propria storia adottiva, a sé stessi, ad altri, in varie situazioni, è un passaggio utile, a volte inevitabile (per me è stata un’urgenza) e in ogni fase le parole costruiscono sicurezze e mondi.
Finché sono piccoli, saranno i genitori a raccontare la storia dei propri figli, e far presenti le loro fatiche, ed hanno in questo un ruolo importante, perché con le loro parole e i loro silenzi, costruiranno, una parte, degli strumenti che, crescendo, i loro bambini potranno agire.
Ma, e me lo chiedo anche pensandomi nel mio essere madre, quanto narrare i figli, in situazioni difficili, possa essere loro utile. Distogliendo l’attenzione sulla necessità di denuncia (ovvio che serve portare alla luce episodi nocivi per tutti la la società) mi soffermo su quello che ho riscontrato spesso, e cioè genitori di ragazzi già grandicelli che raccontano il vissuto adottivo del proprio figlio ad altri, in situazioni che non necessariamente richiederebbero un loro intervento. Comprendo che, talvolta, sia il desiderio di condividere la bellezza di un incontro, o raccontare un proprio percorso del divenire famiglia attraverso l’adozione, ma, questi figli cresciuti, queste persone, quanto e come traggono beneficio dal sentirsi raccontati, invece di, se lo desiderano, farlo in prima persona, con tempi e modi che sceglieranno. Lasciamo loro la scelta di farlo o, fondamentale, di non farlo. La libertà di non raccontarsi e non essere raccontati, se non quando lo si desideri. Lo so a volte è necessario, penso alla scuola o ad altri contesti in cui, almeno gli adulti che vi hanno un ruolo, debbano essere informati, ma anche qui, a seconda dell’età e della fase di vita e di emozioni che stanno vivendo, che siano coinvolti, sono i protagonisti di queste storie. Lasciamo anche che siano “scortesi” non volendo raccontare o dire che sono figli arrivati da un altrove (poco importa se si tratta di cinque o di cinquemila chilometri), a chi fa domande indiscrete, essendo i primi ad eluderle, se serve anche in modo deciso (scortese non serve, per noi adulti). Credo che valga sempre, pensare che i bambini debbano sorridere e salutare perfetti sconosciuti, solo perché vengono rivolte loro delle moine è, per me, un po’ insensato e retaggio di “buone maniere” più di superficie che di sostanza, quando poi, si tratta di ingerenze che possano ferire, tagliamo corto, in questo caso si, proteggendo da un’esposizione non scelta. Facciamo che si sentano liberi di scegliere a chi narrarsi, perché le storie, tutte, ma quelle faticose (e quelle adottive, più o meno lo sono tutte, almeno nella partenza) ancora di più, meritano ascolto empatico e riservatezza.

Concludo, credendo davvero che la soluzione sia nelle sinergie, nello scambio di opinioni e nel confronto (anche acceso se serve), pensando che il campo di gioco sia lo stesso: elaborare idee, strategie attive, positive, creative dove possibile, aprire finestre di pensiero, allargando l’orizzonte sempre di più.

In questo le persone adottate ormai adulte, possono essere un elemento forte, portatore di esperienze, ma, in alcuni casi, anche di professionalità ed elaborazioni ricche, da mettere in gioco. Un ulteriore passaggio, per riconoscerne il valore attivo, e non di, per quanto utile ed emozionante, semplice testimonianza.

Ognuno a suo modo facciamo la nostra parte.
Stiamo insieme, diversi e imperfetti.

Adotterai?

Ma tu adotterai? Perché non adotti?
Spesso, molto spesso mi viene chiesto. E non sono mai sicura della risposta da dare.
Ci rifletto da tanto, almeno da quando ho pensato di volere dei figli. Immagino sia naturale, per chi è stato adottato, chiedersi almeno una volta come e se vorrà farlo a sua volta.

E so, da quando ho tenuto il mio piccolino in braccio, che potrei essere totalmente madre di un bimbo che non venga dalla mia pancia, e credo che, con i percorsi opportuni, sarei in grado (col mio lui grande) di accogliere la sua storia, anzi, forse potrei avere strumenti ulteriori per comprenderla, uguale e diversa dalla mia.

Ma, so anche, che per me non è una scelta che sento possibile. Infatti, credo fermamente che ogni bimbo meriti genitori che accolgano con amore e una gioia spudorata e leggera, che faccia sbiadire le fatiche, anche se presenti, e possa far guardare al futuro con sguardo fiducioso.

So bene, molto bene, che in seguito il percorso potrebbe farsi impervio, ma penso che, almeno all’ inizio, sarebbe bello essere totalmente fiduciosi, sebbene consapevoli .

E poi, c’è un aspetto che mi è risultato lampante solo dopo averlo vissuto, che mi si è come svelato dopo molto tempo che se ne stava annodato tra i pensieri.
Un figlio che cresce dentro, per me, che sono stata adottata, è portatore di una continuità che per la prima volta, ho sentito anche mia. E non si tratta, in alcun modo, di mere questioni di sangue o DNA, ma di una storia antica, di riflessi e rimandi, di un passato che pur senza volto e ricordi, si fa presente con forza, evocando memorie del corpo, e fissando una certezza. Qualcuno è stato prima di me, e qualcuno lo sarà dopo. Con il Meraviglio, mio figlio, non c’è una netta somiglianza, a parte gli occhi, che quelli si, sono indiani, ma poco altro. Eppure, non mi è mai mancata, non l’ho mai cercata, non ho bisogno di specchiarmi in lui, soprattutto perché reputo che ogni bambino sia una personcina a sé, che certo verrà influenzato da genitori e amici ma che avrà sempre (si spera) la sua scintilla personale. A noi adulti il compito di non spegnerla e renderla sempre più forte.
Sarà la spinta verso quello che si avverte, ma non è così visibile, l’interesse per le verità chiare ma non sfacciate, che mi rende, profondamente commovente, il pensare che in lui c’è una parte di quei genitori indiani che non ricordo, che ma che so ci sono stati. La possibilità, pur non riconoscendoli, di sapere in lui qualcosa di loro.
Continuità. Fili spezzati o un po’ sfibrati, che si riallacciano, senza nascondere i nodi nuovi ma anzi tenendoli stretti, finalmente segno di una fragilità che è divenuta forza.
Per altri sarà diverso e anzi, ho amiche molto care che, adottate loro stesse, hanno poi accolto con l’adozione uno o più figli. Ma ognuno ha il suo viaggio, nel mio sarebbero troppe le ombre che metterei in valigia. Stringo forte un bimbo dagli occhi grandi e i pensieri profondi. Tengo la mano del mio compagno di strada. Lui grande, che mi ha amata, con i miei pezzi mancanti. Lui piccolo e Meraviglio, che ne ha costruiti di nuovi e mi ha fatto sentire intera anche con qualche margine imperfetto.

Auguri.

Auguri alle mamme, che fanno i figli, prima nel cuore e poi, tra le braccia; comunque arrivino, lì trovano casa.
E alle mie due mamme, ognuna di loro ha fatto un pezzetto. Da ognuna di loro, prendo e lascio qualcosa, per provare ad essere madre, a modo mio. ❤️
(autocit.)

Alle madri che lasciano, oggi non importa perché, alle madri che trovano. A quelle forti, che ogni colpo sostengono, morendo un po’ solo dentro, dove nessuno le vede. A quelli fragili, che le lacrime le portano senza pudore, ché la vergogna non è fatta di questo e non serve a nessuna. A quelle che aspettano un futuro in di più, e a quelle che hanno un sogno spezzato. Alle madri stanche, felici, disfatte, belle e ostinate ad essere donne, prima ancora che mamme. Alle mie mamme, quella lontana che immagino in fondo agli occhi, forse simili ai miei, e quella che è lì, dove so che è quando potrei averne bisogno. Alle mie amiche mamme, nei cui occhi mi rivedo e rimbalzo, ogni volta un riflesso con più sfumature. A me, che mi invento ogni giorno, sapendo di sbagliare, più di quanto vorrei, e sto imparando che gli errori fanno parte del gioco. Che non servono madri perfette, ma solo che siano. Che siamo. Come si può.

#cosedame #mammaèstataadottata

Figli e pacchetti.

“mamma, tu mi hai costruito nella pancia. E a te? La mamma indianina ti ha costruito?” .” si proprio così. E poi, i tuoi nonni mi hanno dato coccole, baci e quello che serve ai bimbi. “.
” ma lei, la tua mamma marroncina, non poteva darti coccole e baci?”. “forse no, forse, anche se avrebbe voluto, non sapeva, o non poteva farlo. A volte succede.”. ” ma tu sai farlo molto bene con me. Secondo me è perché i nonni hanno aggiunto i pezzi, come papà quando mi fa una torre più altissima”.
Ha ragione lui, come sempre. Siamo figli “confezionati”, impastati di dolore e vita, e troviamo chi li impacchetta con noi, con carta di amore e nastri di braccia aperte. Siamo confezionati di desideri e speranze, di attese e respiri sospesi. Perché qualcuno può usare le parole a sproposito. Ma noi, possiamo riempirle di significati e sfumature che gli sono, palesemente, sconosciuti.
“mamma, perché ridi?” “perché uno sciocco dice che i bimbi come me sono confezionati, come dei pacchetti “.
“mamma, tu sei il mio pacchetto preferito. Sei il mio pacchetto regalo”.

Finestre aperte, sguardo oltre.

Qualcuno dice “non riguarda i miei figli, loro sono italiani”. E io ho paura.
Perché vorrei un mondo, per i figli di domani, che non senta la necessità di dividersi, di sentirsi legittimati solo in quanto appartenenti ad uno stesso gruppo, e che, invece desideri aprire le finestre e buttare fuori lo sguardo. Sarà che non sento radici profonde in qualche luogo, e questo, anziché essere destabilizzante (per anni lo è stato) ora mi regala una sensazione di assoluta leggerezza, di libertà mi viene da pensare. Libera di non sentirmi uguale, di non avere il bisogno di sentimi uguale, e di apprezzare, amare profondamente, le differenze. Spostare il punto di vista, non farsi spaventare da quello che ci risulta scomodo e strano, sperimentarsi in contesti nuovi.
Non che sia semplice, o facile, mai. Non che gli sguardi sbiechi, le mezze frasi, ormai dette a voce alta e sprezzante, perché non fa più vergogna dire certi poveri pensieri, non colpiscano, dritti in quel punto preciso, in cui una lacrima spunta fuori. Non che non senta, che quel che mio fratello avvertiva già fortissimo, sia tristemente vero. Non che non sappia, visceralmente, che solo una giravolta della vita fa si che io sia cresciuta in questa parte di mondo, non per merito. Non che mi senta rassicurata, dall’essere ritenuta degna, solo perché il mio cognome e la carta di identità mi dicono cittadina di questo paese. Non che non sia in qualche modo offensivo, non essere vista, diversa e uguale, come tutti, ma leggere la necessità di sapermi sbiancata, per essere accolta.
Ma sorrido, ostinatamente oppongo gentilezza, condivido storie, accolgo racconti. Cerco parole da usare con cura, non lascio spazio nelle mie giornate, per chi le usa a sproposito.
La bellezza ci salverà, e la cerco in ogni angolo. La felicità la inseguo, e la trovo più spesso di quanto avrei saputo immaginare.

Poi schiariscono.

Dopo anni, alla soglia dei miei trentacinque, può accadere che una persona della famiglia di mio marito (persona anziana, certo, ma che mi conosce da, appunto, anni) ripreso dalle mie cognate e da mio marito, per l’appellativo ( negretto) con cui apostrofa il suo medico curante, si sia difeso dicendo che non è una brutta parola, e quando gli è stato chiesto se avesse pensato a come potessi sentirmi io (che non ero presente, per sua fortuna, alla discussione) nel sentire certe cose, ha affermato candidamente che io, in quanto di “razza Indiana”, sono bianca, perché gli indiani appartengono alla “razza bianca”.
Sorvolando sull’ ignoranza e sulla piccolezza di quella che considero una scusa puerile, oltre che un segnale di davvero molta superficialità, mi stupisco di non essermene mai accorta… Aveva ragione la signora che disse rassicurante a mio padre “non si preoccupi, crescendo schiariscono”. Et voilà per qualcuno sono addirittura bianca, pensando forse di farmi un complimento e di avermi accettata all’interno della sua famiglia. Famiglia che, a questo punto per fortuna, con lui ha poco a che spartire. Rimane l’amarezza, e lo sguardo più cinico, con cui, nonostante l’età e il legame con persone a me carissime, lo potrò guardare d’ora in poi. Peccato per lui, fino ad ora aveva avuto il beneficio del dubbio. Lo ha perso.
Ho pensato molto se raccontare questo episodio, perché coinvolge altre persone, a cui voglio un bene profondo (oltre al mio Lui grande), e perché può sembrare una piccolezza. Invece è una di quelle cose che fanno soffrire, perché risuona di ingiustizia e meschinità, e perché come ogni volta mi colgono impreparata. Mi stupisce sempre che, davvero, una mia caratteristica, un dato di fatto, e non un mio atteggiamento o una mia scelta, possa fare la differenza. La tentazione sarebbe la rabbia, e anche la tristezza, in questo martedì che, dopo pasquetta, mi ricorda quello in cui mio fratello si è ucciso, anche (non solo, ovviamente) per i “negretto” che aveva sentito rivolti a sé stesso, anche (non solo, lo so) per quella diversità che sentiva pesare come macigno.
Allora io racconto, ché solo questo so fare, in questi casi, e spero sia un modo, per fare la mia parte.

Incubi e ponti

Si sveglia, piangendo disperato. “Mamma, papà, dove siete? Dove siete?”. Corro da lui (tre passi, massimo quattro tra le nostre camere). “topino, amore, sono qui.” Con le braccia strette al mio collo, mi bagna l’orecchio dicendo “vi avevo perso, ero solooooo”. Un brutto incubo. Cura, coccole nel lettone.
È normale, una delle paure ancestrali che, prima o poi, abbiamo provato tutti. A volte, continuiamo a provarla anche da grandi.
E stamattina, in pigiama e con questo piccolo uomo in braccio, ho compreso qualcosa che ho sentito dire spesso e mi è sempre sembrato vago e fumoso.
Si dice “fare cultura dell’adozione”, e, a parte la definizione, che non amo particolarmente, forse solo ora ho trovato il senso, per me.
Perché trovo profondamente umano che spaventi chi non la conosce e comprendo anche chi, una volta saputo che sono adottiva, mi guarda con tenerezza, “mi dispiace”. Ed hanno ragione, non perché la mia storia sia triste o brutta (non più di qualsiasi storia, di qualsiasi persona), ma perché si fermano a quello che è lampante: se sei stato adottato, sei stato abbandonato (perso /lasciato/fuggito, in un qualche modo hai subito uno strappo nel tuo vissuto). Solo conoscendo il seguito, quello che può accadere, di bello, in seguito a quello strappo, si può cogliere anche la bellezza di un bambino che trova famiglia.
Allora, il senso per me, è raccontare. Raccontare tutto, il prima e il dopo, senza tralasciare fatiche e gioie, ché è inutile, fanno parte di tutte le vite.
E ascoltando. Prendendomi il tempo per sentire la paura di chi mi è di fronte, e di adozione non sa o non conosce, e magari si fa spaventare dagli echi che questa fa risuonare in sé. Accogliere la fatica, e la necessità di elaborare il proprio vissuto, per poter riconoscere quello di altri.
Farsi ponte, tra ciò che so, che sento e che ho imparato (anche, molto sui libri) e chi si affaccia, magari per la prima volta, su questo mondo fatto di tante sfumature, colori brillanti e grigi profondissimi.
Costruire ponti, e aver sempre la voglia di attraversarli.

2 aprile

Sei arrivato parlando un miscuglio di due lingue, kannada e malayalam, con un intercalare di pessimo inglese, incomprensibile.

Raccontavi pezzi di vita spaventevoli e affermavi sentenze senza appello. Intravedevo nei tuoi (sempre più rari) racconti, una terra fascinosa e crudele, che ti aveva ferito le viscere e di cui non rimpiangevi niente. Ma poi, appiattivi chapati con le mani, movimenti che le dita sapevano a memoria e dicevi colori diversi da quelli conosciuti, e gli occhi ti si facevano più grandi di prima.

Tanti capelli, occhiali e una passione per cantanti melensi; un odio profondo per le ingiustizie e un carattere iroso, che non ti permetteva di affrontarle. Assolutista, bianco e nero, nessuna sfumatura concessa, un’ intransigenza propria dell’età, e di una vita troppo faticosa, per i tuoi otto anni, di bambino che bimbo, non era mai stato. Amico leale e fedele, fratello invadente e egocentrico, in realtà, amatissimo.

Sapevamo il dolore, e, troppo fragili ancora per passarci dentro, stavamo lontani, per proteggerci.

Fratello, in modo ruvido e faticoso, solo poi, avevamo iniziato a costruire qualcosa di più armonico. Ma, questione di mesi, e non ci sei stato più.

Sarà per questo, che sento forte la nostalgia di qualcosa che ho intravisto appena, e che mi sarebbe piaciuto. Ti immagino risate che non ci sono state, innamoramenti, e delusioni anche, che non hai sperimentato. Costruisco per te una vita possibile, una continua promessa mancata.

Era martedì, anche diciassette anni fa, quando un cielo che sembrava primavera, ci è caduto addosso, lasciandoci atterriti, obbligati ad inventarci un modo di sopravvivere alla tua assenza.

Continuo a chiedermi perché, e continuo a cercarlo, per la mia convinzione di poterne fare qualcosa di tutto questo dolore, il nostro ma prima ancora il tuo. Ascolto le tue parole, attraverso lo schermo, un modo perfetto per ritrovare la tua voce, che suona familiare anche se diversa, filtrata dal tempo e dal microfono. Quanto dicevi, quanto serve ascoltarti, ancora.

Ho cadenzate, nella memoria, tutte le ore di quella giornata, ogni azione, ogni accento, il dopo è sbiadito, ma il tempo prima rimane nitido e scandito.

Costruisco un altro giorno, compro libri per chi amo, e fiori per me, cammino sola, e cerco bellezza.

Non per cancellare, ché non si può e, forse, non si deve, ma accompagno la tristezza, diluisco la malinconia, trovo un ritmo nuovo ai ricordi.