È da un po’ che mi frullano in testa considerazioni sul tema, poi, un’amica, ha scritto un post, che condivido nei contenuti, in risposta ad una lettera aperta di “Mamme per la pelle” uscita su un quotidiano, e mi ha sollecitato a mettere in ordine un po’ di idee. Non scriverò nel merito della lettera, perché già il post di Esperance è molto puntuale, sono, le mie, riflessioni a lato, su cui mi soffermo da tempo.

Prima, e ovvia, considerazione è che parlando di adozione si mescolano e intersecano temi e ambiti diversi, e se li si riesce a tenere presenti, avendo chiarezza di quali siano, li ritengo tutti utili e validi a far avanzare il confronto.

Uno dei pensieri che mi girano in testa è quanto due atteggiamenti che appaiono quasi in antitesi, siano invece frutto della medesima origine.
Il tema comune è la diversità, intesa spesso come somatica, ma che estenderei a più livelli (culturale, linguistica, di vissuto etc).
Da un lato, questa diversità viene quasi sentita, da parte dei genitori, come propria, nella denuncia di episodi accaduti ai propri figli. Fatti gravi, che in questi tempi grigi accadono sempre più frequentemente. Ma, la differenza è tra il sentire e l’essere. E, ci tengo a dirlo, il primo è essenziale, perché le battaglie (culturali e non) si sono sempre vinte solo quando non erano esclusivamente i diretti interessati a lottare. Ma deve lasciare lo spazio principale all’essere, a chi è diverso o si sente tale in prima persona e non per vicinanza. Perché, spingendo un po’ oltre alla reazione empatica ed emotiva di un genitore che protegge il proprio figlio, si trova qualcosa che, mi suona come nota stonata, una sottile appropriazione della narrazione di sé, che fatta per interposta persona e spesso inconsapevolmente e in buona fede (a questa credo sempre) perde anche un poco di forza (a mio avviso).
Dall’altra parte si trova una diversità quasi negata, in nome di un amore grande che rende “uguale a noi”, “non vedo il suo colore, per me non fa differenza” “è come se fosse nato qui”. Capisco perché accade e sono certa che siano frasi dettate dalla necessità di costruire appartenenza, talvolta da entrambe le parti. Un’ assimilazione del cuore, che però deve sapere avere uno sguardo profondo e lasciare questa parte, per accogliere proprio ciò che è, invece, differente da sé. Soprattutto crescendo, la necessità di essere visti, nelle proprie diversità (reali o percepite tali) diventa, spesso, impellente.
Amami diversa/o.
Una diversità riconosciuta, vista e accolta senza aggiunte. Siamo famiglia e siamo tutti diversi. Mi sembra un passo ulteriore, fondamentale.

Altro fatto è quello, a cui accennavo prima, di, forse per immediatezza del messaggio e amor di sintesi, per cui si identifica la diversità con il colore della pelle. E anche qui, mi pare che si possa inciampare in vario modo.
Primo perché, sembra scontato, ma forse serve ripeterlo, le persone adottate sono e/o si sentono diverse per fattori molteplici, e non è a caso che la questione identitaria ne riguarda se non tutte, la maggior parte (con adozione nazionale o internazionale) e il colore della pelle è solo uno tra le tante questioni che si trovano ad affrontare. È certo importante, non in quanto diversità ma perché il corpo ha ricordi scritti dentro, anche quando la memoria manca o si appanna, abbiamo ricordi emotivi che ci riportano, anche, quel pezzo di noi. Portiamo a spasso la nostra storia, a volte senza saperla noi stessi, e la ritengo una ricchezza, una certezza rassicurante: a dispetto di noi, il corpo capisce, sente, è.
Perché trovo che sia questo il punto, non l’importanza del DNA o del legame di sangue ma l’essere la propria storia, anche quella di cui non si hanno notizie o invece quella di cui le notizie sono dolorose, e faticose. Il corpo ci accompagna attraverso la nostra storia, è un filo rosso tra il primo e il dopo, che agisce nel presente, e ci proietta nel futuro.

Infine una riflessione sulla narrazione di sé.
Raccontare la propria storia adottiva, a sé stessi, ad altri, in varie situazioni, è un passaggio utile, a volte inevitabile (per me è stata un’urgenza) e in ogni fase le parole costruiscono sicurezze e mondi.
Finché sono piccoli, saranno i genitori a raccontare la storia dei propri figli, e far presenti le loro fatiche, ed hanno in questo un ruolo importante, perché con le loro parole e i loro silenzi, costruiranno, una parte, degli strumenti che, crescendo, i loro bambini potranno agire.
Ma, e me lo chiedo anche pensandomi nel mio essere madre, quanto narrare i figli, in situazioni difficili, possa essere loro utile. Distogliendo l’attenzione sulla necessità di denuncia (ovvio che serve portare alla luce episodi nocivi per tutti la la società) mi soffermo su quello che ho riscontrato spesso, e cioè genitori di ragazzi già grandicelli che raccontano il vissuto adottivo del proprio figlio ad altri, in situazioni che non necessariamente richiederebbero un loro intervento. Comprendo che, talvolta, sia il desiderio di condividere la bellezza di un incontro, o raccontare un proprio percorso del divenire famiglia attraverso l’adozione, ma, questi figli cresciuti, queste persone, quanto e come traggono beneficio dal sentirsi raccontati, invece di, se lo desiderano, farlo in prima persona, con tempi e modi che sceglieranno. Lasciamo loro la scelta di farlo o, fondamentale, di non farlo. La libertà di non raccontarsi e non essere raccontati, se non quando lo si desideri. Lo so a volte è necessario, penso alla scuola o ad altri contesti in cui, almeno gli adulti che vi hanno un ruolo, debbano essere informati, ma anche qui, a seconda dell’età e della fase di vita e di emozioni che stanno vivendo, che siano coinvolti, sono i protagonisti di queste storie. Lasciamo anche che siano “scortesi” non volendo raccontare o dire che sono figli arrivati da un altrove (poco importa se si tratta di cinque o di cinquemila chilometri), a chi fa domande indiscrete, essendo i primi ad eluderle, se serve anche in modo deciso (scortese non serve, per noi adulti). Credo che valga sempre, pensare che i bambini debbano sorridere e salutare perfetti sconosciuti, solo perché vengono rivolte loro delle moine è, per me, un po’ insensato e retaggio di “buone maniere” più di superficie che di sostanza, quando poi, si tratta di ingerenze che possano ferire, tagliamo corto, in questo caso si, proteggendo da un’esposizione non scelta. Facciamo che si sentano liberi di scegliere a chi narrarsi, perché le storie, tutte, ma quelle faticose (e quelle adottive, più o meno lo sono tutte, almeno nella partenza) ancora di più, meritano ascolto empatico e riservatezza.

Concludo, credendo davvero che la soluzione sia nelle sinergie, nello scambio di opinioni e nel confronto (anche acceso se serve), pensando che il campo di gioco sia lo stesso: elaborare idee, strategie attive, positive, creative dove possibile, aprire finestre di pensiero, allargando l’orizzonte sempre di più.

In questo le persone adottate ormai adulte, possono essere un elemento forte, portatore di esperienze, ma, in alcuni casi, anche di professionalità ed elaborazioni ricche, da mettere in gioco. Un ulteriore passaggio, per riconoscerne il valore attivo, e non di, per quanto utile ed emozionante, semplice testimonianza.

Ognuno a suo modo facciamo la nostra parte.
Stiamo insieme, diversi e imperfetti.

8 pensieri riguardo “Amami, diversa.

  1. Grazie Devi, di aiutare noi genitori a riflettere con i tuoi modi sempre pacati, per me molto efficaci..sto seguendo questo dibattito non senza sofferenza in quanto mamma di una ragazza etiope

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    1. Grazie a te (possiamo darci del tu?), credo che si debba sempre cercare di non limitare i punti di vista. Non è sempre facile, ma penso sia l’unico modo per essere costruttivi. Serve anche chi è più dirompente, ma il modo è questo qui.
      🙂

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  2. Cara Devi, come ad ogni tuo post, un grazie enorme per le tue parole.
    Da mamma adottiva, italiana ma residente in Canada, noto differenze sostanziali: qui i genitori adottivi sono esposti fin dal percorso pre-adozione al problema del narrative burden, che tu spieghi perfettamente, e a tutto il male che puo’ nascere dalla mentalita’ colorblind. Certo, poi ci sono sempre quei genitori che decidono di ignorare certe cose in nome del “l’amore cura tutto”, pero’ quanto meno la possibilita’ di informarci c’e’. E posso dire qual e’ il fattore principale a causa di queste differenze? Il fatto che gli adottivi fanno sentire sempre piu’ la loro voce, o meglio, che si dia sempre piu’ spazio alla loro narrazione rispetto a quella degli altri membri della costellazione (genitori, terapeuti, enti). Noi genitori, almeno quelli che vogliono, impariamo a chiudere la bocca e aprire le orecchie.
    In Italia, almeno a quanto vedo da fuori, escluse alcune voci potenti come la tua o quella di Kim Soo-Bok, trovo che il punto di vista sull’adozione sia ancora solo uno: quello delle famiglie. Cosa ne pensi?

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  3. E faccio un altro commento, sempre a partenza della nostra esperienza diversa in una citta’ estremamente multiculturale. Come possono dei genitori bianchi, che vivono in una societa’ con una cultura e una popolazione estremamente omogenea come quella italiana, ergersi difensori dei figli rispetto ad episodi di razzismo? Cosa ne sanno loro del razzismo? L’hanno mai provato sulla loro pelle? Si accorgono di assomigliare molto piu’ agli aggressori dei loro figli che non ai figli stessi?
    Quanti amici hanno, quei genitori, della stessa origine del figlio? Con quanti neri hanno parlato e si sono confrontati? Quanti bambini neri girano per casa, vanno a cena da loro, frequentano la scuola dei figli?
    Scrivono lettere su repubblica, poi pero’ vivono nella segregazione totale (o quasi). Mah.
    Di nuovo, non dovremmo stare piu’ zitti ed ascoltare di piu’, e magari visto il nostro strapotere in quanto cittadini italiani bianchi fare da megafono per altre voci molto piu’ autorizzate a parlare di certe cose che non noi?

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  4. Cara Devi, come afferma il detto “il silenzio è d’oro”. È giusto che noi genitori adottivi impariamo a rispettare i tempi dei nostri figli, anche quando questo rischia di esporli al mondo. Sappiamo tutti che vorremmo evitare loro ulteriore dolore eppure non è possibile. Ciò che va fatto, e spero di riuscire anche io ad imparare a farlo, è fornirli di strumenti per muoversi in questo mondo, che ad oggi non sempre vede con giusti occhi il concetto di “diversità”.

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  5. Condivido quanto hai scritto… parola per parola. Anche io mamma di due perle Africane, una arrivata con AN 😍 e uno con l’aereo dall’Etiopia 😍
    Grazie Devi!

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