Non ringraziare.

Troppo spesso, sento e leggo, che i figli adottivi dovrebbero provare un senso di “gratitudine” nei confronti dei propri genitori, che poi, non è  altro che il proseguimento di un assioma per cui, i genitori adottivi “sono tanto buoni, ed hanno fatto un’ opera di bene”. Da piccola, ricordo di essere tornata a casa in lacrime dalla mamma, avendo sentito che le venivano fatti in complimenti,  per avermi “presa”. Solo il suo abbraccio mi calmò ma mi innervosisce sempre, quando l’ adozione viene associata ad una buona azione. Che poi, il desiderio di un figlio, poco ha a che fare con l’ altruismo, quanto piuttosto con un senso di amore così  forte e grande, da avere la necessità  di accogliervi dentro un’ altra personcina. Pensare che i figli debbano essere grati ai propri genitori mi pare una visione distorta, come in realtà credo la gratitudine un aspetto che dovrebbe essere estraneo ad ogni legame di amore. Ché, amare, è  scelta di libertà  e non dovrebbe mai sottendere ai lacci della riconoscenza. Le famiglie stanno in piedi perché  ci si accoglie proprio nelle fragilità,   farsi amare quando la vita scorre lineare è  semplice, ma nelle ombre, ci si avventura solo per mano a qualcuno che saprà  esserci, non sempre nel modo giusto forse, ma con ostinata determinazione a non lasciarci soli. E famiglia lo si è  in tanti modi differenti, ogni legame di affetto che sprigiona la sua forza, senza rumore, in punta di piedi e discrezione, o con scoppi di risa e baruffe  memorabili,  ma che sa donare presenza. Non è  facile, e non sempre l’ incastro funziona,  ci sono storie adottive in cui, ad un certo punto, qualcuno ha scelto male, ma, mai, questo errore lo si deve imputare a chi, meritava braccia aperte e si è  scontrato con dei muri. Non amo puntare il dito, lo trovo poco utile e controproducente, ma è  invece fondamentale, che non si confondano le acque; se qualcosa non ha funzionato, non si può accusare la parte più  fragile della storia. Avere un figlio, è  un dono, un privilegio, non un atto di bontà, in qualsiasi modo questo figlio arrivi, dovrebbe essere frutto di un  desiderio, perciò  privo di condizioni. E si, che i figli adottivi nutrono, spesso, un’ esasperato sentimento di riconoscenza, quasi a dover ricompensare chi li ha amati, a dimostrare che, anche se abbandonati, meritano amore. Ho dovuto avere mio figlio tra le braccia per sapere che non è  mai responsabilità  di un figlio, essere abbandonato; tante le cause e inutili i giudizi, ma certo mai è  imputabile ad un bimbo. Pare ovvio, ma se si è  provato quello strappo emotivo, il volo pindarico è  più  comune e scatena un senso di colpa, infondato e fortissimo. Guardo il piccolino, che cresce veloce, e chiede “Mamma, quando mi sgridi,  mi ami?” Ingoio il senso di colpa per le ( sporadiche e sacrosante) volte in cui lo riprendo, evito di ricordare il suo faccino coi lacrimoni che mi spingerebbe  a scusarmi, lo stringo più  forte, e insieme al suo papà diciamo “certo, quando ti sgridiamo, ti amiamo anche di più. È  difficile da capire magari, ma è  proprio così ” “si vabeh, leggiamo una storia adesso, vicni però”. È  questo che voglio per lui, che gli sia normale pretendere il mio amore, sentirsi sicuro che ci sarà  sempre, e che non pensi mai, di dovermi gratitudine; perché  ad amarlo non devo neanche pensare: come il respiro, sale, scende e non si arresta.  

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Raccontare tutto.

Il piccolino la sera, dopo il gioco della “cosa bella”, mi chiede spesso una storia “tutta mia mamma, no dei libri!”. Fortunello! Ché, da sempre, amo raccontare storie ai bimbi “tutte loro”, e per lui intreccio le nostre vite, addolcite dal “c’era una volta…” e con tristezze che si dissolvono in abbracci caldi. Sentire che la mamma è  arrivata da un paese col sole brillante, e i nonni hanno scordato il suo orsacchiotto in macchina dall’ emozione, e da grande ha incontrato il papà, il suo innamorato grande ( il piccolo è  lui, ovviamente), e poi è  arrivato lui, meraviglio, che come ogni bimbo felice vede in sé stesso il centro di tutte le storie, è  un racconto affascinante, che lo coinvolge e lo rende orgoglioso, perché  “la mamma malloncina, viene dal paese degli elefanti graaaaaaandi, e quando io sarò  grande, e lei piccola, la porto li con me”, finale dal rocambolesco scarto spazio-temporale,  di cui il piccolino pare convintissimo. Mi appare del tutto naturale raccontargli la mia storia, e consegnandola ai suoi occhioni attenti, me ne riapproprio anche io, piano  piano, con tempo di bimbo. Lasciando che gli avvenimenti si rivelino in ogni nuovo racconto, arricchimenti emozionanti, una puntata dopo l’ altra. Però,  ci sono le ombre, il dolore, ed io credo e voglio, raccontare anche questo, quando sarà  il momento, perché  è  parte  indissolubile di me,  e rinnegarlo non lo farebbe certo sparire,  piuttosto lo relegherebbe in pericolosi anfratti, da cui sfuggirebbe insinuandosi nelle crepe. Così, capisco profondamente, il timore di qualche  mamma e papà, “abbiamo  notizie, della sua vita prima di noi, ma sono piene di dolore, di rifiuto, come possiamo raccontarle? Sappiamo che dobbiamo, ma abbiamo paura”. Ed io lo so, solo il pensiero di suscitare pensieri di tristezza ai nostri bimbi fa spavento, perché  vorremmo proteggerli da tutto e tutti, e promettere loro un futuro senza fatica. Credo però,  che non sia questo il nostro compito, la vita non si può  evitare, tanto sa dove cercarci,  e ci trova sempre; sento profondamente che il piccolo Elia,  merita il mio coraggio di fare un passo indietro, per lasciarlo cadere, pronta a fornire un appiglio sicuro alle sue mani ,e poi, a cedere il passo al suo slancio, che non mi veda mai precederlo,  ma senta il rumore dei miei piedi, finché  gli servirà.  Si può  raccontare anche una storia di abbandono, di incapacità, se convinciamo mente e cuore ad  accogliere dentro di noi la consapevolezza sicura che il suo passato, anche doloroso, sarà ricchezza per il suo futuro, se sapremo accompagnarlo e tenerlo per mani,  mentre guarda e riconosce le sue ombre. Perché  alla fine, il fulcro di tutto è  l’ amore;   amore che si impara e si insegna, e che se non avviene, per contingenze faticose, questo passaggio tra generazioni,  non si può  trasmettere. Che chi non ha ricevuto tenerezza e cure, vicinanza emotiva, sostegno, e si trova solo a fronteggiare un’ impresa fantastica ma totalizzante, come crescere un figlio, non avrà modo di accudire,  di trasformare quel sentimento di protezione che pare innato, in gesti concreti e affetto  agito. Non si tratta più  di attribuire colpe o perdonare mancanze, ma di riempire di senso quella domanda che riecheggia dentro i figli adottivi “perché  non mi ha tenuto?” . Perché  non poteva, non ne aveva gli strumenti, emotivi e fisici, per poterlo fare al meglio, e allora, ha regalato l’ unica cosa che sapeva, l’ opportunità di imparare l’ amore, l’ occasione di crescere in un abbraccio. Con gesti e  parole di cura, mani piene di amore e  con fermezza paziente nell’ accogliere le turbolenze sfidanti, si può  costruire un’ intimità  nuova, priva di carne e sangue ma fisica, di pelle che si conosce e odore inconfondibile, che, finalmente, regala casa. Raccontare sempre, raccontare tutto. Sia quando si tratta di ricostruire ricordi vaghi, che quando si fronteggiano mancanze ben definite nella memoria; il gioco si ripete ogni volta e muta ad ogni tappa: riannodare fili spezzati, tesserne di nuovi, intrecciarli per una coperta sicura, i cui accoccolarsi insieme, nei giorni di tempesta, aspettando che torni sereno, perché  “Mamma,  il sole giallo giallo,  torna sempre? Io dico di sì!”. Dico di sì anche io, piccolo uomo. 

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Ti invento nello specchio.

Ti penso, quando faccio il gioco delle somiglianze col piccolo meraviglio, e mi emoziona immaginare qualcosa di te in lui, magari negli occhi allungati, o nelle dita dei piedi, uguali alle mie, e forse alle tue? E non perché  mi interessi che mi somigli, o senta realizzato  un qualche bisogno di appartenenza, ché  lo so da sempre, lui è  un regalo, e non mi appartiene, è figlio e non parte di me,  e ciò  lo rende ancora più prezioso. È  più  l’ idea, rasserenante, di sapere che non si perda una parte di me, di cui io per prima poco ho percezione, niente storie di famiglia da poter tramandare o gesti da trovare identici nel tempo, ma una scintilla orientale, nella sua volitiva fierezza di bimbo,  mi piace pensarla tua.

Ti cerco, nello specchio, quando, con lo sguardo appannato, privo di lenti a contatto, mi trovo un’ immagine abbastanza sfocata, da pensarla somigliante ad un volto che non conosco. Pochi istanti, che mi rendono una vicinanza effimera e profonda,  inventarti gesti consueti e saperli improbabili, ma solo perché  sono miei, pensarli  anche per te.

Ti sento, sulla pelle, che insofferente a profumi e intrugli chimici chiede prodotti naturali, e diventa soffice solo con essi. Nei capelli, folti e scuri, i tuoi li vedo lunghi e intrecciati, i miei corti, in cui mi riconosco di più, diversa e uguale, a quel che pensavo un tempo.

Ti ricordo, nello strappo emotivo che mi abita da ché  ho memoria, il  calore del tuo sguardo amorevole, impreciso nei ricordi e perfetto nel cuore; ti ho ritrovato nella sensazione di tenerlo stretto appena fuori di me, abituandomi a vivere separata da quel piccoletto che mi ha innamorato gli occhi.

Costruisco per te una storia lieve, sapendola irreale,  ti immagino futuri diversi, in cui alleviare la tua perdita con la mia vita felice, darti la certezza che ho avuto amore e libertà,  un porto sicuro a cui tornare, costruito da due che mi si son regalati famiglia. La tua storia, lo so, sarà invece differente, tante volte te l’ ho immaginata, cucita di parole e profumata di ricordi costruiti, è l’ unica cosa che posso, raccontarla come la credo vera, ora che riesco a saperla infelice, senza sentirne il peso addosso, provando per te la tenerezza di una compagna di strada, con più  anni di quelli che avevi, di certo più  amore.

Ti saluto, occhi negli occhi, ci rivediamo nel prossimo sogno.

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Racconti sommessi e grovigli urgenti.

Ritrovarmi in una situazione nota, volti diversi, identiche espressioni, medesima atmosfera; ed è inevitabile, pensarti tra la folla di sguardi in tumulto, o rivederti giocare a fare gli occhi dolci, sbruffone e insicuro. Ma è l’ illusione della memoria, tu non sei, e ad altri appartengono grovigli e desideri. In mezzo a questi altri, rieccomi,  grata al tempo, che da bravo compagno ha reso più lieve il confronto, regalando alla malinconia, accenti di tenerezza profonda. Condividermi, come sto imparando a fare, lavoro in solitaria, pesando righe e ritmo, per emozionarmi davvero, quando le faccio uscire da me. Parole che tornano gesti, per spezzare la catena di ritrosie, e poi storie belle, racconti sommessi. Allenare orecchie e cuore ad ascoltare in modo da accogliere, senza farmi travolgere, ché il confine è labile, e solo ricordarlo, mi rende la bellezza del confronto, la preziosa possibilità di scoprirmi riflessa, resistendo alla vertigine di cadere nello specchio. Leggere la fragilità e la forza, impastate nella stessa persona, vite srotolate con urgenza, e silenzi rivelatori. E infine, con occhi pieni e poca voce, la calda consapevolezza di sapere la strada di casa, sentirne la meraviglia su un treno che riordina i pensieri, trovarla in due manine impacciate di sonno, e l’ abbraccio di chi, fa sempre, che il mio, sia un ritorno felice. 

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Fratelli.

Ho avuto due fratelli, e nessuno di noi condivideva neanche un’ elica di dna, anzi, loro due non si sono mai conosciuti, mai incrociati,  in comune solo la famiglia, e il non esserci ora. Con ognuno di loro ho intessuto un legame diverso; col primo, abbiamo condiviso qualche anno di bambini, risate e un amore fraterno forte e bellissimo. Tanti giochi, bambole e macchinine,  inventarsi spadaccini e mamme amorevoli, burattini, cucine, montagne di lego, senza distinzione ci siamo divertiti e davvero mi è  stato fratello profondamente, con la sensazione di essere noi due, piccoli e pronti ad ogni avventura, con il sorriso in faccia, e una sfrontatezza ingenua e bellissima. L’ altro, portava in giro una vita già  pesante, e tanto dolore tenuto in gabbia sotto l’ esuberanza apparente. Ogni tanto uno scatto, una crepa nella maschera, lasciava intuire una fragilità  profonda,  un bisogno di essere bimbo, e allo stesso tempo, l’ incapacità  di esserlo fino in fondo, ma una scrollata d’ orgoglio, cancellava l’ ombra dagli occhi. Con lui è  stato molto più  complesso, trasformare l’ affetto, che quasi veniva naturale, in una realtà  concreta, di condivisione e fratellanza, gesti misurati, parole controllate, per non far bruciare ferite lontane, e allo stesso tempo, proteggere le mie debolezze. Mettere insieme  due infanzie precarie, e costruirne un puzzle di colori, poteva essere la nostra vittoria, invece, forse, fu un azzardo mal giocato. Ma pure, fratello, senza spazio per dubbi di legami sanguigni mancanti; entrambi li porto scritti sotto la pelle, con la nostalgia di quello che non sarà. Si crea una sorta di alchimia, laddove  trova spazio una condivisione profonda di storie, con radici in terre altre, incroci che sanno di una magia antica, concreta e  pensata, sporca di timori e dubbi e profumata di  desiderio e speranza. Luoghi in cui, quali che siano le proprie origini, si intrecciano in un nuovo innesto, che le porta in sé,  e regala aria e acqua, per farle svettare in rami verdi. E quanto ottuse appaiono, le considerazioni di chi, con inopportuna prodigalità,  si affretta a sincerarsi della qualità  dei legami familiari, cercando di carpire gli intrecci cui è  di fronte. Ma, spiace deludere, non c’ è  magia, non c’ è  inganno: è, solo, famiglia. Come ognuna, diversa e splendida, spesso con gesti simili e accenti ripetuti e un gergo fatto di aneddoti e parole inventate, differente e  uguale a tutte le altre, magari, talvolta, un po’ più  colorata. 

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Storie vecchie e nuove.

“Me lo devo ricordare, che non l’ ho fatto io, lo amo così  tanto…”  quanto amore, emozione in queste parole, che rivelano, fortissima e dolce, una ricerca di appartenenza. E però, non è  la verità.  I figli così  tanto amati hanno un passato in cui i loro genitori non compaiono, e breve o lungo che sia quel periodo, corrisponde al primo pezzo della loro esistenza, negarne l’ importanza, è  un po’ negare il loro vissuto. Lo so, è  l’ emozione che parla, ed usa parole dettate dal sentimento profondo e bello che unisce le famiglie,  eppure, nasconde tra le pieghe il timore di dover affrontare una realtà  semplice e spaventosa, di un’ intimità  da costruire e non data. In realtà,  anche con i figli “di pancia” non sempre il legame è  di subitanea intimità,  tante sono le variabili, ma forse, vi è  più  serenità  che poi le cose si aggiusteranno, naturalmente.  Coi figli adottivi, madre natura deve far spazio a relazioni costruite, un gesto dopo l’ altro, con tentativi emozionanti e scoperte  nuove, momenti preziosi per la nuova famiglia. La storia del proprio figlio è  una ricchezza in più,  anche se dolorosa, rielaborata insieme, si rivela ulteriore motivo di unione. Certo, non è  semplice fare i conti con le vicissitudini, spesso dure, ingiuste che i propri figli hanno attraversato, si mescolano con l’ idea di risarcire un vuoto e il senso di incapacità di poterlo realmente fare. In effetti, il buco nero non si cancella, non si dimentica e rimane, per fortuna. È  parte della propria storia, ed è  anche uno dei pochi legami che si mantengono con il paese natale, ed incide, in modi diversi, sullo sguardo che si ha sul mondo. E allora che belli i nomi dai suoni diversi, da scoprire e custodire, preziosi fili da non recidere, e colori da cercare tra le immagini e i ricordi; anche le lacrime, ché  la memoria restituisce pure le tristezze, ma condivise scriveranno una nuova storia, che inizia da un incontro, da occhi che si cercano e col tempo imparano a riconoscersi.  Adottare è  accoglienza in senso alto e completo, un abbraccio che esce da se e accoglie quei momenti che il proprio figlio ha vissuto con altri volti, e da questa stretta rassicurante ci si potrà staccare, sapendo di trovare sempre un posto sicuro a cui tornare, sempre accolti in ogni fragilità, ché  ogni famiglia è  un impasto unico e irripetibile. Poco importa se le prime foto hanno bimbi neonati o volti già  vispi, l’ unicità  rimane nei sorrisi di quelle seguenti, disegnati in sguardi che hanno imparato, insieme, ad appartenersi.

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2 aprile.

Ci ho pensato ieri sera, prima di spegnere la luce. Stamattina, guardando l’ ora, ho visto anche la data, ho spento un respiro in gola, ma poi, il meraviglio scalpitava, la micina chiamava coccole e siamo zompettati tutti giù  dal letto per far colazione. Non ci ho pensato più.  Finché il piccolino giocando mi ha abbracciata stretta stretta e mi ha detto “Mamma è primavera anche col sole grigio?”. E ho ricordato un altro giorno di aprile, con una luce da quadro impressionista, che balza fuori con l’ inutile nitidezza dei particolari, insieme a quello che non sapeva di essere un ultimo saluto, rimasto senza risposta. Potrei ripercorrere ogni istante di quelle ore, di  giornata qualunque, un po’ pigra, dopo le feste, col cielo terso  a promettere primavera,  e invece è  piombato addosso, e ci ha atterriti. Ricordo i rumori di sottofondo, come il suono di una tv accesa nell’altra stanza, un ronzio continuo, che una volta spenta,  lascia un silenzio irreale e disturbante. Così  i pensieri di oggi, mi scuoto, rincorro le ore nel loro rotolare allegro,  bimbo e gatta come colonna sonora,  e qualche pezzo di malinconia appiccicato, dove non riesco quasi a vederla, solo a sentirla, in sordina. Il piccolino mi regala inconsapevole un sorriso di sogni felici per far contraltare ai pensieri bui e  ne alleggerisce il peso. Eppure, quando mi trovano sola, aspettando il gorgoglio della moka o togliendo qualche vestito dalla sedia, un singhiozzo si interrompe, tra il cuore e il respiro, fermato prima che si faccia suono, che di là  mi aspettano per giocare ai colori. È  il mio modo di sostituire tombe e cimiteri, raccontarlo nei ricordi, quel bambino arrivato con troppo  dolore, che non ho saputo leggere, sopraffatta dal mio. Ci siamo incontrati con bagagli pesanti, ci siamo inventati fratelli, in un modo nuovo, privo della complicità  dell’ infanzia condivisa, con qualche ombra e scontro, inevitabile,  parlavamo linguaggi diversi. Eppure fratello, non meno del primo, perso anche lui, e nelle vecchie foto si seguono,  mi hanno accompagnata a diventare grande, ognuno un pezzo, come una staffetta, peccato non ci siano per festeggiare l’arrivo. Porto il dolore nel mio campo di gioco, qui, dove mi sento al sicuro, scrivo la memoria e le affianco il presente, diluisco il tempo passato con quello che verrà, e vivo ora, con un’ assenza che si sente ma si fa stemperare, nella felicità  caotica e allegra che due ometti, e una gattina nera, disegnano con me. E stasera arriva la mia amica, e faremo cose belle; e torna il mio compagno di avventura e rideremo. Un sorriso, per disperdere il grigio.

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