Chi sono.

Io.
Sono Devi, amo le storie, ne racconto e ne ascolto, e le parole scritte sono per me, da sempre, modo migliore per condividere il mio sguardo sul mondo. Qui, vi racconto un po’ di me.

Sono nata in un paese lontano lontano, come quelli delle fiabe, ma ho capito subito che la vita non è una favola, e non va sempre come vorremmo.
La mia mamma Indiana mi ha abbandonata che avevo un anno, dopo di che, istituto, che non ricordo ma non dev’essere stato un bel posto, perché quando sono arrivata dalla mia mamma e dal mio babbo fiorentini, dissero loro che avevo un probabile ritardo, fisico e mentale, dato che non reagivo a nessuno stimolo, non ridevo, non chiamavo, e, soprattutto, non piangevo, e a 2 anni è molto strano, che una piccoletta non pianga. Inizia così la prima delle mie nuove vite, con un orsacchiotto dimenticato nella loro macchina e un plasmon che non ho mangiato, e l’unico ritardo che si scopre, fortunatamente, è sulle coccole e i baci, e con un po’ di stupore, e sollievo, familiare, ho imparato ad essere bambina, e figlia, ancora. Con gli anni, ho imparato anche a piangere, ma ci è voluto più tempo, più dolore e più fiducia.

Dopo qualche tempo arriva un fratellino, indiano e adottato anche lui. Fratello da subito, al primo incrocio di sguardi, dalla sua testolina sulle gambe, tornando dall’aeroporto. Ho avuto un’infanzia felice con lui, abbiamo giocato ai lego e alle principesse, a far piste per macchinine e teatro dei burattini, come punizione, essere separati e la sera, addormentarsi per terra,in un letto di cuscini e coperte, ché lui ricordava, in India si dormiva per terra.
Non fosse stato per la sua malattia, sarebbe stato tutto perfetto. Malattia bastarda, senza scampo allora, studiata in modo sperimentale, e che gli rompeva le corse da bambino, lasciandolo senza fiato e con gli occhi che inseguivano gli amichetti sgambettanti. Ho imparato a giocare al suo passo, fermarmi prima del suo respiro affannato e, se serviva , distenderlo nel modo giusto.
È durata poco, malattia senza scampo, appunto.
E di nuovo incertezza, dolore folle e domande, che a sette anni, spazzano via la spensieratezza conquistata. Ce ne ho messi più del doppio, a ritrovarne qualche pezzo.

Passa il tempo, non troppo, e arriva un altro bambino, sempre indiano, e adottato. Diventare fratelli, con lui, è stato una corsa ad ostacoli, tutti e due troppo addolorati, e troppo grandi per credere che l’amore risolva tutto. Ma in qualche modo, sgangherato e prezioso, ci siamo costruiti una fratellanza nostra, diversa ma vera. Nel mezzo, l’adolescenza, il sentirmi fuori posto, ovunque, sempre in anticipo o in ritardo, tra i miei libri da “troppo grande” e le ingenuità da bambinetta. Il tutto, con una buona dose di pesantezza e chiusura a riccio, un classico dell’età.

Quando, quasi diciottenne, iniziavo ad uscire dal mio guscio, uno schiaffo in faccia. Mio fratello, muore. Si, anche il secondo, e no, forse “muore” non è corretto, perché la verità è che si uccide, in un giorno di festa, nella sua cameretta. Lo trova mia madre, e lei, che già si era spezzata, si rompe totalmente e diventa un incrocio tra wonder woman e un caterpillar, sempre avanti senza cedere di un passo. Anestetizzata, per sopravvivere. La riscoprirò col tempo, quando la vedrò donna e non più solo madre, e la ritroverò, dove forse era sempre stata, senza che io la sapessi vedere. E io? Io ho dei buchi neri, veri e propri black out, un gorgo in cui annaspo, e l’idea che forse, davvero non devo meritarmela, quella felicità di cui tanto si parla.

Per fortuna, la vita, che non va come pensiamo, mi porta in un’altra città, dove potermi sentire di pasta frolla, senza il peso di una forza da dover dimostrare, e facendomi vivere solo per me, forse per la prima volta. Ho dovuto impararlo, a non vivere per procura, per qualcuno che non c’era più, ma solo, per me, non è sempre automatico, ma si impara. E grazie alla mia nonna saggia, donna con i piedi per terra e la testa tra le nuvole, ho deciso che sarei stata felice, ostinatamente cercando cose belle e felici, da tenere, come ripeteva nonna “come riserva , piccola mia, perché il dolore non chiede permesso, e l’unico modo di continuare a vivere, è sapere che si è stati felici, e si tornerà ad esserlo. Ma la felicità va allenata, si impara”.

Un giorno di novembre, su un regionale sgangherato, incrocio lo sguardo di quello che diventerà il mio compagno di strada.
Gli anni corrono, laurea, primi lavoretti, un matrimonio in giallo e ancora studio.
Poi, a sorpresa, ma desiderata fin dal primo istante, una promessa nella pancia.
E questa è stata più una montagna russa che una giravolta. Perché, al di là della meraviglia, è stata una presa di coscienza. Lui ha messo insieme i miei pezzi, ne ha aggiunti altri e mi ha dato la spinta che serviva.

Da quando ho scoperto che lo aspettavamo, ho lavorato tantissimo, all’inizio avevo un’idea nebulosa di quel che poteva essere, unire esperienza e studio e provare a farne qualcosa. Funzionava, ma restava sempre qualcosa sullo sfondo, fuori fuoco, faticavo a trovare una dimensione in cui riconoscermi. E ho capito. C’era lo studio, tanto, c’era l’esperienza, ma mancavo io. È servito un atto di coraggio, per me, che sono timida al punto che mi imbarazzo ad entrare in un bar sconosciuto, a chiedere un caffè. Ho raccolto il fiato e ho fatto un salto.
Mi sono raccontata, senza nascondermi dietro le teorie, trovando equilibrio tra quel che serve dire e quel che è solo mio. All’inizio ero come in apnea, quando ho paura, torna sempre quella bimba che per salvarsi ferma tutto, anche il respiro, ma poi ho sentito sguardi attenti, partecipi, e la consapevolezza di star facendo qualcosa che serviva, non solo a me, anche ad altri.

Da quel preciso istante, il mio lavoro è diventato quello che volevo, composito, in evoluzione e arricchente al punto, che mi pare di ricevere molto più di quello che dò, un lavoro che mi fa crescere e viaggiare, adesso che so dove voglio tornare, perché le radici che non trovavano terra, me le sono cresciute dentro, e il non sentirmi appartenente ad un luogo fisico è solo una spinta di libertà.
Il mio dolore l’ho attraversato, e solo così, prendendolo per mano, l’ho reso compagno di viaggio; non più buco nero da fuggire, o riempire, ma un pezzo di me, a cui riservo un angolino in cui tenerlo, perché è anche per questo che sempre, ostinatamente cerco pezzi di felicità e bellezza. Non perfetta, né ideale, ma vera e che muta, per permettermi di riconoscermi, come in uno specchio, finalmente me, tutta intera.

Nata in un paese lontano e cresciuta in un altro, figlia adottiva e mamma di pancia, una vita a cercare di non far rumore ma col desiderio di lasciar traccia. Ho cercato radici che non sentivo, finché mi sono arresa alla libertà di non averne: il mio posto è ovunque vivo e amo; due città, due paesi, due me che si specchiano, con la mano stretta in quella del mio compagno di strada, lo sguardo sui passi del nostro tesoro, e in alto, sui sogni che rincorriamo insieme.

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